Gli Stati Uniti saranno il paese Ocse con la vita media più bassa nel 2050, circa 37,8 anni
Gli Stati Uniti saranno il paese Ocse con la vita media più bassa nel 2050, circa 37,8 anni

Demografia e immigrazione

Nel 1950 la popolazione italiana era di 47,1 milioni, dai 54,4 milioni nel 2015, senza immigrazione, evolverebbe a 49,5 milioni nel 2030

Lo scorso 15 giugno l’ISTAT ha pubblicato un documento, fruibile in internet, in riferimento alla popolazione residente in Italia, totale e straniera, natalità e mortalità, migrazioni e stranieri per cittadinanza. Alcuni dati flash: al 31 dicembre 2014 risiedono in Italia 60.795.612 persone di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera. Il movimento naturale della popolazione – nati meno morti – presenta un saldo negativo di oltre 100.000 unità, se consideriamo la sola popolazione italiana, il dato è ancora più eloquente: il saldo negativo è stato di 165.043 persone, compensato in parte dal saldo positivo della popolazione straniera residente, di 69.275 unità. Queste nuove nascite nel territorio italiano, acquistandone la cittadinanza, falsano poi nel tempo, la reale dinamica negativa della popolazione italiana. Già le Nazioni Unite il 17 marzo 2000 pubblicarono un documento (DEV/2234) sull’evoluzione demografica di alcuni paesi OCSE fra cui l’Italia. L’analisi comparata dei dati dei due documenti, prospettico del 2000 ed attuale 2015, consente alcune considerazioni. Il documento delle Nazioni Unite evidenziava come, nel periodo 2000-2050, la popolazione dei principali paesi sviluppati sarebbe diminuita, ma comunque popolata da un maggior numero di persone anziane, dovuto essenzialmente ad una minore natalità e ad una maggiore longevità. L’Italia aveva il primato del paese con il declino più rapido in termini relativi, perdendo circa il 28% della sua popolazione tra il 1995 e il 2050. Le proiezioni erano e rimangono drammatiche: nel 1950 la popolazione italiana era di 47,1 milioni, lo sviluppo economico degli anni post guerra evidenziò un fenomeno di crescita della popolazione, il cosìdetto baby boom, che incrementò la popolazione a 53,8 milioni nel 1970, poi 56,4 milioni nel 1980, per giungere infine nel 1995 a 57,4 milioni. Da quel momento inizia il declino, le variazioni stimate della popolazione italica, sono tutte in contrazione: 55,7 milioni nel 2010, 54,4 milioni nel 2015, 49,5 milioni nel 2030, 41,9 milioni nel 2050. La diminuzione della popolazione sarà inevitabile – evidenzia il documento – in assenza di immigrazione: la natalità potrà forse riprendere, nel periodo 2010-2050, ma con poche probabilità che sia immediata e sufficiente a colmare il gap creato nella popolazione femminile in età feconda. Insomma, era evidente che – senza una politica di immigrazione – finalizzata al ripopolamento, l’Europa era destinata al declino; in alcuni paesi poi, come l’Italia e la Germania, la contrazione sarebbe stata molto significativa, meno 15,5 milioni in Italia, meno 22,9 milioni in Germania, con un aumento dell’età mediana da 41,3 anni a 53 per entrambi i paesi, con una percentuale di persone oltre i 65 anni del 35% in l’Italia e del 32% in Germania. Le Nazioni Unite evidenziarono la necessità dell’immigrazione per evitare il declino dell’Europa, in caso contrario, per mantenere inalterato negli anni futuri il rapporto fra occupati potenziali (la popolazione fra i 14 e 64 anni) e over 65 anni, sarebbe stato necessario elevare l’età pensionabile mediamente a 75 anni, 77,3 anni per la sola Italia. L’ invecchiamento della popolazione sarà un problema mondiale, soprattutto in Cina, Giappone, Europa, Corea e Russia La demografia influirà sulle loro economie, sia per il rapporto della forza lavoro e persone anziane, sia per la modifica della propensione al consumo e alla sua differenziazione nella spesa. Unica eccezione gli Stati Uniti, che per una maggiore natalità e per una diversa cultura dell’immigrazione, saranno il paese Ocse con la vita media più bassa nel 2050, circa 37,8 anni, consentendogli probabilmente di conservare una supremazia economica e strategica nelle prossime decadi. Nei paesi avanzati, dominati sempre dall’individualismo e dal consumismo, fare figli è una scelta deliberata, condizionata al livello di benessere desiderato dalle giovani coppie e dai singles. Le misure di sostegno alla fertilità hanno oneri per lo stato, senza un ritorno immediato in termini elettorali; conseguentemente i governanti preferiscono perseguire una politica rivolta alla terza età, principale forza elettorale, e non alle giovani generazioni. Ne discende una visione miope del problema, non lungimirante. Ne è un esempio, la levata di scudi dei sindacati italiani ad una riforma strutturale delle pensioni o all’accesso alle prestazioni sanitarie, non più procrastinabili. Ultimamente infatti i sindacati hanno richiesto una politica di prepensionamento, a favore di un ingresso del lavoro dei giovani disoccupati, mantenendo comunque invariati i privilegi derivanti dal sistema pensionistico retributivo, inevitabilmente a carico delle generazioni più giovani che, se da una parte entreranno nel mondo del lavoro, dall’altra parte non avranno le stesse tutele, oramai di appannaggio esclusivo delle generazioni precedenti. Questa tendenza di ricerca del benessere immediato, senza alzare l’età pensionabile, induce obbligatoriamente ad una politica volta all’immigrazione, al fine di mantenere stabile il numero dei potenziali occupati. Le scelte di politica industriale devono comunque essere indirizzate ad incentivare la produttività per addetto, mutuando il modello giapponese che investe nella ricerca avanzata della robotica, per sopperire all’invecchiamento della sua popolazione. Il rapporto del 2000 delle Nazioni Unite chiosa con alcune raccomandazioni: la nuova sfida del declino e dell’invecchiamento della popolazione mondiale, in particolare dell’Unione Europea deve essere affrontato con politiche e programmi di lungo periodo. Le criticità che devono essere affrontate sono: (a) l’età appropriata per la pensione; (b) i livelli, la natura delle pensioni e l’assistenza sanitaria a beneficio degli gli anziani; (c) la struttura della forza lavoro; (d) l’ammontare dei contributi obbligatori dei lavoratori e dei datori di lavoro per sostenere le prestazioni pensionistiche e l’assistenza sanitaria della popolazione anziana; (e) le politiche e i programmi relativi alla migrazione internazionale – in particolare – la migrazione di sostituzione e l’integrazione degli immigrati e dei loro discendenti nella società.

