Giampiero Mughini è nato a Catania e lì ha passato venticinque anni. Poi per dirla con D’Annunzio è andato verso la vita. La Sicilia non l’avrebbe certo aiutato a coltivare le sue passioni
Giampiero Mughini è nato a Catania e lì ha passato venticinque anni. Poi per dirla con D’Annunzio è andato verso la vita. La Sicilia non l’avrebbe certo aiutato a coltivare le sue passioni

Le memorie di Giampiero

Ci sono pagine fresche come un’aula di liceo nell’ultimo libro di Mughini, ma anche qualche risentimento di troppo

Giampiero Mughini è nato a Catania e lì ha passato venticinque anni. Poi per dirla con D’Annunzio – che con Marinetti se le diede di santa ragione – è andato verso la vita. Anche se la vita, intesa come sesso, in gioventù qualcosa gli aveva già regalato. La Sicilia non l’avrebbe certo aiutato a coltivare le passioni: le collezioni di prime edizioni, di cataloghi, di libri «bellissimi e inusueti» – ci sarebbe da leccarsi le dita – di quaderni avanguardisti e neoavanguardisti. O magari sì, chissà.

dentato_50pxConosco fior di collezionisti che si danno arie da professori con doppia laurea, ma che non sono mai andati oltre pagina sette di un libricino qualunque. Perfino di un giornalino della Bianconi. Conosco burocrati della cultura, carne e (poco) sangue di uno sprezzante analfabetismo di ritorno. Studio e collezione s’attaccano ai due emisferi del cervello e stentano a parlarsi. Forse per questo in Sicilia nelle biblioteche private trovi più roba che in quelle pubbliche. Settore pubblico che per uno “scherzo della storia” non è affatto per il pubblico ma per un privato che ha famiglia da campare e casa da pagare. Mughini era perfettamente a conoscenza delle cancrene sicule quando dopo il Sessantotto fece armi e bagagli, con studiata leggerezza cede il pregio della diplomazia e lo dice in altro modo.

dentato_50pxIn generale però c’è qualcosa che non va nella nuova fatica dello juventino d’Italia, “La Stanza dei libri” (Bompiani). L’impressione che quella filosofia da “Whatever Works”, che dava forma ai ragionamenti maturi a fasi alterne dei giovani degli anni ottanta si sia impadronita dell’ex collaboratore di “Libero”. Come si trattasse di una sorta di film horror dal finale più o meno scontato. Mughini è del 1941 e nel periodo del terrorismo aveva grossomodo trent’anni. Con ogni probabilità l’opposizione alla brutalità, sottolineata e risottolineata, vantava basi ideali e politiche di più salda natura. C’è una sorta di elaborazione postuma, benedetta, che lo ha come reso impermeabile alle “ragioni” – se ragioni c’erano – di chi a quel tempo stava dall’altra parte. Erano tutti criminali, tutti assassini? Può darsi o probabilmente no. Ma c’erano motivazioni che spingevano alla violenza che andrebbero “ideologizzate” e non (solo) “contrastate” alla maniera di un poliziotto che usa le parole al posto del manganello. Sennò come si diceva una volta è solo reazione borghese. Vada per i nomi delle fidanzate, d’accordo sul particolare “colore dei capelli”, ma un intellettuale dovrebbe sprecarlo qualche periodo – parafrasando Pino Rauti – sulle idee che mossero quel mondo tanti anni fa.

dentato_50pxGli insulti ai terroristi andrebbero accompagnati da sillabazioni teoriche. Altrimenti è (solo) guerra civile di parole. Lo spirito liberale che l’autore dice di incarnare dovrebbe venir fuori proprio in questi momenti. Attenzione a non confondere morale, opportunità e politica. Perché la politica, la morale se la mette in tasca. Alle sragioni si replica con ragioni di altrettanta natura sennò si parla una lingua incomprensibile. Chi crede che oggi l’Occidente meriti un trattamento violento – Mughini cita il terrorismo islamico – non smetterà di coltivare l’arbusto delle verità rivelate, perché si sa le rivoluzioni non sono pranzi di gala e via discorrendo. Siamo dalla parte di Mughini ma non basta dire che i brigatisti dentro e fuori dal carcere erano assassini, spieghiamo invece a chi pensa che il pianeta si nutra di crimini dai tempi di Abele perché le ideologie “pazzerelle” andrebbero contrastate. Altrimenti la casetta di carte si affloscia, altrimenti “non funziona”.

