Fare arte è “creare un’anima”, un sogno sostenuto dal simbolo, è un’”arte della breccia, della cruna d’ago, della soglia
Fare arte è “creare un’anima”, un sogno sostenuto dal simbolo, è un’”arte della breccia, della cruna d’ago, della soglia

Luce d’Occidente

L’ARTE EUROPEA, MEDIEVALE E RINASCIMENTALE, A DIFFERENZA DI QUELLA ORIENTALE ENTRA NELLA STORIA E CONTEMPLA LA LIBERTÀ

Molti anni or sono, un pensatore e un grande metafisico che risponde al nome di Silvano Panunzio, ha sostenuto la tesi che tra Oriente ed Occidente non vi debba essere scontro né sincretismo, ma una vera e propria sintesi. Lo ha fatto scrivendo più volte che “ex oriente lux”,  senza mai misconoscere e sminuire la grandezza della Sapienza nata in Europa.

dentato_50pxDa qualche invece tempo si assiste perplessi ad un curioso fenomeno di “critica” – o forse sarebbe meglio dire di “eccesso di autocritica” – che invece proviene da alcuni tra coloro che si occupano di argomenti inerenti alla metafisica e ad essa congiunti. Uno dei casi più interessanti e, purtroppo, frequenti è quello che vede diffondersi una sovrastima nei confronti dell’arte sacra orientale – quella cristiano ortodossa per intenderci – volendola ad ogni costo ritenere superiore a quella “decaduta” dell’Occidente europeo. Giunti a questo punto alcune delucidazioni in merito s’impongono.

dentato_50pxInnanzitutto va sfatato il falso mito – dovuto anche e purtroppo ad una critica eccessivamente negativa ad opera di alcuni studiosi delle tradizioni – che ha voluto vedere un decadimento dei significati spirituali dell’arte in Europa, dopo il Medioevo e nel successivo Rinascimento. A costoro e ai loro epigoni va fatto sapere che non esiste alcuna cesura tra il periodo storico e dunque culturale, che si è convenuto chiamare Rinascimento e quello che in modo altrettanto arbitrario, il “Secolo dei lumi” ha definito Medioevo con malcelato senso del disprezzo. L’uno – il Medioevo – fluisce nell’altro – il Rinascimento – compenetrandosi a vicenda in un gioco di chiaroscuro e di ri-evocazioni dell’antichità classica ovvero di quelle culture, di quei miti e tradizioni che il Medioevo non ha mai abiurato e che ritornano sotto un nuovo splendore grazie alla loro rinnovata scoperta.

dentato_50pxSi consideri che nell’area geografica e politica rappresentata dall’Europa occidentale fino ai suoi confini con l’oriente slavo e dal Nord fino alla Sicilia, nel secolo XV e anche nel successivo, coesistono aree di differente “sviluppo” culturale e dunque artistico. Esiste perciò quello che Juan Huizinga, molto efficacemente soprannominò “L’Autunno del Medio Evo”, un lungo periodo di tempo che è un “già e non ancora”, e che risulta essere per molti versi pienamente medievale e per altrettanti già pieno dello spirito della Rinascenza. Dunque non vi è alcun contrasto, ma soltanto un mutamente fluido e quasi impercettibile sul breve periodo, basti pensare che anche eventi epocali quali la “scoperta” del Nuovo Mondo influiranno sulla cultura europea soltanto in quello che allora era futuro.

dentato_50pxQuindi mentre in Italia, in Francia, in Germania e nei Paesi Bassi l’arte si rinnova, in altri luoghi, soprattutto nell’Est ortodosso, questo non avviene. Non ne diamo un giudizio né positivo né negativo, semplicemente va riconosciuto che le civiltà restate sotto l’influsso del cristianesimo orientale non hanno mai avuto quello che noi chiamiamo Rinascimento, così come già prima non avevano subito alcuna modificazione in seguito alla comparsa di Giotto sul piano artistico. Questo fatto, se da un lato rafforzerà l’aspetto più ieratico e anche mistico dell’arte d’Oriente, dall’altro lato la fossilizzerà fino a impedirne ogni sviluppo artistico ulteriore.

