Jules Renard che nella rondine vedeva un giocattolo del vento

Pel di carota è il suo libro più noto ma è negli aforismi e nelle visioni d’un particolare che Renard svela quasi tutto

Tra Otto e Novecento il genere del diario si diffuse in Francia producendo ottimi campioni letterari, firmati da Stendhal, Joubert, Baudelaire, Leon Bloy, Gide, Valéry, Léautaud, Camus, Larbaud e Cioran. Ma tra tutti spicca il seducente Journal di Jules Renard, scrittore nato nel 1864 che trascorse buona parte della vita a Chitry, appartato villaggio di cinquecento anime. Andò anche a Parigi, ma invece di studiare tentò la vita letteraria, cominciando a scrivere romanzi, storie paesane e schizzi parigini.
Il suo romanzo più importante è Lo scroccone (1892); nel 1894 uscì Pel di carota, la sua opera più nota, arguta narrazione di una sconsolata adolescenza; nel 1896 pubblicò le Storie naturali, pittoresche e umoristiche istantanee sul mondo animale. Ma il diario su cui prese annotazioni fino ai suoi ultimi giorni di vita (1910) sta tra gli esempi più belli della letteratura europea, capolavoro d’introspezione e ironia, documento traboccante di ritratti e caricature, di aneddoti e colori, ma anche prova di un perenne fermento ideativo.
Per Renard costituiva un vero quaderno di note senza alcuna ambizione di sbocco editoriale, ma con la consapevolezza che si trattava del più importante appuntamento di scrittura quotidiana, come annotò il 14 novembre 1900: «Leggo qualche pagina di questo Journal, alla fine dei conti è ciò che di meglio e di più utile avrò fatto nella mia vita». Rimasto in forma manoscritta, il diario fu in parte distrutto dalla vedova, che non ne riconosceva il valore; comportamento censorio di cui possiamo anche comprendere le ragioni se consideriamo che i taccuini del marito sono traversati da umori crudeli. Proverbiale in Renard è infatti la cattiveria, di cui il suo diario è una miniera: «C’è in me un bisogno quasi incessante di dire male degli altri, e una grande indifferenza verso di loro nel farlo». Il perfetto compendio di questo umore è la nota del 16 maggio 1894: «Non è sufficiente essere felici: bisogna anche che gli altri non lo siano».
Dotata di questa singolare miscela di perfidia ironica, l’opera produce infine un aroma gradevolmente aspro, riuscendo a esprimere al meglio la mentalità anarchica e solitaria dell’autore. E non fu un caso che, nella Francia degli intellettuali “impegnati”, la caustica schiettezza di Renard fosse sdegnata. Ne è un buon esempio il saggio L’homme ligoté: notes sur le Journal de Renard che Jean-Paul Sartre scrisse nel 1945, nel quale l’autore esprime dispregio per ciò che è breve e non argomentato: a Renard «non è mai venuto in mente che un’idea possa prendere corpo in un capitolo, in un volume». Insomma, secondo Sartre, Renard non aveva idee: «Il suo silenzio voluto, studiato, da artista, maschera un silenzio naturale e inerme: non ha nulla da dire».
Renard è insomma censurabile in quanto autore non impegnato; il vero scrittore contemporaneo, infatti, «si preoccupa innanzi tutto di presentare ai lettori un’immagine completa della condizione umana»; e insomma, «oggi si considera piuttosto spregevole un libro che non rappresenti un impegno». Ora, non è detto che Sartre abbia ragione; non coglie ad esempio che il bello del Journal di Renard sta proprio nella scrittura silenziosa, nelle fantasticherie marginali, nella “preghiera quotidiana” costituita dalla scrittura.
Si è comunque già compreso che questo diario è dotato di un carattere che in prima battuta non salta all’occhio: alcuni dei pensieri che Renard quotidianamente annota assumono involontariamente la forma dell’aforisma; brevi lampi che, nell’insieme, testimoniano che davvero «c’è sulla terra un paradiso frantumato».
Una panoramica del quale è stata ora a mia cura pubblicata (Jules Renard, Il cervello non ha pudore: aforismi involontari, Stampa alternativa, 2014). Sono pagine nelle quali è possibile imbattersi nella formulazione classica della maxime, quella che richiama lo stile dei salaci moralisti francesi di Antico Regime («La modestia è sempre falsa modestia»), ma affiora anche quel bel tipo di aforisma che si profila come una analogia visiva tra oggetti e creature. Può trattarsi di un’osservazione naturalistica che avvantaggia poeticamente i caratteri dell’immagine («Le rane ridono, con le due zampe unite al collo»), ma la formula che più attrae è quella dell’analogia metaforica: «Gli alberi, pecore del bosco»; «La rondine: il giocattolo prediletto dal vento»; «Farfalla: fiore vagabondo»). Si tratta di semplici osservazioni di fatti naturali che, nate da suggestioni del camminare all’aria aperta, accostano due realtà: gli alberi, se ammassati nella foresta, possono sembrare una mandria, e così la farfalla – sotto un certo taglio di luce – un fiore che svolazza.
La possibilità di ottenere aforismi dal tessuto del diario sorge da una questione di fisiologia: nella vita Renard seppe applicare quell’understatement di cui sono capaci le anime di campagna, il non volerne sapere delle mode letterarie e testardamente isolarsi in un villaggio piuttosto che ambire ai larghi spazi della metropoli.
Jules amò certamente anche Parigi, ma non appena era lì, ecco che il pensiero correva a Chitry, perché Parigi è città senza fiori e senza contadini: «L’idea di patria è un’idea cittadina. La piccola patria: è la grande, è l’unica». La grandezza sta nella piccola misura, o meglio nel grande spazio che si può trovare all’interno di se stessi: «Vado a spasso nell’interiorità, sul mio lago di noia. Vi faccio delle piccole passeggiate gioiose».
Questo gusto della limitatezza lo fece diventare maestro nell’arte della brevità: «Non amo scrivere che piccole cose, en artiste; non mi arrischio su libri di precisione, biografie, critiche. I romanzi mi disgustano, i versi mi affaticano», registrò nel 1895. Ecco perché nella sua vita il romanzo lasciò progressivamente posto al racconto, per approdare infine alle frasi lapidarie del Journal. E di questa qualità di scrittore incline alla brevità, Renard ebbe piena consapevolezza: «Non sarò mai altro che un bloc-notes letterario». Andiamo dunque a leggere alcuni frammenti di questo bloc-notes, quelli appunto di sapore aforistico:
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Io sostengo che una descrizione che supera le dieci parole diventa meno evidente.
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Quei momenti in cui si vorrebbe dire a un sole pigro: «È l’ora. Alzati!».
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Un amico è come un abito. Bisogna lasciarlo prima che sia logoro. Altrimenti sarà lui a lasciare noi.