dentato_50pxIn altri termini, la politica che la Germania persegue, al fine di risolvere queste criticità, è sia quella di favorire una immigrazione qualificata dai paesi UE, compresi i nostri giovani laureati, che quella di selezionare la migrazione extra UE. Non per niente l’apertura di questi giorni del Cancelliere tedesco, o del Primo Ministro britannico, all’immigrazione siriana, prevalentemente rappresentata dalla classe borghese cristiana in fuga dalla guerra, conferma una strategia selettiva migratoria pianificata. Anche l’ultima raccomandazione delle Nazioni Unite è stata recepita. Nel discorso al parlamento tedesco, Angela Merkel ha chiaramente detto come «una nazione che accoglie le numerose persone che stanno arrivando, molte delle quali appartenenti ad altre culture, deve chiarire quali sono le regole che vigono qui , su questo non vi sarà alcuna tolleranza. […] dovranno imparare il tedesco e avere velocemente un lavoro».

dentato_50pxE l’Italia? Nel sito web dell’ISTAT, sezione immigrati, notizie sulla presenza straniera in Italia, salta subito all’occhio una notizia : la popolazione straniera in Italia ha difficoltà di apprendimento della lingua italiana, la media nazionale è rilevante, il 60,8%, con punte a Napoli del 74,3%. Milano 65,6% e Roma del 54,6%. La scolarizzazione obbligatoria abbraccia nell’anno in corso 622.000 studenti stranieri, rispetto ai 44.000 del 1995. Il bollettino ISTAT del 15 settembre(http://www.istat.it/it/archivio/168024) sul mercato del lavoro indica una disoccupazione totale del 12,4% del secondo trimestre 2015 – 11,6% quella italiana, 16,2% quella straniera – ed un tasso di occupazione del 56,3%, 59,2% quella straniera. L’integrazione nel mondo del lavoro e nella nostra società è ancora complessa: se le politiche di immigrazione devono essere volte alla sostituzione degli occupati che invecchiano, è un controsenso che la percentuale dei disoccupati stranieri sia più elevata della media nazionale. In conclusione il problema demografico e l’invecchiamento della popolazione mondiale è anche un problema europeo e italiano. In un futuro prossimo il mondo sarà più popolato, circa 10 miliardi di persone nel 2050, ma tutti più vecchi; probabilmente i consumi diminuiranno, le persone anziane infatti, orientano i consumi nei servizi, quali sanità, turismo, assistenza, non in prodotti di lusso o tecnologici; hanno una avversione al rischio, meno equity e più obbligazioni, sono più restii al cambiamento ed all’innovazione. Saremo anche più tranquilli, sono i popoli giovani i più propensi alla guerra, con il maggior tasso di conflittualità, ma saremo anche più vulnerabili: società aperte multietniche e multiculturali con i problemi ad esse correlate. L’immigrazione – come ricordato – è una potenziale risorsa, ad esempio gli immigrati in Italia, occupano posizione lavorative nei servizi e nell’agricoltura o nei lavori alienanti, rifiutate dai giovani italiani. Rimane necessario affrontare urgentemente il problema – alquanto complesso sia sotto il profilo economico che sociale –, verosimilmente emergerà in Europa una competizione selettiva migratoria fra gli stati membri. L’esodo di massa dai paesi africani e mediorientali riguarda anzitutto i confini più vicini: Grecia, Spagna, Italia. Questi ultimi, sono quelli che avranno, più di ogni altro paese europeo, serissimi problemi nella gestione del fenomeno, con ricadute negative di ordine pubblico e fomentazione di spiriti populisti e nazionalisti già in fieri nell’Europa cattolica, pragmatici in quella ortodossa e protestante.

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