dentato_50pxVa anche aggiunto che si è voluto distinguere l’arte sacra da un’arte religiosa senza tener presente che il sacro si manifesta in forme differenti a seconda dei luoghi e delle epoche, quindi ritenere superiore un’icona di Novgorod ad un dipinto di Mathias Grunewald è una solenne sciocchezza degna di un’ignoranza faziosa senza pari; inoltre, così facendo si rischia di dimenticare che l’arte muta nel tempo e nel luogo anche secondo un disegno superiore adeguandosi all’uomo e che tali cambiamenti non sempre sono da considerarsi come negativi.

dentato_50pxCosì come non è da considerarsi sempre positivo il fatto di un’arte immobile e cristallizzata nel tempo come è avvenuto nell’Oriente cristiano di matrice bizantina.

dentato_50pxEsistono alcune “mancanze” di tecnica e di conoscenza nell’arte orientale, da quella architettonica a quella pittorica e scultorea che ha fatto sì che gli ortodossi si siano dovuti necessariamente rivolgere ai maestri europei per creare le loro opere, come è avvenuto per i russi che sono stati costretti a chiamare gli architetti italiani del XV secolo per progettare le loro cattedrali e basiliche in quanto incapaci di erigere l’arco di origine latina.

dentato_50pxPerciò, con buona pace di tutti coloro che reputano l’Isografia superiore alla pittura sacra e di argomento sacro occidentale, è facile affermare che le Icone non siano spiritualmente più attive di molti dipinti occidentali, oltre a dimostrarsi tecnicamente superate.

dentato_50pxTroppo spesso si dimentica che è l’arte occidentale ad essersi imposta poi non soltanto come valore assoluto, ma anche come valore spirituale e non quella orientale, in quanto quest’ultima limitata al solo aspetto cultuale. L’arte del resto è l’unica forma di conoscenza in grado di avvicinarci a Dio ed in grado di dimostrarne l’esistenza senza dover ricorre alla speculazione filosofica. Nessuna religione ha mai potuto esprimere in modo altrettanto efficace il concetto del Bello attraverso la bellezza come il Cristianesimo e soprattutto attraverso duemila anni di cattolicesimo. Così l’estetica dei dipinti Occidentali ha riportato il Divino nell’umano mentre traeva l’uomo verso Dio, non soltanto in modo passivo come il dipinto orientale, ma anche in modo attivo dandogli supporto e fungendo da scala verso il Cielo.

dentato_50pxL’arte di Caravaggio per esempio, così apparentemente concreta, in realtà basa i suoi dipinti sul pensiero di due grandi mistici e santi a lui molto vicini: Filippo Neri ed Ignazio da Loyola. E tutto questo mentre l’iconografia bizantina è rimasta immobile ed immutabile per secoli.

dentato_50pxDunque il valore dell’arte occidentale, sacra e profana – ammesso e non concesso che per circa milleseicento anni sia esistita una tale differenziazione – si rivela essere superiore a quella esclusivamente liturgica greco ortodossa. Va altresì sottolineato che tra le due diverse manifestazioni “artistiche” non esiste alcuna contrapposizione, quanto piuttosto una divergenza “intellettiva” che era già stata sanata da mirabili artisti che hanno saputo fondere nelle loro opere la lux orientis con l’anima e lo spirito dell’Occidente, e dunque anche l’estetica che viene dall’Europa.

dentato_50pxEcco allora tutti i grandi pittori del Quattrocento italiano, insieme a quelli fiamminghi e poi germanici che hanno compreso questa lezione di altissima mistica riunendo così nelle loro tavole il Sole e la Luna, sotto il segno del Cristo.

dentato_50pxPavel Florensky nel suo libro Le Porte Regali chiama “arte della discesa” il creare una vera immagine, o una “veronica” – ovvero “vera icona” – mentre William B. Yeats  in Anima Mundi predilige un processo inverso, ascendente, secondo il quale le immagini dell’arte devono “salire” liberandosi dal grezzo substrato psichico che reca – come i dèmoni – un inganno. Una volta che l’artista sia riuscito a risalire alla sfera sovrasensibile potrà nuovamente discenderne e trasporre nella sua creazione artistica quei simboli “incarnati in immagini”  che diverranno realtà in quanto basati sull’esperienza di uno stato dell’essere ancora più alto. L’”arte della discesa” diviene dunque un “tempo teleologico” mentre quella dell’ascesa crea un’immagine fantastica.

