Marinetti trascrive nelle pagine di “Una sensibilità italiana nata in Egitto” la poesia dei propri ricordi. Scritta al ritorno dalla Russia l’opera rimane inedita per lungo tempo pur essendo uno dei suoi pezzi migliori
Marinetti trascrive nelle pagine di “Una sensibilità italiana nata in Egitto” la poesia dei propri ricordi. Scritta al ritorno dalla Russia l’opera rimane inedita per lungo tempo pur essendo uno dei suoi pezzi migliori

Pea, Pound, Marinetti al sole d’Egitto

Tra fine 800 e inizio novecento Alessandria e il Cairo sono il crogiuolo di formazione di individualità destinate a lasciare un segno indelebile nella cultura contemporanea

Il clima di Alessandria e del Cairo a quell’epoca, negli anni correnti dal 1885 al 1910, doveva essere stato singolare dato che presso la comunità italiana in Egitto si trovarono alcune individualità destinate – come il fondatore del futurismo – a lasciare una traccia nelle lettere italiane. Basti nominare Ungaretti e l’obliato Enrico Pea, il quale era lucchese di origine, provenendo però dalla Versilia apuana e non dalla limitrofa val di Serchio come il poeta di Allegria di naufragi. Una ulteriore presenza quasi inaugurale di quella stagione della letteratura italiana in oltremare la si era avuta nel passaggio colà di D’Annunzio, che su El Nar, un cavallo baio onorato al pari del Bucefalo di Alessandro di tramandare alla memoria il proprio nome, compie le cavalcate nel paesaggio desertico ricordate nel Libro segreto in parallelo alle visite nella biblioteca Khediviale dove il poeta d’Alcyone, accanito bibliofilo, ha modo di ammirare i capolavori dei grandi calligrafi egiziani. Se di Ungaretti in Egitto qualcosa già si sa, di Pea nulla trapela se non si legga un raro suo libretto nel quale è ricordato il bel tempo trascorso al Mex, una villa nei pressi del mare di un poeta francese dove erano soliti trovarsi, in una sorta di filosofico convivio coll’ospite, tanto l’autore stesso quanto il corregionale Ungaretti.

dentato_50pxNoi conosciamo un Pea prosatore di vaglia e compagno di estati versiliane di Eugenio Montale cui è accomunato dalla lingua scabra e densa nell’espressione, eppure nella fiorente stagione egiziana, al Mex e poi alla “casetta rossa” con gli anarchici, il Pea fu anche un poeta. Fra i sonetti del Mex ve ne sono di belli, pervasi d’un’interiore e contemplativa gioia di vivere in un clima marino, fiorito e bruciato dall’accecante sole che inebria da sette millenni la patria delle piramidi. Il passaggio egiziano di Pea ha comunque un altro testimone d’eccezione che a quella stagione del Lucchese si interessò e però in una forma che esulava dall’aspetto solo letterario: Pound.

dentato_50pxIl bardo americano, stabile in quel di Rapallo già dai primi anni 30, aveva intrapreso la traduzione inglese di Moscardino, il romanzo di Pea, e lo aveva segnalato come un nuovo culmine stilistico della nostra lingua. Dal contatto epistolare con il Lucchese, saputo da questi della sua passata attività egiziana di mobiliere negli inizi del secolo, Pound, che a sua volta andava elaborando gli epici onnicomprensivi Cantos, pose a Pea pure tutta una serie di curiose domande sullo sfruttamento degli egiziani da parte del colonialismo inglese e sull’opera funesta della Anglo-Egiptian Bank. Il Lucchese, impresario, costruttore e commerciante in Alessandria, era stato colui che la sede della Banca aveva sontuosamente ammobiliato con scrittoi di legno mogano rosso.

dentato_50pxLa corrispondenza con Pound è documentata a brevi scarne linee dal Pea nel capitolo di un’interessante volumetto, dal titolo “Memorie e fughe”, nel quale la prosa dell’Autore, per arte di concisione, si eleva in molti passi a poesia del ricordo.

dentato_50pxIl paesaggio di Memorie e fughe non è più quello acceso dal sole del Nilo, ma è protetto all’ombra delle Apuane. Non è il fiume che ramifica in un delta maestoso a solcarne il suolo ma una teoria di rivoli che solo nella stagione autunnale e in quella primaverile si gonfiano con le piogge o la neve disciolta delle cime marmifere. Di tali corsi d’acque l’unico che può prendere l’aspetto d’un fiume è il Cinquale. Memorie e fughe torna dunque con l’esperienza d’una vita matura sui luoghi della puerizia paesana di Moscardino.

