Come la sabbia, l’Islam si alza a folate, si diffonde con la violenza delle tempeste o con l’avanzare strisciante della desertificazione
Come la sabbia, l’Islam si alza a folate, si diffonde con la violenza delle tempeste o con l’avanzare strisciante della desertificazione

Islam politico e nomos della sabbia

gli islamisti puntano a realizzare il Paradiso in terra per i musulmani, edificando lo Stato Islamico

Non vi è dubbio che la cosiddetta prima globalizzazione, a cavallo tra il 19º e il 20º secolo, diffondendo il capitalismo, la modernizzazione e i loro effetti disgreganti sugli ordini e le identità tradizionali abbia contribuito a provocare movimenti di reazione e di ritorno all’indietro, verso identità anche solo immaginate (la romanità, la razza ariana) che servivano a legittimare i fascismi novecenteschi.

dentato_50pxProprio in quegli stessi anni, dopo l’abolizione delle ultime vestigia del Califfato da parte di Atatürk nel ’24, l’egiziano Hassan al Banna, traumatizzato dopo un viaggio negli Stati Uniti, fondava la Fratellanza Musulmana, movimento impostato sul rifiuto della modernità corruttrice dei costumi, sull’odio verso gli alfieri della stessa, gli ebrei, sullo sforzo dal basso per costruire lo Stato Islamico che, ramificandosi nell’economia e nella società attraverso il controllo delle corporazioni, si curasse anche solidalmente delle fasce più deboli della umma, la nazione islamica.

dentato_50pxQuesto elementare rilievo, non solo ideologico ma pure temporale, andrebbe rammentato ai tanti sinistrorsi apologeti dell’ex-presidente egiziano Morsi e a quanti vedono oggi nella Fratellanza, organizzazione transnazionale con milioni di iscritti ed una grande potenza economica e mediatica, un interlocutore legittimo, faccia presentabile di quel famigerato Islam moderato di cui tutti parlano ma che nessuno ha davvero mai visto.

dentato_50pxL’attualità più drammatica ci presenta invece il computo quotidiano dei morti dell’altro Islam, quello che non cerca di imporre la sottomissione in maniera obliqua e passando per le urne, ma con il terrore delle bombe, degli assalti all’arma bianca, degli attacchi suicidi, delle decapitazioni. Cambia il modus operandi: strategia bottom-up e para-democratica da una parte (una testa, un voto, una volta sola), avanguardia rivoluzionaria (Che Guevara direbbe foquista) dall’altra. L’obiettivo resta lo stesso: come il comunismo,esprimendosi in forma partito ed in forma brigatista, prometteva il Paradiso in terra per gli operai (con gli esiti ben noti), così gli islamisti puntano a realizzare il Paradiso in terra per i musulmani, edificando lo Stato Islamico.

dentato_50pxTrattasi però di Stato affatto diverso da quelli europei, dove la forma statuale è sorta e si è posta sulla base di quello che Carl Schmitt ha chiamato “nomos della Terra”, l’atto originario di localizzazione, delimitazione spaziale e posizione su di un territorio dal quale scaturisce l’ordinamento. Se proprio degli inglesi è stato il nomos dell’Acqua, simboleggiato dal loro dominio dei mari e dal prevalere delle forze liquide dei commerci e della finanza; se, come intuito da Geminello Alvi ne Il Secolo Americano, è degli yankees il nomos dell’Aria, poiché attraverso l’etere si diffondono i modelli di vita, di consumo, di omologazione culturale che consolidano, gramscianamente, il potere sul consenso (prima ancora della preponderanza dell’Air power a stelle e strisce); ci sembra, allora, che proprio dell’Islam sia invece il nomos della Sabbia, espressione che ha in comune, con le precedenti varianti degli angli, la natura di ossimoro, giacché non possono darsi limiti né demarcazioni sulla sabbia (come d’altronde sull’acqua o nell’aria), basta un vento a spazzarle od espanderle.

dentato_50pxCome la sabbia, l’Islam si alza a folate, si diffonde con la violenza delle tempeste o con l’avanzare strisciante della desertificazione. Non edifica nulla, si posa su ciò che trova, lo corrode, lo seppellisce. Echeggia come nenia negli spazi e nelle menti vuote, trovando la propria forza e la propria novità, come rilevato da Chesterton nella Nuova Gerusalemme, nella reiterazione di un messaggio semplice, di riscoperta dell’ovvio: che “Dio è grande”, verità rivoluzionaria per l’uomo dimentico di tutto. Non vi è sillogismo in quella nenia, nessuna ascesa verso la complessità, come nel Credo di Atanasio, solamente sottomissione livellatrice, spersonalizzante, semplificante, terrificante.