dentato_50pxFare arte è dunque “creare un’anima”, un sogno sostenuto dal simbolo, è un’”arte della breccia, della cruna d’ago, della soglia”.

dentato_50pxEcco dunque perché sorrido quando leggo mirabolanti e astruse sovrastime – soprattutto da parte di sedicenti cattolici – al riguardo della superiorità presunta dell’arte bizantina su quella latina, sorrido perché m’immagino la loro inconsapevole mancanza di cultura e conoscenza del nostro immenso e impareggiabile patrimonio artistico, con ciò siamo lieti di lasciar loro tutte le icone d’Oriente e continuare noi a goderci la Bellezza, del tutto occidentale, dei nostri dipinti.

 

COMMENTA

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  1. Credo, per esperienza, che “l’arte ortodossa orientale” sia rimasta statica e circoscritta ai soli aspetti liturgici nei secoli, non solo per la mancanza di spiriti di rinnovamento, cioè, in definitiva del continuo rimestarsi di quel fermento sociale fatto anche di guerre e sciagure pressocchè continue, come in Occidente, ma per una precisa scelta teologica, quanto ai risultati espressivi, come pure di evocazione teurgica del sovrasensibile, per gli aspetti psicologici.
    La scelta è solo stata quella di conservare la tradizione e di riprodurla senza interazioni mondane, cosa che, d’altronde, s’impone come dogma in ogni vera religione o filosofia. Come nella preistoria e nella protostoria di tutti i continenti, dove si riescono a ricostruire i quadri culturali solamente sulla scorta degli aspetti degli aggregati materiali e tradizionali o “clusters” rimasti costanti nei secoli. Ed ancora, ad esempio, in tutta la Grecia, dove le chiese vengono anche oggi costruite con gli stessi parametri architettonici di centinaia d’anni fa e, poco importa se esteriormente risultino probabilmente assai più simili a dei casermoni che dei luoghi di culto: si vuole solamente che assolvono alla stessa funzione simbolico-evocativa, allora come ora.
    Le Courbusier, Gaudì o Alvar Alto, nati in Grecia, come in ogni paese che rispetti ed onori le proprie radici culturali, si sarebbero dovuti adeguare, o avrebbero cambiato mestiere.
    Quando si ha la consapevolezza che la propria concezione dell’assoluto non possa e non debba “venire a contatto con alterità” perché questa schiude spiragli di luce e consapevolezze che corrono il rischio di venir contaminate; quando nella contemplazione e nel silenzio a stento già si percepisca qualcosa che amorevolmente ed a tutti i costi non si voglia far dissolvere; quando ci si prepara per settimane in spiritu et corpore all’ atto di dipingere un’icona, come ad una cerimonia sacra, allora siamo ben oltre a quanto in occidente si voglia categorizzare come “arte”. Quanto detto, ovviamente con licenza, dato che nei suoi infiniti significati, usi ed abusi, il termine “arte” potrebbe includere anche questo.
    E’ risaputo che nel Rinascimento l’arte sia uscita dagli schemi formali e sostanziali medievali, che tra l’altro sottintendevano ispirazione divina nell’artista e sia divenuta comunque più umana e laica. E’ giusto che questo fenomeno sia visto come una trasfusione fluidica: non se ne può certo fare un rigido demarcatore delle epoche.
    Ora, mi domando: i nostri assoluti artisti di quell’epoca, i tonalisti, i manieristi, o addirittura lo stesso Caravaggio, sensibili quanto si voglia, compivano ancora un’opera spirituale quando si accingevano a dipingere, intendo dire, s’inchinavano al divino e lo trasponevano nell’atto creativo con un motu sussistente dell’animo, talvolta percepibile anche oggi nelle raffigurazioni (nonostante il disturbo continuo di musei e gallerie, per non parlare delle spesso bècere disposizioni espositive) o mettevano solo in pratica i virtuosismi di una sperimentata artigianalità? Operavano una clausura monastica e contemplativa quando lavoravano, unendo immanenze della propria anima al manufatto o solo adoperavano la propria destrezza pittorica, per intenerire i committenti? A partire da quando l’Arte ha definitivamente cessato di essere specchio di tecniche spirituali?

