La tutela del “bene comune” di una comunità deve essere riservato al dominio della politica il quale non compromette ma garantisce le autonomie  degli ordini funzionali
La tutela del “bene comune” di una comunità deve essere riservato al dominio della politica il quale non compromette ma garantisce le autonomie degli ordini funzionali

Patria, federalismo e diritto naturale. Alle origini di un’idea forza

Ragionare di federalismo significa riscoprire valore e significato del diritto consuetudinario

Alla base dell’impianto istituzionale di una comunità e anche dell’ordinamento giuridico che ne consegue vi è sempre una idea forza che ne determina natura e funzioni. Così l’istituzione monarchica si basa sul concetto di ereditarietà di una linea di sangue che assicuri la continuità storica della comunità, mentre dietro una dimensione politica di tipo imperiale si cela un disegno ordinatore di carattere cosmogonico che si rifletta sopra la terra degli uomini.  E’ naturale, con riferimento a quelle particolari dimensioni comunitarie denominate stati nazionali, identificare con l’ idea di nazione la relativa parola chiave fondante. Meno banale pur tuttavia potrà apparire, senza tentare l’ impresa  della ricostruzione storica del sorgere e affermarsi di quella forma politica, richiamare alcuni tratti originari insiti in quella idea di nazione sulla e intorno alla quale la grandissima parte degli stati nel mondo si sono organizzati.

dentato_50pxIl primo carattere che vorrei mettere in luce, dal quale in definitiva dipendono  un po’ tutti gli altri , è quello di appartenenza, nel senso di “  appartenenza alla nazione”. Semplici individui, enti pubblici o privati, territoriali o di scopo,  tutti, ma sarebbe meglio dire tutto, appartiene alla nazione. Lo stato nazionale, anche qualora di forma democratica, ha connaturata una vocazione totalitaria, che bene può essere definita nazionalista e che in relazione all’ assetto istituzionale e giuridico si esplica secondo ben definiti caratteri. Costituzionalismo rigido, se non addirittura coranico secondo il principio del testo sacro che costituisce da sempre la base di ogni teocrazia, comprese quelle di natura laica . Segue una forte gerarchizzazione delle fonti giuridiche a decisa impronta positivistica, dove del tutto trascurabile appare la considerazione per il diritto consuetudinario per non parlare di quello naturale, mentre un ruolo centrale assume  la figura del Codice, tanto che, ci sembra a buon ragione, si potrebbe parlare di Stato Nazionale come di Stato Codificato. Dal punto di vista della struttura amministrativa lo Stato nazione è naturalmente, per antico assolutistico retaggio, caratterizzato da un forte centralismo con conseguente  formidabile concentrazione di poteri a livello centrale, scarsa o residuale importanza dei corpi intermedi, sociali o territoriali che siano, caratterizzati da uno spiccato tratto di sudditanza nei confronti della autorità centrale o dei suoi rappresentanti periferici, i così detti prefetti.

dentato_50pxL’alternativa all’idea di nazione, che a sua volta può essere fondante un altra tipologia di Stato, è tanto antica da rischiare di essere dimenticata. Infatti patria è parola antica, molto più antica di quella di nazione dalla quale si differenzia innanzi tutto per come coniuga il rapporto di appartenenza, in una inversione di significato  nel senso che:  a una nazione si appartiene, mentre una patria si possiede. Definire una comunità d’origine o anche adottiva come “propria” significa riconoscerla come patria.  Inoltre il concetto di patria è polivalente nel senso che in esso possono risiedere senza contraddirsi varie dimensioni tutte ugualmente rientranti nel concetto di origine, tanto che la patria potrebbe anche essere definita come l’ insieme delle condizioni spaziali e temporali che hanno presieduto alla manifestazione sul corrispondente piano di esistenza di quella specifica individualità che ci caratterizza. Patria è la casa in cui siamo nati, ma anche il quartiere, il paese, la regione, la nazione e il continente fino anche  la costellazione celeste. In definitiva il significato  del concetto di patria più che storico o geografico è di natura mitico, come del resto si conviene quando si tratta di  un’origine, e per questo può assumere l’espressione di diverse dimensioni senza che si  smentiscano tra loro. Ben si comprende come lo stato patriottico sia diverso da quello nazionalista a partire da questa prima  e, a nostro modo di vedere, fondamentale differenzazione del coniugare il rapporto di relazione tra il cittadino e lo Stato. Rapporto che nel primo caso si caratterizza nel senso dell’ appartenere  (appartenenza a una nazione) con un inevitabile significato di passiva soggezione se non di vera e propria sottomissione, mentre nel secondo caso si caratterizza nel senso del possedere (possesso di una patria) esplicitando un altrettanto inevitabile significato di rivendica di ruolo gestionale sul piano della attiva partecipazione. In questo senso si può anche parlare di nazionalismo totalitario e di patriottismo democratico.

