La mappa che appariva sull’Economist nel 1990, agli albori del nuovo ordine mondiale, anticipava perfettamente quanto accadrà nei decenni successivi e la strategia geopolitica di Cltinton
La mappa che appariva sull’Economist nel 1990, agli albori del nuovo ordine mondiale, anticipava perfettamente quanto accadrà nei decenni successivi e la strategia geopolitica di Cltinton

Una replica: l’inizio nascosto delle fortune dei Clinton

“Esiste ed è esistito un International Anglophile Network, conosco le sue azioni perché le ho studiate per vent’anni”

La storia procede come una popolazione biologica in cui gli atti dei singoli sono ininfluenti oppure ristrette elites pilotano gli eventi a loro piacere? La democrazia è un destino progressivo che le masse plasmano oppure è il pretesto per un gioco di cui pochi orientano le regole per i propri fini? Questi dubbi invadono periodicamente gli abitanti d’oltre Oceano, proprio quegli Stati Uniti che gli europei credono la perfetta democrazia omologatrice di tutto e tutti. E invece i libri nei quali si descrivono i complotti vendono milioni di copie. Il complotto degli insiders diviene talora come negli anni del dopoguerra certezza di massa.

dentato_50pxE del resto  a contendersi la carica di presidente furono anni fa ancora un Gore e il nipotino di Prescott Bush. Rare aristocrazie venali decidono ancora di quello che conta, e viene naturale ripensare allo strano libro di un professore la cui storia è ancora più strana: Carroll Quigley. L’insider eruditissimo che descrisse caratteristiche e propositi dell’establishment anglofono, in un libro introvabile fino a quando, su Amazon.com, non ne apparve una fortunosa riedizione. Libro di gran pregio di colui che fu professore di Bill Clinton, ma anche  anticipatore di tutti  i temi scritti poi da Huntington e  degli odierni scenari geopolitici.

dentato_50pxCarroll Quigley in Tragedy and Hope (Macmillan, New York, 1966), ammise infatti l’esistenza di un network, di una rete di insiders che avrebbe pilotato i destini del mondo: “Esiste ed è esistito per generazioni un international Anglophile network … . Sono a conoscenza delle azioni di questo network , perché lo ho studiato per vent’anni e per due anni nei primi anni sessanta mi è stato concesso di esaminare le sue carte i suoi incartamenti segreti”. Ammise peraltro di avere obiettato all’idea che l’Inghilterra non debba federarsi all’Europa. “Ma la mia principale differenza d’opinione è che esso desidera restare sconosciuto; mentre io credo che il suo ruolo nella storia sia stato tale da dover essere conosciuto”. Seguiva un elenco di nomi oggi obliati, ma i più importanti nella finanza e nella politica estera degli anni centrali del Secolo scorso

dentato_50px“La branca newyorkese era dominata dagli associati della banca Morgan”. A loro obbediva il Council of Foreign Relations. E tra loro v’erano Owen Young, che amministrò le questione delle Riparazioni tedesche, Allen e Foster Dulles, Russel Leffingwell, i Whitney, Douglas Dillon, Thomas Lamont. Lazard Brothers, la Morgan & Co., i Rockfeller la sostenevano materialmente. Essa aveva in Inghilterra il proprio fulcro attorno alla Rodhes Foundation. Comprendeva Lord Milner, Curtis, Lord Lothian, e disponeva dell’esclusivo The Round Table Magazine e dell’ Royal Institute of International Affairs. La branca americana a sua volta “estendeva la sua influenza attraverso il New York Times, l’Herald Tribune, Christian Science Monitor ed il Washignton Post”.

dentato_50pxNon c’è evento degli anni centrali del Novecento, in cui non ricorrano i nomi di queste aristocrazie venali. E persino la storia ortodossa riconosce ormai che la politica estera degli Stati uniti fu appaltata ai soci della Morgan o agli Harriman. Ma Quigley sosteneva che vi era in costoro un fine ulteriore rispetto a quello di far soltanto denaro. Quale? Orientare in tutti i modi gli eventi così da favorire la Anglosaxon Idea, anglofonizzare il Secolo. Spregiudicatezza, commerci con Hitler o complicità coi comunisti ne sarebbero stati non il fine, ma i mezzi. “The two ends of this English speaking axis have something be called, perhaps facetiously, the English and American Establishments. There is, however a considerable degree of truth behind the joke, a truth which reflects a very real power structure.” Il potere in America serviva in altri termini secondo Quigley, dei fini occulti, ma coerenti al prevalere di una civilizzazione su tutte le altre.