    1. Ovviamente sono di differente avviso, soprattutto per ciò che riguarda l’interpretazione “negativa” sull’arte rinascimentale. Per la domanda sul “quando” invece ci sono due punti di flesso, strettamente connessi tra loro: il primo “quando” è la fine del XVIII secolo ovvero la Rivoluzione Francese, il secondo “quando” è il secondo dopoguerra con definitiva demolizione grazie al Concilio Vaticano II.

  2. Concordo pienamente, anzi più che pienamente. Lo sai. Dividere la storia in cassetti ed “epoche” è una stupidaggine che però… fa scrivere i libri di storia per le scuole; così come dividere l’arte in periodi è una ignoranza tutta moderna che crea le gallerie divise per “epoche”. Ritengo che questo sia l’eterno riaffacciarsi della necessità di categorizzare e di definire, per rendere accessibile alla testa ciò che passa per il cuore. E’ il cincischiamento del critico d’arte che non sa dipingere, del critico musicale che non sa suonare, e del critico letterario che non sa scrivere.
    Vecchio problema arcinoto, che alimenta la infinita serie di “vorrei ma non posso” che costella l’universo dei sedicenti addetti ai lavori che è composto in buona parte da chi legge, parla di ciò che ha letto, invidia ciò che non capisce e infine si identifica con le fiabe di Fedro, di Esopo, ecc.. Medioevo Rinascimento, mondo classi
    co. L’uomo cerca se stesso, Dio e la conoscenza. Cambiano i pennelli, le prospettive, ma la Verità non cambia..

    1. Mi permetto di consigliare un’attenta lettura di questo sito web: “sito dedicato a Tommaso Palamidessi, l’icona”, oppure il secondo capitolo, paragrafo 3 dal titolo “Il culto ortodosso dell’immagine” del libro “L’Icona, Immagine dell’Invisibile” di Egon Sendler, sempre che sia in ristampa (ediz. Paoline Srl -Cinisello B.- 1985), dove c’è questa bellissima esposizione che riporto testualmente essendone scaduto il copyright: – “L’adorazione, in senso stretto di “latrèia”, “latreiotikè proskynesis”, è riservata a Dio solo. Alle icone, come pure alla Vergine e ai santi, non può essere reso il culto della “venerazione” relativa, “proskyìnesis schetikè”, o di “onore”, “timetikè proskynesis”. La venerazione non si rivolge mai all’immagine, ma per il suo tramite, a colui che è rappresentato, poiché, nella sua essenza, l’immagine è una realtà relativa. Tuttavia, quando il culto è reso all’immagine di Cristo, questa venerazione diviene adorazione, poiché è rappresentato il Verbo incarnato”.
      Non mi pare che nei nostri autori Rinascimentali sia presente qualcosa di lontanamente simile, semmai l’Occidente, quanto agli aspetti teologici delle immagini sacre è rimasto sotto la frana provocata dai concilii ecumenici dell’anno 731 e dell’anno 787 contro l’iconostasi degli imperatori d’Oriente, ove prima papa Gregorio III e poi papa Adriano I imposero rigidamente il libero culto delle immagini, così il credo apostolico romano è presto scivolato nell’adorazione diretta dei San Gennaro in calce e colla e delle pur bellissime raffigurazioni delle Madonne italiche (facendole addirittura piangere, sanguinare, ecc.ecc.).
      Nel contempo la penisola, ulteriormente indebolita dai contrasti religiosi, restava ancora ancor più prostrata nella morsa dei Longobardi.
      Non credo inoltre che si debba scendere tanto in basso quanto la Rivoluzione Francese per definire storicamente il momento ‘post quem’ della de-spiritualizzazione del manufatto artistico, basta fermarsi storicamente e in senso un po’ più laico alla de-spiritualizzazione della stessa Chiesa occidentale.

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