I fossili — e tanto nel loro significato paleontologico che in quello geologico — impongono una bizzarra quanto inattesa rilettura del passato e, come sempre, questo vuol dire anche del presente
I fossili — e tanto nel loro significato paleontologico che in quello geologico — impongono una bizzarra quanto inattesa rilettura del passato e, come sempre, questo vuol dire anche del presente

Quelle immagini viventi incise sulle rocce

“Palæographica: il disegno e l’immaginario della vita antica” di Emanuele Garbin riporta alla vita dinosauri, fossili, ere preistoriche

C’è un complimento, che mi è venuto in mente leggendo Palæographica: il disegno e l’immaginario della vita antica, di Emanuele Garbin (Quodlibet, 2016, € 26), e che istintivamente provo a formulare: “È un libro che ai bambini farebbe molto piacere avere in casa”. L’ho detto: è un complimento. Ma in che senso lo è? Forse i bambini sono i giudici più sinceri d’un libro. Ricorderete Alice, quando constata la noiosità del libro che sua sorella sta leggendo, osservando: “and what is the use of a book … without pictures or conversations in it?”

dentato_50pxEcco, innanzitutto, questo libro è pieno di immagini — di immagini bellissime, ghiotte, e soprattutto lente, come spiega magnificamente l’autore  — ed è arredato e commentato come una perfetta Wunderkammer, affine al gusto opulento del collezionista di rarità e allo spirito intrepido dei poligrafi rinascimentali e secenteschi. E poi, immagino che ai bambini piacerebbe, perché parla di dinosauri, fossili, ere preistoriche: tutte cose che i bambini troverebbero interessantissime, e passerebbero ore a sfogliarlo, assorti, dimentichi degli obblighi scolastici e delle meno interessanti attività pomeridiane, e forse anche della merenda (perché questo è l’effetto che i bei libri suscitano nei bambini, e io ne so qualcosa).

dentato_50pxOra però m’accorgo che nessun bambino potrà verosimilmente leggere questa recensione, mentre è poco più probabile che se ne accorgerà qualche adulto col vizio della cultura, quindi dovrò spendere qualche parolina anche per lui, che magari avrà già in mente due libri che ritengo appartenere a una specie simile a questa di Palæographica: uno è il De piscibus in aquis Danubii viventibus, di Luigi Ferdinando Marsili (1726), e l’altro, il celebre Fischbuch di Conrad Gessner (1563); anche questi  due libri, eruditi e immaginosi, che accorpano scienze naturali e visione, farebbero al caso degli scaffali per l’infanzia.

dentato_50pxGarbin si lascia condurre nei meandri visionari  e immaginifici della bibliografia paleontologica da “un’inspiegabile attrazione per certe immagini, e il fatto che quest’interesse molto personale sembrasse fin dall’inizio oltre che inspiegabile anche ingiustificabile da un punto di vista scientifico … e però anche perfettamente legittimo e giustificabilissimo da un altro punto di vista, pur non essendo subito ben chiaro quale fosse questo punto di vista”, e forse è proprio questa fisiologia del “dilettante”, nel profondo significato che le assegnò Heinrich Zimmer, che permette a un significato più profondo e in qualche modo vitale di assediare con improvvise visioni gli oggetti inerti dello studio prettamente scientifico.

dentato_50pxInoltre il disegno… Giustamente, sul risvolto di copertina viene citato un passo di Gaston Bachelard, che s’interroga: “Perché mai la roccia conserverebbe con maggior stabilità la forma umana e animale, al contrario della nuvola che passa?” (Dice Antonio, nel quarto atto della tragedia shakespeariana: “Perché a volte ci accade di vedere una nuvola a forma di dragone, a volte un qualche vaporoso effluvio che somiglia ad un orso o ad un leone, a una rocca turrita, a un alto picco sporgente a strapiombo, ad un monte biforcuto, a un promontorio azzurro con degli alberi, che reclina le chiome sulla terra e par che si confondano con l’aria… Li avrai visti anche tu: sono i cortei dei personaggi dell’opaco vespero…”). Ecco lo scopo del disegno: registrare la traccia dei dragoni nel diradarsi dei cumulonembi, fornire all’immaginazione il tipo di fango adatto perché un giorno vi si rinvengano i suoi capricciosi, fantasmagorici, esagerati, sovrabbondanti fossili. Non la fotografia, “che a sua volta è un’impronta ma è prodotta in un istante, e trattiene l’attenzione per non più del tempo strettamente necessario a mostrare quel che le si chiede”, scrive a proposito Garbin nell’introduzione, ma appunto il disegno, che disobbedisce alle regole di parsimonia e scientificità imposte dalla ragione, in quanto “dice sempre di più di quello che si sa o che si vuole sapere”, e per questo somiglia molto più a noi. Oltre a questo, un peculiare uso del disegno, il più sconcertante, il più imprevisto, mi ha colpito enormemente, ed è “il disegno che si fa spazio aprendo delle radure” (p.67), come avviene nelle tavole di La Terre avant le déluge di Louis Figuier (1862); “Nel fitto della foresta primordiale non c’è abbastanza spazio per vedere, non c’è distanza tra le cose, in realtà non ci sono ancora le ‘cose’”, ed ecco che il disegnatore spalanca un varco, illuminando la lotta fra un fantasioso Iguanodonte e un Megalosauro destinato alla celebrità, forse a Spielberg o alla Warner Bros. Spesso, gli illustratori di questi libri, commerciano col fantastico stricto sensu: come Alice Woodward, figlia di un paleontologo di fama, e già illustratrice di Alice’s Adventures in Wonderland, che disegnerà le tavole per Nebula to Man,  di Henry Knipe, “che val la pena di citare non certo per il mediocre esito, quanto esempio di una particolare attitudine … dell’immaginazione nei confronti della meteria geologica e paleontologica” (p.296).

