Assistiamo a un’orgia di massa travestita da universalismo, confusa nell’apparente ricerca di uno stato di compenetrazione mistica altrimenti irraggiungibile, che di tutte le cose e dell’Umanità vorrebbe fare un’unità indifferenziata
Assistiamo a un’orgia di massa travestita da universalismo, confusa nell’apparente ricerca di uno stato di compenetrazione mistica altrimenti irraggiungibile, che di tutte le cose e dell’Umanità vorrebbe fare un’unità indifferenziata

Dioniso contro l’Io e il crocefisso

La “cultura occidentale” con la mistica della globalizzazione e del melting pot ha pervertito il significato originario dell’universalismo greco e poi cristiano

Vediamo oggi ovunque in atto gli effetti spirituali dell’ebbrezza dionisiaca, della smania globalista di abbattere i ‘muri’, i confini, i limiti e tutte le “nemiche barriere” che, come scrive Nietzsche, “il bisogno, l’arbitrio o la moda insolente hanno piantato tra gli uomini” (La Nascita della Tragedia, 1, L’Essenza dionisiaca). E’ un’orgia di massa travestita da universalismo, confusa nell’apparente ricerca di uno stato di compenetrazione mistica altrimenti irraggiungibile, che di tutte le cose e dell’Umanità vorrebbe fare un’unità indifferenziata. E così, nel vangelo di Dioniso, che è per Nietzsche il “Vangelo dell’armonia universale”, le religioni, le nazioni, i popoli, le classi e infine gli stessi generi non dovranno più esistere, poiché ognuno possa sentirsi non solo riunito e riconciliato col prossimo, ma “…fatto uno con lui, quasi che il velò di Maia fosse squarciato e svolazzasse non più che in brandelli davanti al mistero dell’Uno primigenio”.

dentato_50pxMa qui Nietzsche cade vittima di un’illusione metafisica molto antica, che gli è del tutto fatale, l’illusione di credere che la molteplicità coincida tout court con la differenza e che, perciò, risolvere i molti nell’unità primigenia significhi squarciare il velo di Maia ed annullare le differenze che distinguono tra loro gli enti (nel caso in esame: gli esseri umani). Perciò, secondo Nietzsche l’essenza immanifesta dell’Uno non è veramente accessibile al di fuori dell’ebbrezza, ovvero della pretesa di “infrangere” il principium individuationis. Si tratta, curiosamente, dello stesso tipo di pretesa che accompagna le ambizioni del tiranno che, come il giovane Dionisio di Siracusa, voglia evitare, anti-platonicamente, le fatiche e i tempi lunghi della filosofia. Non è soltanto brama di potere, ma anche ebbrezza e pigrizia del pensare: quale modo migliore, infatti, per esercitare il potere con successo e senza fatica, che il cercare orwellianamente, e con ogni mezzo, di uniformare il corpo politico? E’ come se fosse dato al comandante inesperto di una nave ma ambizioso e ansioso di apparire capace e di ottenere il rispetto dell’equipaggio, la possibilità di annullare i venti!

dentato_50pxL’ossessione della nostra civiltà per la riduzione a quantità di ciò che dell’essere è percepito come qualità irriducibile al quanto (benché quasi sempre traducibile in un quanto), è senza dubbio un prodotto della medesima illusione metafisica, che vede negli scarti talora abissali delle molte differenze esistenti al mondo, un ostacolo al conseguimento dell’armonia universale. Una differenza quantitativa, di grado, è infatti molto più innocua di un’insuperabile e irriducibile differenza qualitativa: ciò che differisce per grado può infatti essere compreso come l’espressione variabile di un’unica realtà omogenea.

dentato_50pxOggi l’état d’esprit dominante vive nel rifiuto inconsapevole di ammettere l’esistenza delle qualità pure, che il pensiero greco affermò invece, come idee o eide, quando ancora il concetto aristotelico di ‘qualità’ non era stato elaborato, già con i pitagorici, ben prima di Socrate e di Platone. Anassagora in particolare, che fu il padre della filosofia ateniese, pensava che le qualità fossero infinitamente divisibili; ma egli, identificando la parte di una qualità, di un’idea, con l’intero, individuava nell’omeomorfismo della parte col tutto il proprium matematico della qualità, lo stesso che per Georg Cantor contraddistinguerà gli insiemi infiniti. Le qualità pure sono simili ad insiemi infiniti, irriducibili alle misure che cerchiamo di applicarvi, che non misurano la qualità in quanto tale ma gli aspetti quantificabili attraverso i quali si manifesta.

