La fine inevitabile di una vecchia idea morente: lo Stato

GLOBALIZZAZIONE E COMUNITÀ TERRITORIALI STANNO DISSOLVENDO LE CATEGORIE CONSUETE DEL POTERE STATALE. LA LEZIONE DI GIANFRANCO MIGLIO

Un quarto di secolo or sono, nel novembre del 1989, crollava il comunismo, venivano giù i muri, uomini e donne uscivano dai lager, i confini diventavano molti di più e meno sigillati. Berlino usciva dall’incubo di una divisione durata decenni e, salvo un paio di paletti, nessuno veniva più perseguitato per le proprie opinioni, da Lisbona a Vladivostok.
Avrete però notato che le celebrazioni sono state in tono piuttosto dimesso in tutto l’Occidente. Il “mondo libero”, quello che ha sconfitto il comunismo, non ricorda la vittoria su quello che Ronald Reagan, ben a ragione, chiamò “evil empire” come l’America festeggia il 4 di luglio o il V-day, l’Italia il 25 aprile, la Francia la presa della Bastiglia.
Oltrecortina, le cose non sono poi molto diverse. In Russia le nostalgie imperiali sono tali da porre in una luce diversa gli avvenimenti di allora. Certo, Stalin era un po’ severo, ma l’URSS spaventava gli americani, gli ucraini stavano al loro posto e di lavoro ce n’era per tutti. Se ben raramente vengono confessate autentiche nostalgie per i Kolkoz e la collettivizzazione dall’alto, le sparate continue sugli “oligarchi”, che si susseguono da due decenni,ci fanno comprendere che non tutta la transizione è andata per il meglio. Con una fra le più basse aspettative di vita, la Russia ha avuto una discreta crescita economica, ma rimane un luogo fra i meno appetiti del pianeta (date un’occhiatealle cifre che le multinazionali offrono ai dirigenti per vivere a Mosca o a San Pietroburgo). E, nonostante l’infatuazione nei confronti di Putin che ha colto svariate forze politiche occidentali, la Russia non appare certo un paradiso liberale.
Il fatto è che la fine del comunismo ha creato un mondo senza nemici nel quale il socialismo debordava dai propri confini, lasciava il plenum dei partiti per aggirarsi come spettro di se stesso fra le classi dirigenti al potere nel mondo. La lezione assorbita è stata: “Non si può statizzare tutto”, ma è ben lecito   spingersi molto in là, giacché non esiste più alcuna possibilità di una rivoluzione comunista.
La guerra fredda è finita da un pezzo e incominciamo a comprendere che è stata vinta dalla sinistra  socialdemocratica.Ossia da quella parte del marxismo che ha avuto una progressiva infatuazione nei confronti dello Stato, che avrebbe condotto i socialdemocratici ad esaltarne la funzione e a porne in sottordine la natura di “comitato d’affari della borghesia”. In questo senso, ciò che affermava Karl Renner, nel lontano 1917 pare veramente essere ancora il cuore del programma post-comunista a un secolo di distanza: “Per quanto la società serve in complesso economicamente la classe capitalistica, la sua organizzazione generale, cioè lo Stato, si accolla sempre più compiti di amministrazione sociale.[…] L’economia serve sempre più esclusivamente la classe dei capitalisti, lo Stato in modo sempre più predominante il proletariato”(Karl Renner, Marxismus, Krieg und Internationale, Vienna, 1917, p. 27, cit. in G. Marramao, Austromarxismo e socialismo di sinistra fra le due guerre, Milano, La Pietra, 1977, p. 27).
Ma ciò che risulta veramente interessante sono le modalità attraverso le quali ha avuto luogo la statizzazione ultima delle società dell’ex mondo libero.
Subito dopo la fine del comunismo le dinamiche politiche occidentali si sono riallineate su due poli in larga misura contrapposti: il “globalismo giuridico” e la “globalizzazione economica”. Lo spettro politico tradizionale sopravvive stancamente a se stesso, come frattura destra-sinistra, uguaglianza-libertà, alla quale fiaccamente rimane aggrappata gran parte della retorica politica.
Ma la vera tendenza dell’epoca post-comunista è lo scontro in atto fra le logiche della globalizzazione economica e i tentativi delle classi al potere di proporre la soluzione di istituzioni globali capaci di ingabbiare questo capitalismo che sembra avere dimensioni planetarie.
La globalizzazione economica è l’espansione ormai incontenibile dei mercati, delle libertà di spostare capitali, persone e interessi senza curarsi troppo delle frontiere nazionali. La riallocazione di vite e risorse è diventato assai più agevole nel mondo contemporaneo: i confini statali sembrano irrilevanti al punto che  il vecchio progetto statuale moderno appare obsoleto. Le implicazioni politiche della libertà di mercato globale si scontrano con la logica dello Stato e del suo progetto di ordine politico.