dentato_50pxGli italiani disputano dal liceo d’idelogie o d’una storia provincialissima. Hanno ingigantito eventi inessenziali, figure di terza fila. Sanno di Gramsci o di Dossetti, e di rivoluzioni. Ma su di esse, ad esempio su quella tragedia degli equivoci che fu la rivoluzione russa, sanno quello che hanno imparato da ragazzi. Banalità fuorvianti o cimeli sentimentali,  dispute esauste. Ecco la storia che sanno gli italiani. Della storia degli Usa, sanno nulla se non banalità da rotocalco su Kennedy e Roosevelt che piegano però ai loro tifi casalinghi. Che il seguito di nomi fatti da Quigley dica loro assai poco è prevedibile. Eppure sono tutti gli uomini che hanno fatto il mondo quello che è: un Secolo Americano.

dentato_50pxScrivendo libri sui complotti dei banchieri di Wall Street o di Washington non pochi in America sono divenuti miliardari. Gli americani hanno una debolezza per simili libri. Ma i loro autori sono per solito degli stravaganti, pasticcioni incolti. Quigley invece era lo Spengler americano; un’autorità della Georgetown University. E quando un ex ufficiale della FBI, tal W. C. Skousen gli chiese il permesso di pubblicarne alcune parti, Quigley avvedutamente rifiutò. Lui, incurante, li ricopiò e li pubblicò, in un volumetto: The Naked Capitalist. E ne vendette un’enormità sfruttando il fatto che nel frattempo il libro del professor Quigley, pubblicato dall’autorevolissima Macmillan era introvabile nelle librerie. Gary Allen reiterò il successo miliardario con Not Dare Call It Conspiracy altri milioni di copie. Ma negli anni seguenti il libro restò una rarità. Quigley amareggiato con la Macmillan spiegò, scusandosene: “Nel 75 mi si è mentito e mi si è reso impossibile di ritirare il mio Copyright”.

dentato_50pxE tuttavia studente alla Georgetown University, Clinton, nel 1964, scriveva ad una amica: “Non ci crederai ma i professori vogliono che io mi candidi per una borsa di studio della Rhodes Foundation ad Oxford”. Non credeva lì per lì di avere molte chances. Ma aiutato da Quigley e Fulbright, a sua volta Rodhes Scholar, l’impresa riuscì. Spiega il suo amico Harold Snider, nella biografia di Robert E. Levin, “ Bill e io trovavamo Quigley affascinante, elettrizzante e brillante. Quigley ci incoraggiò ad andare in Inghilterra per studiare ancora. So che scrisse delle lettere di raccomandazione per noi due e fu orgoglioso e contento che ambedue saremmo andati a Oxford. Il Professor Quigley fu il nostro mentore e il nostro amico. Lasciò un indelebile impronta nelle nostre vite.” Tutto questo accadeva negli anni 1966/67. Era appena uscito Tragedy and Hope, libro sterminato e monumentale di quello che era lo Spengler americano, ma era pure il più accreditato esponente della teoria del complotto. Teoria, magari infondata, ma a cui un giovane provinciale adegua il suo curriculum prontamente. Nel 1968 un nuovo Rodhes Scholar arriva a Oxford, nel fulcro inglese secondo Quigley del network anglofono; si chiama Bill Clinton.

dentato_50pxNel risvolto della copertina della riedizione fortunosa del libro di Quigley non mancano alcune frasi del New York Times: “Quigley … legacy lives on not only in .. President Clinton, but among hundreds of other former students and admirers. … . Già durante la prima campagna presidenziale Clinton aveva rammentato Quigley. Eppure, durante una competizione che è senza esclusione di colpi, nessuno aveva usato l’amicizia con Quigley per trattare Clinton da paranoico. Malgrado la litigiosità di tutti contro tutti, nessuno dei candidati ritenne prudente neppure sfiorare l’argomento, o meglio il tabù. Certamente non fu la conferma dell’esistenza di un complotto; ma perlomeno del dubbio che nelle scelte più importanti esiste e persiste una grande influenza di un ristrettissimo establishment.

dentato_50pxDai libri di Quigley, e dagli altri meno autorevoli, sarebbe ingenuo infatti dedurre l’esistenza d’un complotto onnipervadente. Più prudente e credibile è invece trovarvi la conferma che esistono almeno dei canali di reclutamento delle elites, assai diversi da quelli pretesi dalla favoletta delle primarie o delle elezioni. Poco conta insomma chi vince le presidenziali. Quello che conta è che i concorrenti democratici o repubblicani siano stati filtrati dalle aristocrazie venali o dall’establishment di pochi Clubs, o di poche università, dove gli insiders si sono amalgamati in un potere esclusivo.