dentato_50pxI fossili — e tanto nel loro significato paleontologico che in quello geologico — impongono una bizzarra quanto inattesa rilettura del passato (e, come sempre, questo vuol dire anche del presente). Si scopre che (fu George Cuvier, nel 1822) “la struttura geologica di quel bassin de Paris … per la sua forma e la sua composizione fa pensare ad un golfo o a un lago pietrificato”, per esempio; “Quante volte con la fantasia sono tornato indietro nel tempo e mi sono immaginato il Kansas centrale, che adesso è a duemila piedi sopra il livello del mare, come un gruppo di isole in mezzo ad un mare semi-tropicale!” (citato a p., esclama Charles H. Sternberg, in The Life of a Fossil Hunter (altro libro che chiederei alle biblioteche delle scuole elementari di procurarsi al più presto, da riporre vicino a Tom Sawyer, a Robinson…).

dentato_50pxL’immaginazione, il disegno, esprimono il bisogno di gettare uno sguardo laddove in linea di principio proprio questo non sarebbe possibile. “Per quali occhi, per quale pensiero, per quale scopo crescevano quelle foreste solitarie?” — si chiede Figuier, immaginando forse l’impossibilità di quelle ere incoscienti, durante le quali caddero molto spesso i sinistri alberi di Berkeley; manifestano inoltre il bisogno di completare l’immagine suggerita dalla traccia rinvenuta (spesso si tratta solo di un dente, o di un minuscolo osso) in modo più esaustivo di quanto non ottenga coi suoi metodi l’anatomia comparata. (Oggi, il computer offre una gamma incredibile di prospettive ai futuri paleografi; penso che questo sarà il prossimo avvincente capitolo della saga, e certamente è un modo tutto nuovo di esercitare l’immaginazione). Infine, la letteratura e le immagini manifestano un tipo di comprensione più profonda di quella oggettivata dalla scienza, una comprensione che ci permette talora anche l’angoscia, davanti a tutto quel che dev’essere successo prima di noi e la facilità con cui lunghissime epoche sembrano essersi succedute, scomparendo come con flautata insignificanza. Come una volta ha scritto Giorgio Manganelli: “Non abbiamo mai conosciuto i dinosauri, ma senza di loro saremmo diversi. Non riusciamo a stare mai a lungo senza parlare dei nostri sconosciuti amici. Oziamo al caffè, leggiamo libri futili, ci interroghiamo sull’aldilà, andiamo a votare, ascoltiamo Brahms; poi, d’un tratto, l’antica tarantola ci morde: che ne è stato dei dinosauri?”. Anche questa è una riflessione che temo m’imprigionasse per lunghe ore, da bambino. E in questi giorni non ho potuto fare a meno di tornarvi, leggendo questo Palæographica

 

COMMENTA

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  1. Invero la purezza di certe forme Paleo e Mesozoiche che la roccia ci restituisce, piuttosto che far pensare a relitti di esseri la cui storia evolutiva si è conclusa e che la natura ha sepolto nell’ oblio degli strati di roccia, lascia intravedere organismi di una bellezza e di un’ armonia per nulla inferiore a quella delle specie viventi. C’è di più: forse un richiamo archetipico a un mondo non ancora involutosi in forme specializzate sul piano della materia e, per questo, non sclerotizzate, degenerate (come certe forme di scimmioni deformi che qualcuno, armato del più squisito metodo induttivo, si ostina ancora a vedere come nostri progenitori ….).
    Inoltre quegli organismi testimoniano l’immanenza sul piano della materia, di un’esuberanza creativa dirompente: pensiamo alla fioritura delle forme di vita succeduta alla grande estinzione Permo-Triassica, dove un cataclisma immane, avvenuto 252 milioni di anni fa ha cancellato ben il 90% delle specie marine ed oltre il 70% delle specie di vertebrati terrestri. Ebbene subito dopo, entro un “insignificante” tempo geologico di pochi milioni di anni fiorì improvvisamente una nuova fauna con centinaia di nuovi generi e specie mai visti prima. Ancora indietro: pensiamo all’ esplosione della vita 530 milioni di anni fa in un “breve” lasso di tempo durante il Cambriano dove vennero di colpo al mondo tutti i moderni phylum del regno animale in una diversificazione biologica inconcepibile (cosiddetto big-bang della vita o esplosione cambriana).
    Tanto basti per seppellire Mister Darwin e le sue speculazioni da contabile bancario sotto tanti chilometri di terra e roccia, alla cui profondità nessun fossile è mai arrivato!
    E, quanto ai dinosauri, mi sia permesso ricordare il pensiero del grande Giuseppe Sermonti che più volte nei suoi scritti ne ha lodato la potenza maestosa, l’assoluta longevità come specie e la versatilità, meritevoli dunque di una gloria indiscutibile nella storia biologica del globo.

  2. Forse il primo commento non dovrebbe essere quello dell’autore citato, ma non posso non esprimere il mio apprezzamento per questa serie di ulteriori ‘divagazioni’ sul tema: in fondo, sono proprio lo scopo e la giustifcazione del mio lavoro.
    (Mi permetto solo di correggere un refuso che ricorre nel suo testo: è ‘Palæontographica’ e non ‘Palæographica’).

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