dentato_50pxLa natura mitica del patriottismo, che lega insieme per ciascun individuo  le diverse dimensioni originarie che lo riguardano,  mi sembra con ogni evidenza riferibile nel modo più appropriato allo stato federale e in modo direi sorprendentemente appropriato a quella particolare forma di federalismo cui si riferisce la Confederazione Italiana di Alvi che assume la municipalità, il “locus loci”della propria origine ovvero la “piccola patria”, come base della propria organizzazione istituzionale, senza che ciò debba necessariamente contraddire dimensioni più ampie di comunità.

dentato_50pxLa municipalità assunta come unità amministrativa di base della confederazione alviana deve essere valutata sotto un duplice profilo: uno relativo alla competenza territoriale di natura giuridica amministrativa , l’ altro di  natura istituzionale  relativa alla sua organizzazione tripartita. Abbiamo già indicato in un precedente  articolo il senso allargato di municipalità  cui volentieri faremmo riferimento, tale da annullare la artificiosa forma delle provincie, ma la domanda che dobbiamo porci è se sia augurabile o meno che  tra la base municipalista e i vertici dello stato confederale che pur tuttavia devono esserci, il  così detto Consiglio Federale, vi siano corpi intermedi a base territoriale e vocazione amministrativa. In definitiva le così dette regioni, o meglio regiones come le indicavano gli antichi. E se sì con quali compiti? Potremmo pensare a delle specie di leghe di città munite di autonomi statuti  tra loro collegate per contiguità geografiche, vocazioni produttive, ma anche omogeneità etnica e comunanza di tradizioni. In definitiva dovrebbero trattarsi di dimensioni antropologiche significative  anche esse organizzate su schema tripartito.

dentato_50pxNon solo distretti industriali o perché no anche turistici agricoli e culturali tradizionali, ma anche giurisdizionali nel senso di corti di giustizia da articolare su base territoriale in riferimento alla municipalità (tribunale?) e regiones (corti d’appello?) con l’ introduzione delle giurie popolari anche per i processi civili il che assicurerebbe una sicura valorizzazione del diritto consuetudinario, di cui la giuria popolare è quasi per definizione legittima custode. Stesso schema da replicare anche per l’ amministrazione di polizia e di tutela dell’ ordine pubblico con l’ introduzione dello istituto della sceriffo. In entrambi i casi  dovrebbe essere affermato il sacrosanto diritto e aggiungerei fondamentale sul piano dell’organizzazione tecnica amministrativa di uno stato federale,  del principio secondo cui  i sottoposti al potere giudiziario o alla potestà di polizia devono essere liberi  di scegliere con democratiche elezioni coloro che tali poteri dovranno in concreto su di loro esercitare. E’ il modello americano che, per lo meno in teoria, ma aggiungerei non solo in teoria, rappresenta il modello più riuscito di stato federale con forte connotazione patriottica. I problemi dell’ amerikanismo sono altri, sui quali non è il luogo di discettare, ma possiamo anche immaginare che la struttura federale dello stato costituisca un certo argine alle distorsione di un modello di vita  che non riesce proprio per questo motivo e comunque anche per questo a collettivizzare l’ intero polo americano.