Il progetto statuale (annunciato e celebrato da una lunga serie di “ideologi”: da Machiavelli a Bodin, da Hobbes a Rousseau e Hegel) è il cuore dell’età moderna e implica l’esaltazione di un potere sovrano destinato a monopolizzare sempre di più la vita pubblica e ad annullare ogni autonomia sociale. Il primo punto del programma dello Stato moderno era ovviamente la concentrazione del potere: creare un unico centro di comando di tutte le operazioni governamentali. Questo è avvenuto attraverso il tendenziale azzeramento dei centri che costituivano il cosmo medievale. Istanza unica, sovraordinata, ed esclusiva, che nel corso del tempo costituirà e costruirà tutta la politica.
In questo plurisecolare processo l’identificazione del territorio per mezzo dei confini è l’elemento fondamentale. Le frontiere stabiliscono un “dentro” e un “fuori”: la condizione stessa di pensabilità dell’entità “Stato”, il suo tutto o niente. Lo Stato è “confinario”, esiste solo all’interno di determinate linee immaginarie che ne tracciano la “corporeità”.
Il territorio permette l’identificazione degli interessi, e la loro gerarchizzazione. Il fatto che alcuni interessi siano più importanti ed altri meno, la stessa formazione della macchina statuale – fondata sui funzionari – sono una funzione diretta del modo in cui il territorio statuale si è strutturato. Gli interessi sono riconoscibili dall’unità politica proprio perché sono identificati e definiti da un territorio.
La promessa vera dello Stato moderno era di “confinare” tutto: cittadini, interessi, ordine (il massimo di ordine all’interno e di disordine all’esterno, nell’arena internazionale). Dentro i propri confini lo Stato omologava, creava buoni cittadini per mezzo dell’istruzione pubblica, li rendeva soldati e li tassava quanto poteva. Lo Stato doveva necessariamente lasciare il cittadino senza radici, senza alcuna reale appartenenza che non fosse quella ad un corpo mistico quale quello della Nazione. Il progetto di emancipazione individuale passava attraverso il depotenziamento e poi la distruzione  di ogni altra istituzione, credo, corporazione, famiglia, comunità volontaria. Lo Stato è diventato il vero dominus delle vite e dei beni degli individui, il socio occulto di ogni impresa, in grado di tassare e regolamentare a piacimento ogni aspetto della vita sociale.
La globalizzazione economica dovrebbe segnare l’arretramento del moderno, l’eclisse di questo orizzonte teorico e progetto ordinamentale. Un ordine fondato su confini, processo di omogeneizzazione dei cittadini, distruzione di tutto ciò che si frapponeva fra il singolo cittadino e lo Stato stesso. Un ordine così concepito è impossibile forse da sessanta anni, sicuramente dal crollo del comunismo.
Per un lungo periodo dell’evoluzione statuale l’economia stava dentro lo Stato, era un docile strumento della politica (nell’Italia post-unitaria la creazione di un mercato interno è stata un fattore di unificazione nazionale e omologazione dei cittadini), oggi stiamo assistendo alla progressiva deterritorializzazione degli interessi. Il processo di globalizzazione è la fuoriuscita dell’economia dalla politica, dei mercati dagli Stati.
La globalizzazione forma ormai un reticolo di rapporti sociali ed economici tendenzialmente planetari, che si autoregolamenta, rende porosi i confini e disarticola il rapporto che per lo Stato moderno è cruciale, fra ordinamento e territorio.
Se prima il territorio dello Stato identificava tutte le risorse (politiche, economiche, culturali) e tutti gli interessi, oggi molti interessi rifiutano di essere inquadrati come appartenenti ad un determinato territorio.
Però l’idea che ci debba essere una corrispondenza, regolata dai meccanismi dello Stato, fra politica ed economia, è forte e resistentissima. Ad ogni movimento della “forma economica” dovrebbe corrispondere un mutamento della “forma politica”. Si tratta di un materialismo storico edulcorato, ma che accompagna gran parte della riflessione del Novecento. Lo Stato, la sintesi politica suprema, deve poter utilizzare l’economia, o quantomeno ingabbiarla (se non altro per poter tassare a piacimento la ricchezza prodotta).
Ecco allora che il contraltare della globalizzazione, il nuovo feticcio delle classi dirigenti dei vari Paesi, è il “globalismo giuridico”. Ossia, il consolidamento di poteri globali nati in seguito ad alleanze ed accordi tra Stati e che ripropongono le stesse logiche su vasta scala. Il rilancio continentale dello Stato moderno è il freno alla globalizzazione che le classi dirigenti dei vari Paesi prediligono. L’idea è di ricostruire un rapporto fra economia e territorio per mezzo dell’edificazione di un “impero” universale, che si vorrebbe imporre prima all’Europa e poi all’intero genere umano.