dentato_50pxIl rifiuto di ammettere l’esistenza di qualità pure, irriducibili a quantità e metrica, ha poi come correlato primario la foga di escludere dal campo del discorso scientifico quanto non sia direttamente percepito come misurabile. Da qui, ad esempio, lo sforzo illogico di misurare il lavoro (‘idea’ assolutamente centrale nel Capitale di Marx), oppure l’impegno e l’apprendimento scolastici, che oggi misuriamo mediante unità-tempo trasformabili in unità credito. Come tacere poi della follia inveterata di misurare l’intelligenza?

dentato_50pxGli effetti collaterali tangibili che derivano da questo modo di pensare sono, da un lato, la soppressione del pensiero ‘umanistico’ nella sua metodica non quantitativa e, dall’altro, l’espansione illimitata del mercato, che opera la trasformazione dei valori qualitativi in valori quantitativi.

dentato_50pxTutto dipende però da un modo illusorio di intendere la natura della molteplicità ed il suo rapporto con l’unità. Che l’uno sia l’indifferenziato mentre i molti siano i differenti: questa è la menzogna metafisica che Platone denuncia una volta per tutte nel Parmenide e nel Filebo, poiché l’uno è, al contrario, sia il principio di tutte le differenze che il loro limite naturale. L’Uno non è la negazione del molteplice ma la sua manifestazione piena ed organica, il limite per cui esistono ordine, proporzione ed armonia, e la totalità che tutto comprende. Da questo Uno, partecipe del limite e dunque, in nuce, della figura, sorgono tutte le facoltà figurative, di cui Apollo è il Dio supremo.

dentato_50pxLa volontà di imporre l’Uno annullando le differenze ottiene perciò il risultato contrario: rimuovere dai molti le loro differenze equivale a rimuovere il limite e a fare, dunque, del molteplice un che d’illimitato. Ciò che otteniamo all’apice di quest’operazione di rimozione, lungi dall’essere uno, è in realtà semplicemente una molteplicità informe e illimitata, del tutto disarticolata, benché continua, e dunque del tutto priva di unità reale. Per di più, essa è tale solo in apparenza, poiché qualsiasi molteplicità ha comunque bisogno di partecipare limite per essere tale, almeno nella misura in cui i molti, proprio per essere molti, devono differire tra loro e, dunque, limitarsi reciprocamente. Ciò che otteniamo rimuovendo il limite dal campo del molteplice è dunque una molteplicità solo apparente il cui essere si frantuma e si polverizza, sino a dileguare nel nulla (Platone, Parmenide 165b), lo stesso nulla che risulta dall’infrazione del principium individuationis e che Nietzsche, abbacinato, confonde con l’Uno.

dentato_50pxLa nostra civiltà non è dunque in viaggio verso l’unificazione del Globo, versò l’armonia universale e la cessazione di tutti i conflitti, ma nella direzione diametralmente opposta, verso la disintegrazione e la polverizzazione nell’assolutezza dell’illimitato. La ‘cultura occidentale’, trainata dalla filosofia moderna, ha pervertito il significato originario dell’universalismo greco e poi cristiano, e coerentemente, fin dalla ‘rivoluzione’ illuminista, ha inteso proiettare la sua stessa aspirazione all’Uno su un piano immanente e puramente ‘meccanico’, estirpandone gli aspetti metafisici e teologici: il suo destino dunque è quello che spetta a tutti gli artifici meccanici o comunque inorganici.

dentato_50pxBen evidenti, inoltre, sono gli effetti di questa catastrofe che ha investito lo spirito europeo sull’attività e sulla concezione stessa della politica. L’arte del politico è oggi più che mai un’arte indefinita, priva di una finalità autonoma, spesso praticata da ambiziosi velleitari senz’altra capacità che quella del retore, maestri di dissimulazione incapaci di un’effettiva azione di governo, poiché diseducati all’esercizio apollineo del limite. Per governare saggiamente occorre infatti conoscere (ed amare) il principio del limite, sul quale si fonda ogni condotta morale. Soprattutto occorre imparare a limitare se stessi, a governare le proprie azioni e disposizioni, a limitare, ad esempio, il piacere nel punto intermedio tra l’intemperanza e l’insensibilità o il coraggio nel punto intermedio tra la temerarietà e la codardia. Senza possedere il governo di sé è impossibile pensare di governare uno Stato, poiché i vizi e le virtù dello Stato non sono che l’estensione su larga scala dei nostri vizi e delle nostre virtù.