dentato_50pxA questo punto dovrebbe sorgere spontanea una domanda circa l’ applicabilità al caso italiano del sopradetto principio base di democrazia federalista secondo cui i soggetti ad un potere, massimamente giudiziario e di polizia, devono avere a loro volta il potere di scegliersi chi tale potere possa esercitare,  nell’ ipotesi della realizzazione di una confederazione come quella propostaci da Alvi. Per caso non è che in regiones   tradizionalmente a forte presenza mafiosa ci ritroveremmo eletto sceriffo di qualche paesino o paesotto  o città un Badalamenti, un Messina Denaro e via discorrendo? La domanda serve anche a introdurre un tema sotto certi aspetti ineludibile e riassumibile sotto l’ espressione  di questione meridionale. La questione è reale e realmente problematica e non vale per superarla la osservazione che qualsiasi  Nord avrà comunque sempre il suo meridione. Sicuramente potrebbe accadere, ma è anche vero che a quelle popolazioni si offrirebbero possibilità di scelta che mai hanno avuto e contemporaneamente verrebbero private da ogni alibi circa l’ effettivo grado di contrasto alle mafie che saprebbero e potrebbero esprimere. Un alto grado di responsabilizzazione  e la fine di ogni atteggiamento paternalistico quanto intimamente colpevole da parte di lontane autorità centrali  potrebbero anche avere effetti salutari su popolazioni  assuefatte a respirare la fetida aria nichilista della immutabilità del male, cui verrebbe proposto, per la prima volta nel corso della loro storia, di prendere nelle mani il loro destino senza più scuse interessate e facili alibi. Per lo meno ci piacerebbe sperarlo.

dentato_50pxMa quello di Alvi non è solo un federalismo municipale ma anche tripartito. La teoria del tripartitismo sociale del dott Steiner alla quale il dott Alvi evidentemente si ricollega è nota e si basa su una intuizione tanta vera  nell’ espressione quanto coraggiosa nell’intento. Consiste nella affermazione che i principi che regolano la politica e il diritto non possono essere i medesimi di quelli che regolano economia e cultura, i tre principali ambiti in cui si articola la società. Se ciò è vero occorre riconoscere un necessario rapporto di autonomia che deve sussistere tra le tre componenti sociali, rapporto di autonomia che dovrà essere riproposto a livello di municipalità, regiones e federale. Riconoscere agli ordini spirituali e economici una propria autonoma capacità normativa di autoregolamentazione dovrebbe essere a mio modo di vedere più semplice che riconoscere la corrispondente limitazione al suo ambito di applicazione al dominium della politica. E’ questo un passaggio cruciale che Alvi sembra spingere fino alla estrema conseguenza di ridurre l’ ambito stesso dello Stato a un livello minimissimo. L’ordine politico ritirato verso il suo principio è l’ espressione che usa Alvi nel suo libro con la conseguenza che “scienza, istruzione, sanità, informazione … devono procedere da una libera scelta e perciò queste funzioni dovrebbero prendere la forma di fondazioni”. Immaginarle però al di fuori dello stato significherebbe privarle della loro natura di persone giuridiche, ovvero di soggetti riconosciuti di diritto che in quanto tali si impongono erga omnes, non per gentile concessione, o spontanea benevolenza  ma in forza del potere coercitivo del diritto, il che è con tutta evidenza un’altra cosa. Al di fuori del riconoscimento e della protezione giuridica che solo lo Stato assicura le fondazioni sembrerebbero ridursi a buone intenzioni, lodevoli stati d’animo. Che l’economia possa rispondere a principi di fraternità piuttosto che di utilità per naturale predisposizione della buona natura umana è senz’altro auspicabile e sarebbe anche realizzabile in una società dove tutti fossero dei  San Francesco ma forse sarebbe meglio affidarsi ad un appropriato sistema giuridico vincolante che impedisca all’utilità, caratteristica naturale di ogni attività economica, di pervertirsi in pura venalità. Una utilità non venale può anche definirsi fraterna, ma dubito che ciò possa accadere al di fuori di un sistema giuridico che lo predisponga.

