Una digitalizzazione ormai pervasiva e forsennata sembra aspirare ad asservire la volontà libera dell’Io tramite logiche di delega sempre più ossessive e impositive
Una digitalizzazione ormai pervasiva e forsennata sembra aspirare ad asservire la volontà libera dell’Io tramite logiche di delega sempre più ossessive e impositive

Il presente dell’Io

Occorre una fiducia incondizionata nel volere dell’Io che a partire dalla liberta’ possa orientarsi verso lo Spirito

Perché intitolare un seminario Apocalisse e Luce dell’Io? Perché l’Io è la Luce che nel nostro presente vorrebbe sempre più manifestarsi, disvelarsi – vorrebbe essere, appunto, apokálypsis –, e che proprio nel nostro presente si ritrova sempre più minacciata da innumeri istanze che quel disvelarsi vorrebbero impedire. Istanze che, a loro volta, paradossalmente, sembrano voler costringerci a percepire, come per contrasto, il Presente dell’Io! Una percezione sempre più urgente, un Presente che, dunque, ci invita a porlo al centro proprio all’inizio di questo seminario: a tentare di percepirne, apocalitticamente, le peculiarità.

dentato_50pxCome avviene il Presente dell’Io?

dentato_50pxPer rispondere vorrei rinviare ad una figura che, a causa della sua opera, 1600 anni fa (nel 416/417) fu per la prima volta condannata e scomunicata: Pelagio, insieme con Agostino protagonista in un’intensa lotta intorno al significato e al valore di libertà e grazia. Vorrei quasi intonare questo seminario con tre brevi citazioni dalla Lettera a Demetriade di Pelagio, che secondo me possono manifestare importanti segni di un Presente dell’Io. Nel Cap. 10 di quella lettera Pelagio carattetizza le cose autenticamente buone come quelle che senza la nostra volontà non possono essere né trovate né perdute: ista sola enim bona sunt, quae sine voluntate nec invenimus aliquando nec perdimus. Poche righe più avanti, nel Cap. 11, qualifica le ricchezze dello Spirito come quelle che nessuno, tranne te stesso/a, ti potrà donare: spiritales vero divitias nullus tibi praeter te conferre poterit. Ricchezze, queste, che non possono essere in te se non a partire da te: quae nisi ex te in te esse non possunt. E chiudo con un rinvio a quel passo della Lettera, nel Cap. 25, in cui Pelagio rinvia al nemico che può derubarci delle ricchezze che lo Spirito ci dona. Un nemico debole, perché può vincere solo colui/colei che lo asseconda con la propria volontà: infirmus hostis est, qui non potest vincere nisi volentem.

dentato_50pxProprio la fiducia incondizionata, come quella di Pelagio, nella possibilità di un volere che, a partire dalla propria libertà, possa autonomamente orientarsi verso lo Spirito, proprio questa fiducia può oggi manifestarsi alla nostra percezione da un lato come segno di un Presente dell’Io, dall’altro come antidoto contro le istanze che vogliono oscurare e fagocitare la Luce dell’Io.

dentato_50pxNon è proprio questa fiducia che il presente cerca di farci perdere definitivamente?