dentato_50pxNegli ottanta funzionava perché nuove “utopie” borghesi riempivano il quotidiano benessere. I filosovietici del mezzo secolo successivo li avresti presi a pernacchie. Non devo insegnarlo a Mughini il verbo liberale: prometti una casa, un orticello, un buon lavoro, il pane, il circo e tutto il resto puoi dimenticarlo. Oggi però la devi raccontare in un’altra maniera. Perché sennò si dà l’impressione di essere vecchi – di aver voglia di mandare tutti a quel paese come gli anziani alla fermata dell’autobus – anche se la restante parte della “Stanza dei libri” ha la freschezza del viso di una liceale. Dal racconto dei volumi praticamente impossibili («libri che ho comprato e che amo alla follia») alle citazioni garbatamente porno, dai fotografi francesi e americani ai periodici belli e possibili della “Nuova sinistra”. Sette vani di casa Mughini, traboccanti meraviglie (polvere) e ricordi. Ho quasi pianto – faccio per dire – per la biblioteca futurista che l’autore ha dato via un giorno di non molti anni fa.

dentato_50pxIl futurismo, nella sostanza nato in Africa per “merito” di re Mafarka è un rincorrere lo stupefacente con la magia di mille deroghe. Pensate, molti futuristi erano siciliani. In Sicilia si portano i santi in spalla, in Sicilia si grida al miracolo per una “Cavalleria Rusticana” con tanto di accoltellamento. Il bello lì è “ufficialmente” questo ed è stramaledettamente pubblicizzato. Mughini ne è consapevole: per audacia e genialità, quante città sono accostabili a Modena? Eppure per la capitale della neoavanguardia non un centesimo del tamtam mediatico di cui gode il sud per intero. Tutta colpa della “cultura siciliana”, oggi né più e né meno che erba infestante. Tutta colpa del boom economico e del turismo di massa per cui si comandò di trasformare luoghi invivibili – frequentati da un’elite capricciosa – in contenitori di bellezza (vera? falsa?) e in territori d’evasione a perdita d’occhio. O bere o affogare. E dire che i veristi erano amici dei futuristi, qualcosa come cento anni fa. Beffa delle beffe, nel frattempo – delitti di mafia a parte – poco o nulla è accaduto. Chi ama l’arte contemporanea o la fa è giusto vada via per non subire la tortura dei tipi alla “siciliana”. Da una parte i “decatleti” della parola, coloro che concedono tutto allo spettacolo ma che una gara seria con campioni seri non la vincerebbero mai. Dall’altra gli “etichettatori”, gli esseri più inutili che abbia conosciuto. Quelli che danno nomi importanti a ruderi e “monnezza”, nella speranza di guadagnare punti per una graduatoria delle intelligenze. Convinti che se lo scarafaggio lo indichi come “Periplaneta americana” sarà per forza di cose più bello.

dentato_50pxIl teatro contemporaneo gode buona salute, ma come l’Araba Fenice non lo scovi facilmente. Che nessuno si azzardi a far passare la notizia che tra un elefante in pietra e un ornamento barocco non ci si occupi del nostro tempo. La “città di Mughini” non spia solo il passato ma sperimenta e sperimenta, il guaio è che ai giornali – come volevasi dimostrare – non interessa granché. Concludo in nuovo splendore: ha ragione Gaetano Savatteri quando dice che o vai via dall’Isola o altrimenti crepi. Mughini ebbe la fortuna di capirlo molti anni fa. A Catania dovrebbero fargli una statua grossomodo come quella di Snoopy nell’ex liceo di Charles M. Schulz.

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