dentato_50pxEd in effetti Clinton, uscito da Oxford, e divenuto governatore, mette a buon frutto proprio le idee più spregiudicate di Quigley. Frequenta ad esempio i salotti serali di Pamela Harriman e i moderati della DLC, Democratic Leadership Council, emanato dal suo ambiente. Nel 1990 un articolo di Time si spiega che “Clinton è l’uomo perfetto per un’organizzazione che celebra l’etica del lavoro dell’uomo della strada, mentre dipende interamente dai cinquecento di Fortune per i suoi fondi”. Il 6 novembre del 1992 diviene presidente del DLC. E la Harriman intervistata subito dopo l’elezione dice di Al Gore e di Clinton: “Li ho scelti, invitati da noi e con loro abbiamo parlato …” Nel ‘93 sarà nominata ambasciatrice in Francia.

dentato_50pxMa i titoli della vedova Harriman erano altri. Pamela, nata Digby in Inghilterra, era stata sposata col figlio di Churchill. Ma aveva conosciuto già negli anni 40 Averell Harriman. Viveva col primo ministro a Downing Street ed Harriman la frequentava lì durante la guerra. Nel ‘71 pochi mesi dopo che essere rimasti vedovi si sposano, ottant’anni lui, cinquanta lei. A sua volta Averell Harriman, nato da un padre magnate delle ferrovie, e come lui aristocratico venale, aveva fondato nel 1920 col fratello Roland una sua banca d’investimento. Loro partner era Prescott Bush, padre di George Bush. La sua banca divenne tra le più grandi d’America, ma non gli bastavano i successi venali. Si dedicò alla politica. Una foto memorabile lo ritrae tra Churchill e Stalin al Cremlino. Diverrà uno tra le più influenti personalità della politica estera Usa e dell’establishment. Nel luglio del ‘47 lui e i suoi amici del Council on Foreign Relations elaborano la strategia del Containment. Walter Isaacson e Evan Thomas nell’autorevole libro The Wise Men: “Persone come Acheson, Harriman, Lovett, … e Kennan, ognuno ha le sue macchie e i suoi errori; da solo nessuno di loro avrebbe potuto pilotare il paese verso il suo nuovo ruolo di supepotenza. Ma riunito questo piccolo gruppo di uomini possedeva la giusta mescolanza di fantasie e talenti, aggressività e pazienza da poter dominare questo immenso compito”. Esempio perfettissimo, di network anglofono, come l’altro elogiato da Quigley. E invece biasimato da altri.

dentato_50pxLa prima visita di Harriman in Russia avvenne quando era zar Nicola II; l’ultima su invito di Andropov nel 1983. Nel frattempo aveva però negoziato la sua concessione mineraria con Trotsky, il che non gli impedì poi di visitare Stalin ed elaborare un trattato nucleare con Krushchev. E fu forse tanta spregiudicatezza a disturbare l’erudito inglese, Antony C. Sutton. Era costui, come Quigley un autorevole studioso, Fellow della Hoover Institution alla Stanford University, che scrisse una ricerca monumentale in tre volumi Western Technology and Soviet Economic Development”. Ne dedusse con dovizia di dati che nei momenti più delicati il comunismo russo era stato soccorso con tecnologia ed investimenti dai magnati americani. La spregiudicata deduzione o le ritrosie ad accettarla dei suoi colleghi e della sua università o una prudenza minore di quella di Quigley, gli complicarono però la vita accademica. Risultato: divenne il teorico del grande complotto degli insiders e gli diede forma in un libro: The Order. In esso divulgò quello che già si sapeva e cioè che come esistono Clubs esclusivi così sin dall’università esistono sette tra studenti non meno esclusive, in cui si saldano legami potenti e duraturi tra i giovani delle aristocrazie venali. Tanto che, appunto, dei dodici partner della Brown Brothers Harriman & Company, otto erano stati affiliati da studenti agli Skull and Bones, setta studentesca di Yale, i cui non numerosi membri appartenevano tutti alle aristocrazie d’America. I Lowett come gli Harriman, come i Bush. Vari articoli su settimanali di massa avevano già del resto descritto questo Club, e lo stesso George Bush fu accusato in periodo elettorale da alcune tribù apache di avere dissepellito ossa nei loro cimiteri. Sutton con abilità, e qualche mania di troppo, compose il tutto in una sua teoria, che attribuiva tutti i peccati del mondo dall’epoca di Adamo ed Eva agli Skulls and Bones. Non c’è dubbio che l’elenco degli affiliati alla setta contiene i nomi più illustri del secolo americano, tra gli altri Henry Stimson, William Howard Taft, Henry Luce. E, se Sutton esagerava, esagerando sciupava quello che invece poteva con prudenza dedursi dai puri fatti: nel mondo anglofono l’establishment si riproduce per cooptazione attraverso Clubs più o meno occulti, confraternite come la Round Table o altre che articolano e perpetuano dei disegni perlomeno occulti ai più, lasciati a giocare con le elezioni o il tifo delle ideologie. Che ad Oxford o a Yale tutto un armamentario di cerimoniali paramassonici cementi questi nessi è un altro aspetto della questione, che può in prima analisi trascurarsi.