dentato_50pxLo scontro otto-novecentesco tra la Sabbia e l’Acqua aveva generato una qualche coesione dietro agli ideali del panarabismo, che si imbarcò in un difficile cammino di invenzione della nazione e di state-building, rivelatosi insostenibile per via della frammentarietà di quelle società e sfociato, infine, nell’occupazione dello Stato da parte di famiglie (Ben Alí in Tunisia), clan allargati (i Tikriti in Iraq), sette religiose (gli Alawiti in Siria) e caste (i militari in Egitto). Il fallimento di quel modello, esposto più che altri allo sfarinarsi generato dal compiersi del Secolo Americano, ha riproposto l’attualità del modello islamista, della reazione per la semplicità, del ritorno alle origini. Ora la soluzione, per molti, è la re-islamizzazione dell’Islam e della società, il ritorno al tempo, unico nonché idealizzato, in cui gli arabi conquistavano il mondo, prima di essere sterminati dai mongoli, sottomessi dai persiani e dai turchi, colonizzati dagli europei, clientelizzati da sovietici e americani.

dentato_50pxQuesta continua condanna alla disfatta è stata per lo più autoinflitta per inadeguatezza mentale a fronteggiare lo straniero, la modernità, la Storia. Perché evolversi, cambiare, lavorare, svilupparsi, venire a compromesso con il mondo, se la vittoria finale è stata promessa da Allah e arriverà ineluttabilmente? Se basterà un suo battito di ali a mettere in fuga i nemici? È cosìche nel 1258, invece di predisporre le difese di Baghdad, l’ultimo califfo abbaside si poneva di fronte ai mongoli di Hulegu Khan.

dentato_50pxL’incolmabile iato tra la promessa di vittoria e la realtà della sconfitta alimenta l’odio di sé da cui sgorga il fondamentalismo. È nei paesi arabi sconfitti dalla Storia, è nel Pakistan e nel Bangladesh soffocanti retroterra maomettani della ben più potente e gloriosa India, è nelle periferie e nei ghetti d’Europa popolatidi meticci sussidiati senza arte né parte che la promessa di vittoria e di sangue, di gloria e di morte fa più presa. Al tempo delle esistenze virtuali e narcisistiche che il Secolo diffonde attraverso l’etere, il sollevarsi di questi pulviscoli di Sabbia è la causa delle nostre presenti e future disgrazie.

 

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  1. Il Mesopotamicus vede bene, particolarmente nelle prime righe. Tuttavia solo con gli occhi di un bambino, in quanto questo molto più vicino alla realtà dello iato tra promessa di vittoria e realtà della sconfitta, si potrebbe meglio vedere la vera causa delle presenti e future nostre disgrazie, le quali non sono che sintomi. Del resto a nessuno piace la sconfitta, in special modo se schiacciante.
    Quando nel bambino inizia a insediarsi tutto quel mondo fatto di brame per le quali non ha gli strumenti adeguati a soddisfarle, egli reclama presso chi è più evoluto di lui. A questa pretesa risponde l’intervento dell’adulto che può essere delle più svariate misure, tra le quali l’unica da adottare sarebbe quella di una adeguata educazione. Da questo rapporto e dalla natura del bambino si sviluppano infinite tipologie di uomini, dal santo all’animale.
    Prendiamo in esame il caso estremo di un archetipo umano predisposto all’animalità che non possiamo circoscrivere, per fare onore alla verità, a certe popolazioni o all’Islam stesso, posto anche che una versione moderata di questo non esista o che i mori siano inferiori: possiamo rimandarlo da dove è venuto aggravando il problema, oppure avere cura di lui e della sua educazione, e al contempo arginare i pericoli che ne deriverebbe per la comunità umana. Certo questo richiede un certo sforzo.
    Essendo però a conoscenza di vari adulti che certi archetipi sono connaturati quanto inevitabili, ci sarebbe una terza possibilità che viene molto praticata: alimentare questa animalità fino alle sue estreme conseguenze per fini personali, i quali non possono essere che materiali, dunque in ultima analisi gli stessi di chi è meno evoluto. Il cerchio si chiude, o per meglio dire il serpente si morde la coda.
    Una questione questa di non poco conto, che rimane irrisolta da una paio di millenni a questa parte, anche perché il Cristo Gesù stesso non era un economista, e che può sfuggire di mano anche agli adulti di oggi che si suppongono tali.
    Tutto questo può risultare ingenuo, banale o peggio qualunquista, ma la realtà è diventata terribilmente banale come il “Dio è grande” urlato da una disperazione umana metafisica, le soluzioni per affrontarla lo sono di meno, e le conseguenze nell’affrontarla in modo inadeguato terribili.

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