Si spiega che il trionfo di Trump inizi a preoccupare gli ambienti economici e finanziari americani.
Si spiega che il trionfo di Trump inizi a preoccupare gli ambienti economici e finanziari americani.

Le conseguenze economiche di Donald Trump

Le tesi economicamente scorrette del candidato repubblicano implicano un aumento del tasso di risparmio negli Stati Uniti

Le tesi della signora Clinton paiono sbiadite, in ritardo di vent’anni; quelle dei suoi avversari Sanders e Trump invece  hanno almeno una loro coerenza. Infatti le tesi economiche di  Sanders, e questo spiega il suo successo tra i keynesiani, implicano il conclusivo annientamento del tasso di risparmio degli americani avviato dal presidente marito della Clinton con la globalizzazione.  Quelle di Trump implicano invece la svolta opposta; più risparmi e meno apertura internazionale. Forse perciò nella campagna elettorale degli Stati Uniti le tesi economiche estreme di destra o di sinistra persuadono gli elettori dei due fronti più di quelle della Clinton. Trionfa infatti Trump, ma Sanders, senza speranze per la nomination, non si da per vinto e raccoglie consensi. Eppure non sono le tesi di costui a preoccupare l’establishment degli Stati Uniti.  Sono le tesi di Donald Trump a rappresentare la vera svolta economicamente scorretta di questa campagna elettorale.

dentato_50pxTrump è ritornato a prendersela con il maggior partner commerciale degli Stati Uniti, la Cina, da lui incolpata di rubare posti di lavoro agli americani. E del resto tra le sue proposte c’è appunto quella di elevare fino al 45% i dazi sulle importazioni di beni cinesi. L’argomento è certo ben trovato, per catturare voti; eppure non v’è dubbio, preoccupa l’establishment economico degli Stati Uniti. E non solo perché l’anno scorso i conti esteri americani sono stati in deficit con ben altre cento nazioni. Ma perché il surplus commerciale dei cinesi ha origine non solo e non tanto dalla loro laboriosità o da espedienti. La pressione che esso esercita sui lavoratori americani ha origine piuttosto dagli squilibri dell’economia americana. Come si osserva con buone ragioni, e da parte dei più autorevoli commentatori, non è trattabile a parte.

dentato_50pxDa decenni ormai a nutrire il deficit dei conti esteri americani è il difetto di risparmio degli Stati Uniti, in altri termini il vivere degli americani oltre i loro mezzi. Nel quarto trimestre dell’anno trascorso il risparmio totale statunitense compreso il settore statale è ammontato ad un misero 2,6% del prodotto loro, una cifra dimezzata rispetto alla media già non alta degli ultimi tre decenni del secolo trascorso. Ed è appunto questo squilibrio, che intanto si è aggravato, a richiedere il paradosso che la nazione più prospera del mondo, gli Stati Uniti, debba attirare risparmi dal resto del mondo. Neppure l’enorme privilegio di emettere quella che resta la principale moneta di riserva internazionale basterebbe a colmare questa necessità di risparmi. Per ottenerli gli Stati Uniti devono equilibrarsi con l’economia cinese nutrendo il massiccio deficit dei loro conti esteri, senza del quale non avrebbero potuto attirare negli anni trascorsi i risparmi della Cina.

dentato_50pxTrump non si cura troppo di questi argomenti nella campagna elettorale; e perciò i suoi sentimenti anticinesi sconcertano le aristocrazie venali della nazione e gli economisti keynesiani ad esse coerenti. Costoro richiamano, certo a ragione, i danni indotti dalla sostituzione dell’importazioni cinesi: l’import di beni da altre nazioni costerebbe infatti di più e impoverirebbe il potere d’acquisto degli americani. E tuttavia tacciono il fatto che la svolta mercantilista di Trump implica finalmente la correzione degli eccessi di consumo americani e un aumento del loro tasso di risparmio. In breve si spiega che il trionfo di Trump inizi a preoccupare gli ambienti economici e finanziari americani. Tuttavia c’è da prevedere che nei prossimi mesi, e soprattutto nell’eventualità di un’elezione, le sue posizioni si ammorbidiscano.

dentato_50pxFinora esse restano però almeno incomplete, e non si capisce ancora quanto egli sia consapevole che idee economiche come le sue richiedano una rottura totale con gli equilibri economici che gli Stati Uniti hanno assecondato da molti decenni. Non che le proposte di Bernie Sanders, di espandere in misura impressionante il deficit americano, che piacciono a buona parte dell’elettorato giovane del partito democratico, siano per Wall Street più tranquillizzanti, esse implicano un aumento imponente del difetto di risparmio americano. E tuttavia sono coerenti con la globalizzazione. Comunque sia è sintomatico che i consensi siano cresciuti per i sostenitori dei calcoli più opposti a quelli consueti dell’élite finanziaria, o semplicemente a quanto s’è finora considerato il buon senso economico nel governo dei flussi finanziari mondiali. E’ presto per dire se si sia di fronte a un’effettiva svolta mercantilista, perché di questo si tratta nel caso di Trump. Tuttavia è sintomatico della confusione del momento che Trump rappresenti non solo il politicamente scorretto ma anche l’economicamente scorretto.

 

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