dentato_50pxDunque non si tratterebbe tanto di ridurre lo stato a funzioni minime di una minima politica, ma di trasformare lo stato da centralista e nazionale a federale e patriottico, demandando proprio al diritto  l’ assicurazione della autonomia  reciproca delle funzioni tripartite, reciproca perché non è che solo la politica abbia la vocazione all’invasione di campo, ma anche la cultura in versione integralista ( la repubblica dei filosofi personalmente mi spaventa quanto quella degli ayatollah) e sopratutto l’economia con la sua quasi illimitata capacità di corruttela. Nell’immaginare il diritto come inestricabilmente legato al potere politico si finisce col soggiacere ad un forte condizionamento che la concezione nazionale dello stato è in grado di suscitare nel presentare come inevitabile il carattere positivistico del diritto. Il positivismo giuridico è anche esso frutto, direi avvelenato, del centralismo dello stato nazionale e allora ragionare di federalismo potrà anche significare riscoprire valore e significato del diritto consuetudinario e del diritto naturale che non contraddicono, ma esaltano quello spirito patriottico di cui abbiamo parlato e che dovrebbe essere alla base di ogni impresa confederata.  In questo senso il diritto si porrebbe piuttosto come autonoma condizione dell’organizzazione sociale, forse da ricondurre secondo l’impostazione alviana più nell’ ambito degli ordini spirituali che di quelli politici.

dentato_50pxIl voto di tutti, il voto dei migliori, il voto fraterno è il titolo di un capitoletto del libro  di Alvi che pone un problema ulteriore circa il funzionamento della Confederazione che schematicamente può essere  così riassunto: i consigli tripartiti eleggono il Governo federale e immagino anche quelli municipali ed eventualmente regionali.  Direi che questo schema di governance, possa ancora essere definito democratico, anche se sui generis e quindi al di fuori del classico sistema di democrazia corrente basato sul solo principio del suffragio universale che in questo caso rimarrebbe riservato all’ elezione del Consiglio dell’ordine politico che concorrerebbe alla elezione del Governo Federale insieme però agli altri Consigli degli ordini culturali e economici  costituiti attraverso altri sistemi  diversi da quello del suffragio universale quali quelli della cooptazione e della designazione da parte appunto delle categorie economiche. Se siamo ancora nell’ ambito di una democrazia che potremmo azzardarci a definire mista  certamente si tratterebbe di un ben particolare tipo di governo democratico. Forse si potrebbe azzardare la definizione di democrazia funzionale. Il Governo federale inoltre non avrebbe una potestà dispositiva, ma solo propositiva. Allora a chi, quale organo spetterebbe la responsabilità della decisione ultima di schmittiana memoria?

dentato_50pxSembrerebbe profilarsi da questo punto di vista l’allarmante spettro dell’anarchismo, mentre per un altro verso potrebbe darsi luogo ad una specie di elefantiasi burocratica, quasi che tutte le strutture amministrative di governo, locali , regionali e nazionali dovessero essere moltiplicate per tre, senza risolvere compiutamente il fine del perseguimento del bene comune che , in quanto tale non è in effetti ripartibile. Il consiglio federale o anche municipale che il discorso non cambia, in quanto emanazione dei consigli tripartiti per ciò stesso assicurerebbe il perseguimento del bene comune, anche nel senso di comunitario in quanto della intera comunità, o inevitabilmente non finirebbe per riproporre al proprio interno una particolarizzazione degli interessi non superabile in via di sintesi da un organo che non la prevede? In altri e più generali termini, l’ interesse o il bene comune è la somma degli interessi particolari o  li comprende in una qualche forma superiore di trascendenza?  Ritorna la vecchia critica che viene mossa ad ogni ipotesi di corporativismo circa la incapacità a perseguire una politica d’insieme che superi il particolarismo degli interessi tipico della struttura. Siamo certi che il fai da te delle singole municipalità  dia luogo al fraterno concorrere degli spiriti come degli interessi o non piuttosto a quella microconflittualità diffusa, del tutti contro tutti, che fu, non dimentichiamolo, carattere tipico della stagione storica dei liberi Comuni dell’Italia centro settentrionale e la ragione prima del suo disfarsi?