dentato_50pxE’ dunque nella conoscenza del limite e nel suo esercizio attivo che troviamo la chiave di volta per comprendere la differenza tra ciò che è veramente Uno e ciò che lo è soltanto in apparenza, nonché l’unica via percorribile per fare, secondo giustizia, di noi stessi, dello Stato e del Globo delle unità realmente organiche. L’esito ultimo del discorso politico di Platone può dunque essere interpretato, contro Nietzsche e l’allucinazione dionisiaca – che altro non è da ultimo che l’ultima maschera del nichilismo – come la decisiva affermazione nell’ambito della cultura ellenica del principio solare, apollineo sopra quello dionisiaco.

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  1. La ringrazio. Sono d’accordo con lei: al di fuori del cosiddetto platonismo, cioè della metafisica più completa e verticale che il pensiero occidentale abbia partorito, è difficile non cadere vittime di questa come di altre ‘allucinazioni metafisiche’. Kant, volendo prendere le distanze dalla metafisica, non ascende quasi mai alla dimensione ideale pura: il suo ragionare è costretto nei limiti dell’intuizione sensibile. Così per Kant non esiste l’Uno, esistono solo le unità sensibili che posso percepire e dunque rappresentarmi mentalmente. La parte più verticale della metafisica, cioè l’henologia (il discorso intorno all’Uno), gli è inaccessibile (con essa paradossalmente il significato stesso del suo continuo ‘delimitare’ e porre ‘limiti’). Per quanto riguarda l’idealismo tedesco, dopo Kant è il perfetto tradimento del senso platonico dell’idea e della metafisica come indagine intorno a una ‘realtà’ che è ‘sopra’ di noi, che a noi si offre ma che mantiene una sua sostanziale indipendenza. Il senso apollineo della misura va perso anche in questo ambito, quello del rapporto con l’idea, cioè con il contenuto stesso del nostro pensare e sentire. Da qui la tensione hegeliana ‘ubriacante’ verso l’assoluto, l’incondizionato e la rimozioni dei limiti come motore di una dialettica che punta al dissolvimento di ogni forma particolare nell’indifferenza dell’Assoluto (esso soltanto massimamente reale). Goethe era un metafisico classico, platonico non per scelta ma per necessità: in certe sue pagine si avverte addirittura il rapporto personale che egli aveva con la forma/idea, che gli si manifestava tralucendo nei fenomeni naturali (nelle piante) per il tramite della loro bellezza. Questo esercizio così limpido e simcero della metafisica, del tutto assente nelle arroganze hegeliane e nelle prudenze kantiane, mi è sempre parso perfettamente platonico, apollineo o solare che dir si voglia. Aggiungo: andrebbe poi approfondito il rapporto personale e intellettuale tra Hegel (che era un mineralologo) e Goethe, che cosa si dicessero e soprattutto quanto si capissero l’un l’altro. Quanto al pensiero politico di Goethe, vi sono aspetti interessanti da considerare, e proprio riguardo all’esercizio personale, apollineo del limite, al governo di sé, come requisito indispensabile per il governo dello stato, riflessioni che troviamo anche in Platone, ma anche in altre filosofie classiche (anche non occidentali). É appunto inevitabile che uno sguardo metafisico puro ed umile, dedito all’osservazione e allo studio della ‘natura’, non arrivi poi in campo politico a dedurre principi ‘apollinei’.

  2. interesantissimo. Vorrei porle una domanda. Non crde che la “allucinazione dionisiaca” cui incorre Nietzsche riguardi un po’ tutto il pensiero tedesco, per lo meno da dopo Kant, cui rimane sostanzialmente esclusa, con l’ eccezione del Goethe, la luce del principio solare, apollineo e portatore del senso del limite”per cui esistono ordine, proporzione e armonia?”, e massimamente per quanto riguarda la dimensione politica di quel pensiero?

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