dentato_50pxNel capitolo, racconta il Pea che dell’Americano ne aveva già udito parlare da altri letterati per via delle ardite magherìe stilistiche. E avvenne che il Lucchese, con la guerra che già divampava, ricevesse d’improvviso una prima lettera del bardo d’oltremare il quale gli richiedeva un incontro per chiarire il senso di alcune parole introvabili sui vocabolari e usate nelle pagine di Moscardino. Nella lettera Pound precisava il motivo di ciò, aveva infatti intrapreso la traduzione inglese del romanzo paesano. In quel di Viareggio al caffè sul lungomare Pound arrivava in carrozzella, e qui vorrei dire con l’isvoscia traballante, essendo sceso alla stazione della città balneare dal treno proveniente da Rapallo. Pea rammenta il capo a chiome rosse del poeta americano, ed il viso dal tratto fine, allungato da una barbetta vagamente mefistofelica sulla quale, in ragione dell’età, albergavano fili bianchi frammisti a quelli rossi. Fu simpatia a prima vista fra i due scrittori, dato che, racconta Pea, la simpatia nasce sempre bilatera come l’amore. Pound, che il Lucchese descrive figura raffinata e barbara ad un tempo, dal portamento vivo e dalla vestitura in apparenza trascurata e invece di signorile severità, aveva con sé una valigetta dalla quale, seduti al caffè, estrasse una curiosa macchina da scrivere portatile. Sul nastro di questa era preparato il foglio con sopra scritte le parole che avevano motivato il viaggio. Di ogni parola del gergo versiliese Pound  scriveva poi a lato il corrispondente termine inglese. Ne rammento una, nassa, quella particolare rete di foggia cilindrica a porte consecutive attraverso le quali i pesci si inoltrano come in un labirinto per non più uscire e finire così in una pentola che prepari l’acquacotta o il caciucco.

dentato_50pxFu un anno, quello, di frequenti incontri: Pound faceva la spola fra Rapallo e Roma per attendere alle sue famose radioconversazioni presso l’EIAR che gli cagionarono l’attenzione inquisitoria da parte delle autorità americane. Finito ogni incontro occasionato dal delucidare il senso dei termini irreperibili sui vocabolari, veniva per Pound l’ora del ritorno. Pea nel suo capitolo, ora lo rivede verso l’addio , con la memoria divenuta del tutto visiva: lo accompagnava in stazione ma il treno per Rapallo, che era già arrivato, stava pure lentamente ripartendo fra gli sbuffi di vapore. Erano chiusi i cancelletti per la banchina ma Pound, così racconta il Lucchese che potè assistere estasiato alla prodezza, non perse tempo in saluti, assicurò nella mano sinistra la maniglia della macchina da scrivere, prese lo slancio, scavalcò un cancelletto e s’arrampicò sul treno già decisamente in moto. Con la prestanza d’un Boy americano che salti in groppa a un cavallo fuggiasco.

dentato_50pxPea non vide più il poeta dei Cantos. Solo gli arrivò, dalle strettoie dei reticolati – in Metato, nella Maremma Pisana – della captività cui era incorso l’Americano, un ambito saluto, tinto di rosso mogano, come gli scrittoi della Banca in Egitto: colore e richiamo, della simpatia che Pound aveva avuto per il Lucchese fin dal primo incontro. Simpatia onorata infine pure nei Canti Pisani.

dentato_50pxMarinetti trascrive nelle pagine di “Una sensibilità italiana nata in Egitto” la poesia dei propri ricordi. Scritta al ritorno dalla Russia l’opera rimane inedita per lungo tempo pur essendo un’espressione delle sue più belle. Con una prosa che finalmente ha superato i toni oltre misura dei bei tempi futuristi ed è classica ma non antiquata, la “sensibilità italiana in Egitto” racconta di un poeta che riscopre, nel triste passaggio d’una guerra ben lontana dall’essere igiene, di avere avuto, un dì di tante stagioni addietro, solo quattordici anni. Atmosfere episodi e figure si ricompongono nel nitido ricordo di “Tom” e appare come restituita alla vita, per un istante, la giovane e fiorente madre prematuramente scomparsa, che porta il figlio già pieno di fantasia alla passeggiata in riva al mare nel tramonto. O lo accompagna, fiera della precoce intelligenza, nella casa dove l’anziano poeta greco Costantino Kavafis ai discepoli distilla quel lontano ricordo che viene acceso negli Europei che abbiano soggiornato a lungo all’ombra delle Piramidi e di poi si trasmuta in poesia:

 

                               dentato_50pxe se frantumati i loro simulacri,

                               dentato_50pxnoi li scacciammo dai loro templi,

                               dentato_50pxnon per questo sono morti gli Dei.

 

 

 

dentato_50pxImmagine secondaria: via Wikimedia Commons.

 

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