dentato_50pxUn presente, il nostro, che, complice una digitalizzazione ormai pervasiva e forsennata, sembra aspirare ad asservire la volontà libera dell’Io – tramite logiche di delega sempre più ossessive e impositive – a meccanismi ed automatismi, a certificazioni, titoli e burocratismi, a procedure di sicurezza, valutazioni di qualità e accreditamenti … quasi veicolo di un parossistico e deformato agostinismo, il presente sembra voler convincerci che nulla ci viene dalla nostra volontà libera, ma tutto ci viene donato da una pseudograzia istanziantesi nelle autorità più astratte, impersonali, subumane e disumane. E proprio questo attacco alla volontà possiamo identificarlo con un segno del carattere apocalittico essenziante il nostro presente. Un carattere in cui apocalisse non è positivo disvelamento, ma rivelarsi sempre più virulento di un potere che occulta e fagocita ciò che l’Apocalisse dovrebbe manifestare: la Luce, il Presente dell’Io. Ora, questo potere aspira a farci obliare che non siamo solo corpo e anima, ma anche, e prima di tutto, Spirito: che le ricchezze dello Spirito non le posso attingere se non nella Luce dell’Io, perché sono quelle che solo io posso prendere l’iniziativa di conseguire! Ecco perché ricordarsi di Pelagio, e riconoscere finalmente la grandezza del suo tentativo, può avere, nel nostro presente, un significato simbolico e operativo nel senso più pregnante dei due termini. Lo Spirito, vale a dire la sua attività incondizionatamente libera, è, infatti, la prima vittima di una pseudociviltà che da una parte vuol ridurre l’anima ad un’illusione emergente dal corpo, dall’altra vuole affermare una pseudospiritualità che non è altro se non maschera di dinamiche meramente psichiche, e quindi passivizzanti.

dentato_50pxLa pseudociviltà che il nostro presente vede affermarsi è segno dell’urgenza di trascendere la sterile dualità di corpo e anima, per riscoprire la triade corpo-anima-Spirito: urgenza di riaffermare l’Uomo nella sua compiuta identità di centro di Luce, ovvero come Io. Perché non esiste Io se non nello Spirito, ed una riduzione della persona umana a corpo e anima può solo renderci vittima da un lato di processi neurofisiologici o socioculturali, dall’altro di chimere pseudospiritualiste nutrentisi delle nostre insufficienze e debolezze psichiche. Per sempre, affidando ad un subumano sottomondo cibernetico e digitale “…la sorte di un corpo e di un’anima senza Io, ossia senza capacità di positiva e autentica trasfigurazione. Capacità che può manifestarsi solo nella presenza di un’attività pienamente voluta e cosciente. Attività che, a sua volta, nulla ha a che fare con l’egoismo o i correnti soggettivismi, perché è attività eminentemente generativa. La manifestazione piena dell’Io è, infatti, attività di un centro di Luce, di Solarità spirituale che genera uno spazio infinito di manifestazione per il mondo e per gli altri. Non ci sorprende, dunque, che nel centro topografico dell’Apocalisse giovannea si collochi l’icona d’una partoriente il cui abito è il Sole, ed il cui parto, con tutte le sofferenze e dolori che esso implica, è lo snodo essenziale della dinamica apocalittica: parto dello Spirito, dell’Io, ossia quel parto che l’odierna analgesica ossessione per wellness e felicità da infanti ebeti ci sta facendo perdere di vista. Un parto, quello cui l’anima è chiamata ad aprirsi, non meno impegnativo di quelli corporei: un Presente, quello dell’Io, che mai si potrà pienamente disvelare se io non decido di volermi liberamente generare come centro di Luce spirituale.               

 

COMMENTA

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  1. Spengere la luce dell’Io, oscurare la vita dello spirito nello spirito, che, volendo-se’ attua la liberta` di tutti e per tutti, e` un’ opera di dissoluzione che puo` essere contrastata attivando in noi la forza della gratuita` del se’, ossia far nascere quella luce che circonfonde anche il gesto piu’ piccolo e apparentemente insignificante, quand’esso sia puro dono di se’, senza perche’.

  2. Questo “volersi” è il centro dell’Opera , come tale articolantesi per “gradi” ( E’ la Via del Graal da intendere qui come “gradalis”….) ove si incontrano le tenebre da dissipare: il lavoro per cui siamo qui, sulla Terra. Ed allora se,minimamente, la circolazione della Luce si mette in moto ecco che si puo’ cercare di fondare la comunità (“ecclesia spiritualis”) come nucleo della società… in sè triarticolata come lo è l’Individuo. E su questa strada si possono gettare ponti verso quei fratelli umani che, attraverso le maschere luciferico-arimaniche di tanta parte del moderno “spiritualismo usa e getta” , cercano comunque la Luce dell'”Io Sono”.

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