dentato_50pxForse alcune considerazioni ulteriori circa la stessa natura del tripartitismo potrebbero a questo punto aiutarci, tenendo fermo  il punto irrinunciabile  della autonomia  delle funzioni    steineriane, ponendo però ua netta distinzione tra diritto e politica da riportare al suo significato essenziale, classico, direi nobile, di perseguimento del bene comune che in quanto comune non è propriamente ripartibile. Sono le attività delle funzioni proprie ai vari domini, giuridici, culturali e economici che vanno preservate nei loro autonomi domini, ma anche comunque ricomposte al  livello superiore del perseguimento e realizzazione del bene comune che le trascende e che dovrebbe essere il dominio proprio di ciò che chiamiamo politica. Uno sviluppo industriale significativamente esteso sulla penisola  sembrerebbe richiedere una politica industriale capace di programmare razionalmente infrastrutture, quali porti, interporti aeroporti ma anche collegamenti internet, bande larghe, supervelocità ferroviarie ecc. e anche  per quanto riguarda  i distretti evitare pericolosi fenomeni di cannibalizzazione sempre possibili al di là  di fiduciose visioni fraternaliste.  Anche da un punto di vista  culturale e soprattutto della ricerca scientifica a ben vedere il discorso non cambia: lo spontaneismo e l’ indubbia vocazione anche storica di alcuni centri di studio e ricerca potrebbero non essere sufficienti a garantire quelle concentrazioni di capitale intellettuale e non solo, oggi più che mai necessarie per competere anche da questo punto di vista con il fenomeno che caratterizza la nostra epoca e che si chiama globalizzazione e che richiede quella programmazione strategica della ricerca che lo spontaneismo dei vari centri di studio potrebbe non essere in grado di garantire.

dentato_50pxIl riconoscimento di una necessaria dimensione  di promozione  e di tutela di quello che può essere chiamato “il bene comune” di una comunità e che dovrebbe essere riservato al dominio proprio della politica in quanto tale non appare di per sé necessariamente compromettere  le autonomie  degli ordini funzionali della tripartizione sociale, anzi per certi aspetti garantirli, tenendo presente il nostro suggerimento dell’ inserimento del diritto nell’ ambito degli ordini spirituali e comunque distinguendolo nettamente  da quello del dominio della politica.

dentato_50pxStoricamente è all’interno della svolgimento della millenaria esperienza storica romana antica che  è rintracciabile l’ esistenza di un ordine molto simile, direi incredibilmente simile a quello che Alvi definisce un ordine spirituale. Gli iurisprudentes, esperti del diritto che in totale e assoluta autonomia svolgevano  quella funzione giurisprudenziale di “responsa” e “consulta” al servizio dei giudici e dei cittadini in cui si esplicava la virtù sapienziale di quel popolo per il quale appunto la sapienza fu essenzialmente scienza giuridica. E’ una esperienza sulla quale varrebbe la pene riflettere non solo perché si tratta di una reale e storica esperienza del tutto aliena da fantasiose ricostruzioni più o meno utopistiche e soprattutto perché si trattò di una esperienza di grandissimo valore se solo pensiamo che buona parte del mondo organizza tutt’ora il proprio vivere sociale sui principi che l’antica giurisprudenza romana elaborò senza che nessuna autorità politica legiferasse al riguardo, ma anzi fungendo da limite e controllo nei suoi confronti.