dentato_50pxAnche dei saggisti ortodossi come Isaacson e Thomas ammettono del resto volentieri che Harriman scelse, ad esempio, come numero segreto della combinazione della sua valigia diplomatica il 322, lo stesso della sua confraternita di Yale. Ma a ragione non ne deducono alcun stregonesco complotto. Il limite dei tanti libri sui complotti è lo stesso del libro di Sutton, la generalizzazione. Difetto invece assente nel libro di Quigley. Fatto sta che la confraternita di Harriman perseguì dei fini complementari e coerenti con quelli che Quigley descriveva; tra l’altro usando le stesse istituzioni, ad esempio il Council on Foreign Relations. Ulteriore conferma di quando è più che lecito sospettare: l’elites degli anglofoni si sedimentano per cooptazione e in modi occulti e assai stravaganti. Altro sospetto, non politicamente corretto, ma lecito: la forza di quelle nazioni non sono i meccanismi elettorali; ma la coesione dei loro establishments, che li fa agire con spregiudicatezza ed efficacia impossibile alle disomogenee classi dirigenti europee.

dentato_50pxI risultati di una ricerca sociologica sulla concentrazione del potere nella società americana contraddice peraltro anch’esso l’idea ingenua che esista una grande mobilità verso l’alto nella società americana. In Diversity in the Power Elite, (Yale University Press New Haven and London Macmillan, 1998) Richard L. Zweigenhaft and G. William Domhoff dimostrano infatti che il core group del potere seguita ad concentrasi tra i maschi bianchi e protestanti, filtrati da poche scuole elitarie e provenienti dal terzo più ricco delle famiglie americane. Ed anche i newcomers vi s’adeguano, segnalando “che essi dediderano solo to join the game così come è stato sempre giocato, rassicurando la vecchia guardia che richiederanno semmai solo aggiustamenti minimi”. Già C. Wright Mills, in The Power elites, contestava la società senza classi e la mobilità verso l’alto celebrata in quegli anni. Aveva analizzato le tre gerarchie istituzionali d’america: i responsabili dell’amministrazione federale della corporations e dei militari. Il potere negli anni 50 era concentrato come era stato nei decenni precedenti e come è ancora. Unico mutamento riscontrato da Zweigenhaft and Domhoff: sarebbe venuta meno da allora la discriminate anticattolica ed antiebraica. In effetti i Morgan e le aristocrazie venali anglofone della prima metà del secolo erano antipapiste ed antisemite. La power elite anglofona della seconda metà del secolo ha  riformato queste due attitudini. Eppure il giovane Bush, predicava dai pulpiti puritani più esagitati con la bibbia in mano, ospite dei predicatori Wasp più radicali ed apertamente anticattolici.

dentato_50pxQueste brevi note sconnesse sono una passeggiata senza meta su un argomento per lo più eluso. Quello che in fondo tiene unite queste note è la ricerca di ricorrenze, di indizi generalissimi, coi quali ripensare sommariamente le strane tesi di Quigley. Doveroso allora in questa superficiale ricerca tenere in conto il libro di Samuel P Huntington, professore di Harvard e autorevole firma di Foreign Affairs . Nel famoso articolo che publicò nell’estate del 1993 e nel libro successivo noi torniamo a un metodo e ad un’inquadramento storico che è lo stesso di Quigley. E infatti in The clash of Civilization gli studi sulle civiltà di Quigley sono tra i più citati. Ritorna insomma la storia letta secondo la griglia di Rodhes e delle elites anglofone di sempre. Huntington riporta le tesi di Quigley secondo cui le civiltà attraversano sette stadi il cui culmine è l’impero universale. E più avanti sempre Hungtington applica questa stessa tesi. “L’Occidente sta sviluppando, l’equivalente di un Impero Universale sotto forma di un complesso sistema di confederazioni, federazioni, regimi e altre istituzioni cooperative …”. L’Euro e la UE ridotti a inoffensivi e utili modi per articolare l’impero Anglofono. E sono esemplari, perché Quigley se ancora vivo le avrebbe condivise, le sue frasi preoccupate per la minaccia rappresentata dalla crescita demografica degli ispanici e la sua avversione totale, per le tendenze multiculturali.