I presunti disastri che derivano dall’ampliamento della libertà di commercio devono essere affrontati a livello planetario e nel pieno rispetto della logica statuale moderna. Le istituzioni globali – alle quali sarà affidato il compito di regolamentare i mercati, ridurre la temperatura del pianeta, combattere la povertà (rectius: la ricchezza) – ridestano la promessa d’ordine dello Stato moderno su scala universale.
Come al sorgere dell’età moderna lo Stato incomincia il suo lungo cammino creando, con le monarchie assolute, un unico centro decisionale e di comando, che via via si impone su tutti gli altri, così oggi le classi politiche vedono una sola soluzione: creare una “sala operativa” tendenzialmente unica e il più possibile lontana da cittadini, imprese, comunità locali.
La nascita di un ordine politico-giuridico dal quale non sia possibile in alcun modo fuggire, perché coestensivo alla comunità umana fondata sul diritto, trova nel saggio di Immanuel Kant, Per la pace perpetua (1795) le proprie profonde scaturigini. Ma si nutre di qualcosa di filosoficamente meno nobile: il desiderio delle classi al potere di considerare i propri cittadini semplici schiavi fiscali.
Il primo grande frutto della globalizzazione è stato quasi due decenni or sono il crollo del muro di Berlino e la fine di molti regimi socialisti. Quel cosmo che va da Lenin a Breznev, da Lubiana a Vladivostok non è neanche immaginabile in un mondo globalizzato. Ma ciò che è invece un prodotto in divenire è proprio la rinascita dei movimenti identitari e indipendentisti. Lo Stato non riesce più a sopprimere queste spinte e questi movimenti proprio perché le sue frontiere non sono più impermeabili e la sua logica territoriale si va sgretolando.
In estrema sintesi, le spinte dei singoli e delle popolazioni vanno verso la libertà economica e politica. Verso la rivendicazione del diritto di riorganizzare scambi e convivenze umane (il diritto a stare con chi si vuole e con chi ci vuole, come diceva Gianfranco Miglio) al di fuori degli schemi dello Stato nazionale. Si scoprono nuove e vecchie appartenenze comunitarie che sfuggono alla classificazione degli Stati: la Catalogna appare ai catalani una patria più adeguata proprio perché il mondo si globalizza e non a dispetto di ciò. E lo stesso vale per il Veneto.
La spinta dei governi è uguale e contraria. Essi cercano di fare cartello contro le libertà dei singoli e delle piccole comunità spostando il centro direzionale di comando, oggi da Roma e Parigi verso Bruxelles, domani ancora più su, fino all’agognata repubblica mondiale. Se il diritto di disporre a piacimento delle vite e dei beni dei loro cittadini, o schiavi dell’erario, viene ormai apertamente eroso dalle potenti forze alle quali abbiamo accennato, i governanti democratici comprendono bene di poter salvaguardare il loro potere solo ad un livello più elevato.
In breve, i popoli appaiono orientati verso “scambi globali” e comunità locali, i governi premono affinché si inverta la tendenza con la creazione di una “comunità globale” che favorisca scambi per lo più locali.
Se per Milovan Gilas il comunismo era una “forma latente di guerra civile fra il Governo e il popolo” (La nuova classe, Il Mulino, Bologna, 1957, p. 99), oggi questo risulta parzialmente vero anche nelle odierne democrazie. Si tratta di una guerra nella quale sono gli averi e non le vite dei cittadini ad essere oggetto delle bramosie della “nuova classe”, ma è evidente che occorreva il crollo del mondo comunista per dare il via libera ai governi occidentali. Un tempo il fatto di appartenere a un sistema e a un ordine politico e sociale fondato comunque sulla libera impresa era un freno all’insignorimento: il comunismo imperversava in mezzo mondo, ma teneva a bada i governi al di qua del muro.
A monte del processo produttivo il sacrificio del tempo di lavoro per sfamare il Leviatano non è mai stato così imponente in termini assoluti e in termini relativi.
Prima di pensare al prodotto, ai consumatori, alle risorse, ai profitti o ai salari, lavoratori e imprenditori son costretti a chiedersi “riuscirò a saziare le bramosie di danaro della classe al potere e poi ne resterà per dar da vivere alla mia famiglia?”. L’impoverimento generale dell’Italia deriva solo dalla generale risposta negativa a questa domanda. In Italia negli anni Ottanta le ore dedicate al “pubblico” erano tre su dieci, oggi siamo arrivati a sette su dieci (un’inversione totale che plasticamente illustra ciò che è accaduto dalla fine del comunismo ad oggi, ossia nel solo arco di una generazione).
Concludendo, se Marx considerava il governo il comitato di affari della borghesia, nell’era post-marxista il comitato si sta dando da fare, segnatamente in Europa, per distruggere l’apparato produttivo della borghesia. Viviamo una sorta di hobbesiano bellum omnia contra omnesche non è il risultato di un ritorno allo stato di natura, ma della statizzazione e politicizzazione della società.

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