"La Consulta ha detto che il principio rappresentativo con il Porcellum è stato violato. Ne consegue che questo Parlamento non detiene il potere costituente. E tuttavia ha approvato la riforma, con ciò calpestando i principi fondamentali del costituzionalismo e della democrazia"
“La Consulta ha detto che il principio rappresentativo con il Porcellum è stato violato. Ne consegue che questo Parlamento non detiene il potere costituente. E tuttavia ha approvato la riforma, con ciò calpestando i principi fondamentali del costituzionalismo e della democrazia”

Dire No allo stato d’eccezione per difendere la democrazia liberale

La riforma Boschi è stata approvata dalla direzione Pd e ratificata da un Parlamento eletto con una legge incostituzionale. Renzi sta commissariando lo stato di diritto

Nel pensiero politico di Carl Schmitt si chiama Stato d’eccezione il momento straordinario in cui viene revocato lo Stato di diritto e, di conseguenza, sono sospese la libertà e la democrazia. È questa la deriva che ha imboccato il Paese dal 2011, grazie soprattutto a Giorgio Napolitano, il grande tifoso dell’invasione di Budapest nel 1956 da parte dei carri dell’Armata rossa per sopprimere l’esperimento riformatore di Imre Nagy.

dentato_50pxStato d’eccezione, altri termini non esistono per definire la sospensione della democrazia che stiamo vivendo, per altro senza sussulti d’orgoglio né clamorose ribellioni. Ma un’occasione per farsi sentire c’è ed è abbastanza ravvicinata: il referendum sulla riforma costituzionale. Che deve essere respinta con fermezza. Per la semplice ragione che, al di là di tutte le più sofisticate analisi di natura tecnica, a monte rivela un deficit di democrazia e di sovranità determinato da inaccettabili forzature intervenute lungo il percorso; forzature che confermano e, nello stesso tempo, sono il prodotto dello Stato di eccezione.

dentato_50pxLe date parlano molto chiaro. Giorgio Napolitano presta giuramento per il suo secondo mandato presidenziale davanti al Parlamento riunito in seduta comune il 22 aprile 2013. E nel suo discorso attribuisce al nuovo Parlamento, uscito dalle urne di quasi due mesi prima, un ruolo costituente per via delle ormai non più differibili e necessarie riforme costituzionali, in particolare della seconda parte della Carta. «Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana», disse quel giorno.

dentato_50pxE tuttavia, dopo pochi mesi, il 13 gennaio dell’anno successivo la Consulta argomentava l’incostituzionalità del Porcellum – la legge elettorale con la quale quel Parlamento era stato eletto – definendo troppo generoso il premio di maggioranza, tale da produrre una «grave alterazione» della rappresentanza democratica. Non solo. Ma altrettanto grave era l’alterazione del rapporto di rappresentanza tra elettori ed eletti a causa delle liste bloccate. La libertà degli elettori – che sono i veri e unici titolari della sovranità – nella scelta dei propri rappresentanti veniva infatti negata.

dentato_50pxProprio per ciò, il Presidente della Repubblica – che è il garante della Costituzione e, quindi, anche delle norme che presiedono alla sua revisione – avrebbe dovuto responsabilmente evitare lo scempio che è stato fatto con la riforma costituzionale Renzi-Boschi. Avrebbe dovuto fermare il governo, non già esortarlo a proseguire, nei fatti legittimando una palese violazione dei principi della democrazia e del costituzionalismo.

dentato_50pxPerché? Semplicemente perché le riforme costituzionali non sono mai un’emanazione del potere costituito; sono – al contrario – prodotte dal potere costituente. L’ha scritto con estrema chiarezza Joseph-Emmanuel Sieyès nell’immediata vigilia della Grande rivoluzione, quella del 1789: «In ogni sua parte, la Costituzione non è opera del potere costituito, ma del potere costituente». Sarà stato anche una delle teste pensanti del giacobinismo rivoluzionario, però Sieyès è stato sicuramente uno dei maggiori tecnici delle costituzioni moderne. E ci ha spiegato che il potere costituente è l’essenza della democrazia perché è inseparabile dall’idea di sovranità; una sovranità in cui è perennemente depositato e di cui si configura come elemento essenziale. Il primo articolo della Costituzione repubblicana – come noto – afferma che la sovranità «appartiene al popolo». Ciò significa che il potere costituente è del popolo. Non certo del Parlamento che, in forza del mandato rappresentativo, lo esercita indirettamente e per delega.

dentato_50pxMa la Consulta ha detto che il principio rappresentativo con il Porcellum è stato violato. Ne consegue che questo Parlamento non detiene il potere costituente. E tuttavia ha approvato la riforma, con ciò calpestando i principi fondamentali del costituzionalismo e della democrazia. Questo non può passare sotto silenzio. Oltretutto si tratta di una riforma costituzionale promossa dal potere costituito, al quale è riconducibile l’iniziativa della manutenzione costituzionale. È infatti una riforma approvata dalla Direzione nazionale del Partito Democratico; semplicemente ratificata poi dal governo, che è un potere costituito e che l’ha presentata a un Parlamento – il quale l’ha discussa ed emendata per ben sei passaggi – del tutto privo di potere costituente. Dire che siamo ai confini dell’incostituzionalità è forse troppo poco. Siamo oltre. Siamo nell’ambito del commissariamento arbitrario della democrazia. Dobbiamo esserne consapevoli.

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  1. e’ noto che la riforma cd “Boschi” sia stata concepita e scritta in realtà dal prof. D’alimonte, illustre docente universitario della LUISS di roma, espressione di Confindustria, co-sponsor di questo governo non eletto dal popolo (stessa cosa è avvenuta per il la legge elettorale denominata Italicum). Ma la domanda s’impone: perchè?

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