dentato_50pxL’altro storico assai citato nel libro è Arnold J. Toynbee, che nel suo Study of History, del 1922, esaminò il formarsi e il decadere di 26 civilizzazioni. E ne concluse che esse s’erano formate sotto la leadership di minoranze creative composte da un’elite di leaders. Direttore della foreign research del RIIA e più tardi del Foreign Office, egli riteneva che il mondo era plasmato dalle forze dello spirito e non dell’economia. Era del resto il nipote dell’economista del XIX secolo omonimo Arnold, intimo di Lord Milner e Rodhes, poco prima che organizzassero la loro secret society, e a cui costoro dedicarono la Toynbee Hall. Altre ricorrenze, di cui a questo punto neppure il lettore dovrebbe più sorprendersi. L’impero universale ormai esiste e parla inglese. Non solo, tutta la storia si sta riconfigurando secondo schemi culturali. I Clubs anglofoni, le loro aristocrazie lo hanno sempre pensato in termini di civilizzazioni; mai di ideologie.

dentato_50pxDirei che esiste una praticità istintiva dell’establishment anglofono a ragionare in termini di civiltà. La mappa che appariva sull’Economist nel 1990, agli albori del nuovo ordine mondiale, anticipava infatti perfettamente quanto accadrà nei decenni successivi e ancora non era accaduto. Aggrega tutta l’Europa orientale compresa la Croazia e le nazioni dell’est che entreranno nella Nato in Euro-America. Separa il resto in Euro Slavia Serbia ed ex Urss compresi, ma esclusi Bosnia e stati baltici. Ed è questo l’identico effetto geopolitico sortito dalla strana politica nei Balcani di Clinton. Strana, ma coerente con le certezze di Hungtington e Quigley. Ci sono tante cose che una persona per bene non ha capito in quello che è successo nei Balcani negli anni ‘90. Ma infine non resta che constatare che il confine tra le civilizzazioni prescritto dai Clubs è ristabilito, la Ue non è che una delle tante federazioni e confederazioni ligie all’impero universale anglofono, e gli anglofoni hanno un vero talento per le cartine. Perché già nel 1890, sul periodico Truth, figurava una cartina che anticipava con ragionevolezza i confini della Germania dopo la prima guerra mondiale. Dentro i confini della Russia addirittura era scritto: “Stati per esperimenti socialisti”. Conferma storica famosa d’un ragionare anglofono pragmatico, e mai per ideologie, semmai per civilizzazioni.

dentato_50pxSe oggi tutti in Europa, deboli elites e popolo, amano vestire in blue jeans, come una volta vestivano solo i contadini americani, ciò temo non dipenda solo dalla potenza delle economie anglofone. Vi sono forse delle forze spirituali inattese, disegni ricorrenti e continui oltre le generazioni, perlomeno modi di perpetuazione, cooptazione e formazione delle elites che fanno la vera differenza con tutte le altre nazioni europee. Che Quigley abbia esagerato o no nel suo libro, conta poco, assai più conta verificare che la forza dei miti e delle culture è non meno potente, e generatrice di vittoria, di quella delle economie. Eppure le pseudo-elites europee, badano solo a quelle. Oggi l’80% di tutti gli articoli scientifici sono scritti in inglese ed almeno un miliardo e mezzo di persone parlano inglese come prima lingua o prima lingua estera. E molte cose non tornano nel XXI secolo. Secondo l’eruditissimo Quigley del resto Italia e Spagna e tutto il sud America erano permeate d’arabismo. E verrebbe da sorriderne. Ma Clinton, alunno di Quigley avrà sorriso, vedendo allora il leader D’Alema in baffetti, la faccia e il nome da arabo, che gli si industriava intorno e si rendeva, operosamente, sempre utile?

 

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  1. questo articolo replica “lo strano caso del professor Quigley” che mi illuminò appena lo lessi. Che dire? Seppi subito che è tutto vero. Che fare? cambiare la nostra mente.

  2. Grazie….molto interessante analisi, ricca di argomentazioni, stimolante ed istruttiva ..a noi ” non anglophile”- semi arabi…pizza mediterranea, che balbettiamo male l’inglese con tanto di inno di Mameli..spetti un ruolo marginale, di semplici zelanti esecutori con tanta buona volontà …lontani anni luce dal ” Potere”..sempre più poveri..malgovernati. . crescita politica- intellettuale zero…condannati a guardare….ed a servire….come tanti ” fuchi”..la Regina Madre…..proni camerieri del Club dei Top Managers… .è così?

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