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Quante persone hanno voluto suicidarsi, e si sono limitate a strappare la propria fotografia!
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Gli uomini della natura, come solitamente vengono chiamati, non parlano quasi mai della natura.
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L’orrore per i borghesi è cosa borghese.

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Si ha un bel fare: fino a una certa età – non so quale – non si prova alcun piacere a chiacchierare con una donna che non può essere la tua amante.
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Amo gli uomini di più o di meno a seconda che riesca a trarre da loro più o meno annotazioni.
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Avido di conoscere tutto, di essere al corrente, sono giunto ad amare i libri molto brevi, facili da leggere, che siano spaziosamente stampati e pieni di parti bianche, per poterli riporre il più presto possibile nella mia biblioteca e passare ad altro.
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Cercate il ridicolo in ogni cosa: lo troverete.
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Le stoviglie crepate durano più delle stoviglie integre.
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Non bisognerebbe mai far passare, senza fare un capolavoro, la stagione – così breve – in cui si crede alla letteratura.
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Il critico è un botanico. Io sono un giardiniere.
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Prendere per il collo l’idea che fugge e schiacciarle il naso sulla carta.
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Di un vecchio ombrello diciamo che ce l’ha prestato un amico.
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Si propongono di vivere a partire dai sessant’anni.
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Non capisco nulla della vita, ma non dico che sia impossibile che Dio ci capisca qualcosa.
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Ti amo come quella frase che mi è venuta in sogno, e che non riesco più a trovare.
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Il paradiso non è sulla terra, ce ne sono solo delle briciole. C’è sulla terra un paradiso frantumato.
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Portare i propri libri scritti sulla faccia.
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Contentarsi di poco danaro, anche questo è talento.
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Il gusto della morte non può andare senza il disgusto di tutto il resto.
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Chiunque viaggia molto, conserva poco.
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La vecchiaia arriva improvvisamente, come la neve. Un mattino, al risveglio, ti accorgi che tutto è bianco.
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L’uomo, questo condannato a morte.
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Ho orrore della rima, soprattutto nella prosa.
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La vita è breve, e tuttavia ci si annoia.
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L’uomo felice e ottimista è un imbecille.
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Detesto il lavoro, ma adoro il mio studiolo di lavoro.
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Libero pensatore. Pensatore sarebbe sufficiente.
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Il piacere di lavorare solo la domenica.
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Avere una madre, e non sapere di che parlare con lei!
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Nato per vangare un campicello, vorrei dissodare la terra intera.
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Il sole si alza prima di me, ma io mi corico dopo di lui: siamo pari.

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  1. Secondo i vari Sartre, quindi, gli haiku sarebbero insipiente spazzatura… e l’arte della sciabola un uso del coltello da cucina.