Il politicamente corretto ha introdotto un principio di coazione all'autocensura e alla procedura linguistica nella psicologia delle masse. Con esiti grotteschi
Il politicamente corretto ha introdotto un principio di coazione all’autocensura e alla procedura linguistica nella psicologia delle masse. Con esiti grotteschi

Facile ridere, basta leggere il mondo

C’è stato anche uno spicchio del movimento femminista che ha rifiutato la parola “history” per via di quel pronome “his” che rinvia troppo apertamente a una storia declinata al maschile, e proposto di sostituirla con “herstory”, dove appunto il pronome “her” avrebbe messo le cose a posto facendo della storia – come in effetti è stato, si afferma da quelle parti – qualcosa di principalmente femminile. Anche se poi la proposta ignorava bellamente l’antica etimologia del termine “storia”, che non contiene alcun riferimento di genere.

dentato_50pxL’episodio fu narrato da Umberto Eco nella “Bustina di Minerva” del 17 giugno 2004, Pistola dell’ostrega, dove usò il ricordo di quell’episodio per sottolineare come il programma di purificazione del linguaggio perseguito dal “politically correct” avesse prodotto uno schietto fondamentalismo. Edoardo Crisafulli, nel suo sempre-verde saggio Igiene verbale (2004), propone una cascata di simili sciocchezze, dimostrando che sì, è possibile sospettare si sia trattato di fondamentalismo. Sarebbe sufficiente rammentare alcuni eufemismi proposti in tal senso dalla cultura anglosassone: come l’invito a sostituire “elderly” (anziano) con “chronogically gifted” (dotato dal punto vista della cronologia), oppure “fatty” (ciccione) con “horizontally challenged” (svantaggiato sul piano orizzontale).

dentato_50pxNon si tratta però solo dell’identificazione di un integralismo culturale: l’episodio rientra a pieno titolo in quel cosmo cromatico e copioso che Paolo Albani ha ora schedato nel suo Umorismo involontario (Quodlibet 2016), manuale arguto e spassoso, ma anche prova – purtroppo – di quanto sia comico il mondo che vorremmo serio (quello politico, il televisivo, il cosmo della comunicazione verbale e giornalistica). Manuale dal quale si esce con una tragica consapevolezza: non c’è bisogno di acquisire i mezzi per censurare la realtà, come accadeva quarant’anni fa, quando era culturalmente necessario forgiarsi i mezzi della critica dialettica, oggi l’umorismo involontario dimostra quanto la realtà sia drammaticamente fragile, qualcosa di umano-troppo-umano che non ha nemmeno bisogno di essere censurato: tutto crolla da solo con un soffio.

dentato_50pxQuel che accadde a Johannesburg il 10 dicembre 2013, e che Albani narra nel lemma Traduzione errata, ha dell’incredibile: in occasione dei funerali di Nelson Mandela parlarono in mondovisione personalità politiche di tutto il mondo, tra cui anche il presidente americano Obama. Per tutto il tempo in cui si susseguirono i discorsi, un traduttore che all’inizio sembrava riprodurre il codice dei segni per sordo-muti non fece altro che recitare un codice visivo inesistente e privo di qualunque significato. Nessuno se ne rese conto lungo le quattro ore di allocuzioni e così il traduttore, tale Thamsanqa Jantjie, riuscì a realizzare il primo sketch straordinariamente comico del nuovo millennio.

dentato_50pxOra, nel cosmo dell’umorismo involontario cadono anche le false etimologie (come quelle create da un professore del primo Novecento che riteneva “capitale” la città cui era “capitato” di essere sede del governo), i favolosi refusi giornalistici (“Il Papa è entrato in San Pietro mentre tutti i cardinali gli facevano corna”, dove l’ultima parola doveva essere “corona”), gli svarioni del linguaggio scientifico (“Ho la vagina pectoris”, “Mio padre ha il morbo di Pakistan”), o anche i più famosi errori di giudizio letterario (come il precoce rifiuto editoriale del romanzo di Proust, o tutti gli svarioni pronunciati all’insegna dell’Ulisse di Joyce).

dentato_50pxUn mondo parallelo, quello dell’umorismo involontario, che dal glossario di Albani affiora in tutta la sua poderosa quantità e dimostra che non c’è nulla da fare: il mondo è ben più comico di quel che sembra. Lo grida quel titolo di giornale che, per descrivere il grave evento atmosferico del giorno prima, apparve in questi caratteri cubitali “TROMBA MARINA PER UN QUARTO D’ORA”. Qualcuno si sarà anche chiesto chi fosse l’autore del gesto – troppo breve o troppo lungo, a seconda dei gusti – ma il succo della questione è che la realtà fa ridere. E che lo faccia involontariamente è cosa ancor più funesta, e fatale.

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