Manifesto
Swami Sohong

Esistono vicende di cui conta poco il quando. Tuttavia diremo che Mukunda Lal Gosh, nato nel 1893 da padre e madre assai devoti, crebbe a Calcutta protetto dal loro reciproco amore. Aveva giĂ  conosciuto altri santi e la luce piĂš leggera e potente dei raggi del sole, che dĂ  la certezza di un dio, quando da liceale decise di visitare pure il santo delle tigri. Era costui un asceta aduso, prima di consacrarsi, a lottare e catturare tigri con le sue nude mani. Nessun ragazzino avrebbe resistito al desiderio d’incontrare una tale forza, e neppure Mukunda, che pure diverrĂ  poi grand’asceta. Viaggiò fin dove viveva lo strano santo: un servo lento, dopo lunga attesa, prova di pazienza, praticata in occidente ormai solo dai dentisti, l’introdusse in un salone. V’era seduto il santo Sohong: il collo vasto non meno del torace e braccia tonde come colonne. Sorrise quando Mukunda gli chiese come gli riuscisse di domare la tigre del Bengala a pugni nudi. “Potrei farlo anche oggi – rispose – “Un uomo vigoroso e di forte volontĂ  può vincere la tigre e trattarla come un gatto appena nato. … Il corpo è plasmato dalla mente …”. Mukunda guardò la pelle di tigre che gli cingeva i fianchi, e apprese che il santo da giovane non era robusto: “Ma l’ambizione della mia infanzia fu quella di lottare con le tigri; e insistetti in pensieri di salute e di forza e creai il vigore mentale, l’unico domatore delle tigri”. Sul collo enorme s’appoggiava un volto terribile ma calmo, ornato da baffi, barba e capelli ricciuti. Mukunda n’ebbe timore, e perciò chiese: “Ma come diveniste monaco?”. Swami Sohong si guardò dentro, in remoto silenzio non dubitò, sorrise e iniziò il suo racconto. “La mia fama generò il veleno della vanitĂ . Decisi non solo di combattere le tigri. Ma di umiliarle in pubblico con degli esercizi. Ma un giorno arrivò mio padre per dirmi che nella famiglia della giungla c’era rancore verso di me. Ne dubitai. Allora seppi da lui che un santo gli aveva predetto che se avessi seguitato a domare le tigri sarei stato per sei mesi tra la vita e la morte, poi mi sarei fatto monaco. Non me ne turbai”. Poche settimane ed egli fu nella cittĂ  di Cooch Behar, la splendida. Per la strada al suo passare si mormorava: il re delle tigri. E una sera dei poliziotti col turbante gli annunziarono che il principe l’invitava al suo palazzo: “Venni scortato su una carrozza tirata da quattro cavalli, mentre un servo teneva aperto un ombrello ricamato. E il principe mi fece sedere sul suo seggio di broccato ed oro, sorridendo mi chiese se io combattessi le tigri a mani nude. Risposi che sĂŹ. Mi studiò come la pagina d’un libro, replicando: ‘E io invece non lo credo. Siete bengalese di Calcutta nutrito di riso bianco. Avete forse combattuto con bestie oppiate?’ Neppure gli risposi. E lui: ‘Vi sfido a battervi con la mia tigre, Raja Begum. Se riuscirete a incatenarla e uscire dalla gabbia ve la donerò e con migliaia di rupie. Se rifiutate, ammetterete d’essere un impostore’. Accettai con rabbia. Ingigantii per una settimana la mente e il corpo. Ma anche la predizione del santo si era risaputa, e ingigantiva tra la folla: dissero che il dio delle tigri s’era incarnato in Raja Begum per vendicarsi. Era in un’enorme gabbia di ferro dove restò nutrita solo dei suoi ruggiti. Poi venne la gran folla. Il tumulto e i ruggiti di fame di Raja Begum si confusero. Vestito solo di una fascia sui fianchi il giorno prestabilito feci per aprire il catenaccio. Uno schianto terribile lasciò tremare le sbarre. Entrai, mi ritrovai la mano destra lacerata. Era la piĂš grave ferita che mai avessi patito Il sangue umano, la piĂš prelibata leccornia che tigre conosca, scorreva via con la vita. Nascosi quella mano sotto la cintura e con l’altra le diedi un colpo tremendo. Vacillò rigirandosi convulsa. Le tirai una serie di destri e sinistri, velocissimo. RuggĂŹ di dolore ma leccò il mio sangue e rieccitò la sua brama omicida. La folla urlò basta, di sparare a Raja Begum. Ma un colpo di moschetto fallĂŹ il bersaglio. Concentrai la mia forza urlando. L’abbattei al suolo con un colpo ultimo e disperato. Vi giacque tranquilla. Addirittura le aprii le fauci e ci misi la mia testa dentro. Poi le strinsi una catena al collo, e feci per uscire dopo averla legata alla sbarre. Non ne ebbi il tempo. Raja Begum schiantò la catena e mi assalĂŹ. Con la spalla tra le sue mascelle caddi. E però menando colpi implacabili la tenni cosĂŹ a lungo da stordirla. Stavolta la legai meglio. Uscii. La folla mi venerò come fossi il dio Rama. Mi bendarono e venni inghirlandato. Monete d’oro a centinaia piovvero ai miei piedi. La cittĂ  tutta era in festa, ebbi in dono Raja Begum. Ma di ciò non provai gioia. La mia vanitĂ  era morta uscendo dalla gabbia. Seguirono mesi dolentissimi. Restai tra la vita e la morte per un avvelenamento del sangue. Tornai alla mia cittĂ  natale. Dissi umilmente a mio padre: ‘Il santo che vi diede quel saggio avvertimento sarĂ  mio maestro’. L’incontrai, ed egli mi disse: “Basta domare le tigri. T’insegnerò a soggiogare le belve dell’ignoranza che errano nella giungla dell’anima. Sei abituato agli spettatori? Bene, che essi siano ora uno stuolo di angeli e si rallegrino della tua stupefacente ascesi. Partimmo per l’Himalya.” Qui finĂŹ la risposta del santo Sohong. Il suo servo e Mukunda si chinarono ai piedi del santo nel gesto che è vecchio quanto i Veda. E lo ringraziarono d’avere narrato, a loro e a noi, simile ciclonica storia.

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