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


  1. Discettare di uno stato che abbia a sua base la giurisprudenza (nel senso in cui se ne è parlato nell’ultimo paragrafo dell’articolo, rifacendosi alla tradizione romana) significa discettare di uno stato che abbia a sua base la virtù della prudenza (l’unica virtù che viene legata al diritto e alla legge, la iuris prudentia, appunto, che è letteralmente la “prudenza del diritto”). Se la prudenza, come ci suggerisce un qualsiasi dizionario, è quella “virtù capace di dirigere l’intelletto nelle singole attività in modo da discernere ciò che è giusto” (fonte Treccani) allora al centro di essa c’è quella particolare cosa che si chiama “discernimento”, concetto tipicamente cattolico attraverso cui si descrive lo sforzo dell’uomo di ascoltare quanto dice Dio. Il discernimento cioè è il saper declinare e riconoscere nel particolare la volontà che Dio ha espresso in modo generale nella sua Legge e può avere, per dir così, anche un’espressione “laica” quando si riconosca l’esistenza di un bene oggettivo e dunque di una legge morale oggettiva. Perché l’operazione riesca c’è bisogno di una coscienza chiara e pulita, poiché si tratta di confrontarsi con l’oggettività della Legge, al fine di sfuggire ad ogni soggettivismo, il quale potrebbe prendere in ostaggio la vita, quella delle singole persone, come quella dello stato.
    Ciò che impedisce alla prudenza di essere espressa può essere, come è stato notato nell’articolo, la venalità, come fu per i Comuni medievali, ma anche l’individualismo e l’autocrazia introdotti dalla riforma protestante. Questa, infatti, col principio del libero esame, ha sottratto all’oggettività l’attività del discernimento e la ha posta tutta nell’ambito dell’arbitrio individuale. Il libero esame, infatti, era il modo che trovò Lutero per smarcarsi dalla dipendenza da Roma, cosa che desideravano, da parte loro, anche i prìncipi tedeschi, i quali volevano smarcarsi dall’impero (autocrazia e individualismo, dunque, hanno una medesima matrice di pensiero che li accomuna). Questi prìncipi, staccandosi dal federalismo che improntava l’impero, crearono tanti principati autonomi e assoluti. E fu proprio l’assolutismo la falsariga su cui si costruì, fra Seicento e Settecento, il modello dello stato moderno; modello che, nolenti o volenti, ereditarono le diverse forme di governo che si succedettero, anche quelle democratiche.
    Oggi l’individualismo è giunto al parossismo (ma non è detto che non possa procedere anche oltre, visto che al peggio non c’è mai un limite), e se ne vedono chiaramente i frutti nel fatto che si è imposto a livello universale il pensiero debole che disconosce l’esistenza di un bene oggettivo, che va al di là delle singole individualità e oltre il particolarismo degli interessi venali e soggettivi, e di conseguenza che vi sia una legge morale universalmente conoscibile. Oggi, dunque, si dà libero sfogo al sentimentalismo, all’individualismo e alla venalità, senza che vi sia alcun argine dettato dalla razionalità. Il risultato è un caos di fatto senza legge, poiché in tal contesto vince chi ha più forza. Ci troviamo oggi, dunque, in democrazie a cui l’assolutismo autocratico, introdotto dalla riforma protestante, ha dato gli strumenti perché al loro interno tiranneggino l’individualismo, il sentimentalismo e la venalità. Strumenti infine mano alle élite che le dirigono opportunamente per creare consenso, consenso subdolo che viene chiamato pensiero unico dominante e che si esprime nel politicamente corretto.
    Non si può disgiungere, a mio avviso, l’esaltazione dello stato centralista attuale (che si esprime anche nell’ideologia utopica del governo mondiale) con la crisi della morale. La filosofia morale, infatti, cerca di dare all’individuo una legge universale che lo guidi dall’interno di sé, attraverso il discernimento (non mi riferisco per forza a livelli specialistici riservati ad accademici, ma anche alla “filosofia spiccia del quotidiano”). A questa incapacità sopraggiunta di un serio discernimento, vuol supplire l’autoritarismo sul versante della morale e l’autocrazia sul versante politico: risultato comune è una diminuzione della libertà. Con buona pace di illuministi e rivoluzionari di ogni risma e specie.

    1. Proprio bello, complimenti.
      Preso atto che questo è ormai il nostro mondo, l’umano, ciò che lo distinguerebbe nel Creato, patisce rischi inimmaginabili solo fino a poco tempo fa, tra reiterate annoiate ingordigie consumistiche, l’etere all’ottava bassa delle connessioni digitali, il corpo come scarto da laboratorio, omologazione estetica, l’ orgoglio gaio e distorsione del femminile.
      Con il beneplacito affamato di consensi, e che si cortocircuita in ottusa propaganda, della politica: di rallegrarsi proprio non viene, tutto andrebbe fatto in calma e tutt’al più acceleriamo il passo, di fretta..
      Eppure, è forse in tempi come questi che quella verità intima al cuore di ogni uomo, che Lei carezzava tra le parole, splende più vivida che mai.
      C’è poi un limite valicato il quale, propiziare il cambiamento con l’esempio diventa inutile più che faticoso? E quali le azioni, le vicende che ne conseguono? Mi viene il capogiro, La saluto, grazie ancora alla C.I.

      f ‘

Raccolta fondi dei poveri o dei ricchi?

Diversi anni fa incontrai un prete ciccione, di quelli trafficanti, il quale discorrendo di non so quale pratica idea mi ammonì, solenne: “Guardi che le buone azioni si fanno con le chiacchiere dei ricchi e i soldi dei poveri”. Non so quanto sia vero, ma sia dei ricchi, sia dei Leggi di più[…]