L’America, incalzata da sfide di tipo nuovo si trova anche oggi rispetto al mondo nella condizione di cui parlava Kissinger: non può né dominarlo né abbandonarlo a se stesso
L’America, incalzata da sfide di tipo nuovo si trova anche oggi rispetto al mondo nella condizione di cui parlava Kissinger: non può né dominarlo né abbandonarlo a se stesso

L’America di Trump e l’impero riluttante

PER COMPRENDERE IL SUCCESSO DELL’OUTSIDER REPUBBLICANO È UTILE LA VECCHIA IDEA USA DEL PIEDE IN CASA. IL VERO SOGNO AMERICANO È SEMPRE STATO QUELLO DI “FAR TORNARE A CASA I RAGAZZI”

Andrè Malraux ha detto una volta degli Stati Uniti: “Sono la prima nazione che è diventata la più potente del mondo senza aver mirato a questo scopo”. Tesi che può suonare singolare alle orecchie di molti, addirittura sospetta per i dottor sottile dell’intellighentia europea, convinti, in fondo, che non solo l’America sia un impero, ma che le strategie della sua espansione e del suo dominio discendano da un nucleo ideologico compiuto e coerente. Non è così e c’è un saggio, di cui è opportuno tornare a parlare in questo nuovo tornante della storia americana con la sfida Trump-Clinton per le presidenziali, che lo dimostra con argomenti piuttosto solidi. L’impero che non c’è, geopolitica degli stati Uniti d’America (Guerini e associati) di David Polansky è un libro davvero indispensabile per chi sia interessato a gettare almeno uno sguardo in quel mistero che per gli europei è la mentalità americana. Mistero sconosciuto come tale, essendo gli Stati uniti oggetto di una batteria di pregiudizi ideologici che presumono di racchiuderne la comprensione.

dentato_50pxDa un lato l’antiamericanismo coatto – Jean Revel l’aveva chiamata l’ossessione antiamericana – ha proiettato sugli Stati Uniti l’ombra della politica e della guerra per come è stata concepita in Europa. Dall’altro l’ultratlantismo europeo ha costruito un’immagine angelizzata degli Stati Uniti, terra della libertà e della democrazia, fingendo di non vederne la spregiudicata politica di potenza. Per gli antiamericani di estrema sinistra l’America si riduce a una caricatura: le mene di Kissinger, la guerra irregolare della Cia a base di spionaggio, assassinii e diffusione di Lsd per stroncare i movimenti di liberazione internazionali, la proiezione di potenza del Pentagono, il capitalismo imperialista. Per l’estrema destra gli Usa sono la modernità dispiegata e ormai irredimibile, lo spazio della secolarizzazione compiuta, il centro di irradiazione della globalizzazione e della finanza anonima senza patria e senza volto, soprattutto la potenza che ha sconfitto i fascismi nella seconda guerra mondiale nella guerra del sangue contro l’oro.

dentato_50pxLa realtà è che gli Stati Uniti, con buona pace di detrattori e apologeti, sono un’entità che continua a sfuggire ad ogni possibilità di definizione definitiva dai tempi di Tocqueville, che nel suo viaggio ne ricavò impressioni appunto contrastanti poi riversate in quel capolavoro della politologia e della letteratura che è La democrazia in America. Laddove appunto l’apertura dei ceti e la dinamica democratica – fattori di evoluzione e accelerazione rispetto alle sclerosi europee – rischiano sempre di rovesciarsi nel loro contrario. Così come l’ambizione universalista della propria filosofia politica deve fare i conti con le continue, tornanti profonde pulsioni isolazioniste: la frontiera e la fattoria.

dentato_50pxLa tesi di David Polansky non solo nega l’idea che esista una chiave universale dell’impero americano, si sostiene anche che gli Stati Uniti non avrebbero né una vocazione, né un destino, né una coscienza imperiale. “L’impulso americano”, scrive Polansky, “è l’antitesi dell’aspirazione imperiale, perché guidato dalla convinzione che, una volta raggiunto l’obiettivo, l’America possa fare ritorno a casa”. Certo, come ha scritto Robert Kaplan, ci sono giovani tenenti colonnelli americani e altri ufficiali intermedi che ogni giorno prendono sistematicamente decisioni sul campo sulle questioni più diverse: dall’addestramento dell’esercito colombiano all’individuazione dei capi afghani da appoggiare, dalle esigenze del governo yemenita in materia di guardia costiera e di altre forze speciali alla tutela della sovranità della Mongolia messa in pericolo dalle infiltrazioni cinesi o russe. Ma questo non basta a dimostrare che l’America sia un impero. Gli imperi vogliono restare negli spazi conquistati, durare nel tempo, mettere le radici: l’America invece ha un altro sogno: quello che da sempre riecheggia nella volontà di far tornare a casa i ragazzi.

dentato_50pxInsomma l’America si sente coinvolta nel mondo, si sente chiamata a garantire un mondo libero dalle minacce, ad assicurare la libertà dalla paura, nella straordinaria presunzione che un mondo simile sia non soltanto possibile ma anche naturale. “Come per i pionieri, con la loro infaticabile ricerca di nuovi territori dove potersi infine stabilire senza più peregrinazioni, anche oggi è vivo il convincimento di poter chiudere il capitolo della geopolitica per concedere all’America il meritato riposo. E’ questo convincimento dunque e non l’aspirazione all’impero o alla supremazia, ad alimentare da sempre le imprese americane nel mondo. Non è una tesi assolutoria degli errori della politica estera americana, ci tiene a chiarire Polansky, degli infortuni, anche recenti, in cui sono incappati gli Stati Uniti: nell’invadente politica Nato nei confronti della Russia per esempio, o nelle cosiddette primavere arabe o nella lotta al terrorismo internazionale dopo gli attacchi dell’11 settembre portati su Washington e New York.

dentato_50pxAnzi, Polansky afferma che proprio questa mancanza di prospettiva geopolitica e di ideologia imperiale ha portato gli Usa a intervenire e a farsi coinvolgere anche quando sarebbe stato più strategico attendere o stare alla finestra. Una maggiore propensione insomma ad accettare le connotazioni imperiali di una strategia globale senza grandi finalità che non scaturiscano da imperativi morali, si sarebbe potuta tradurre in una politica estera più oculata  e moderata…”Riconoscere l’impossibilità di raddrizzare il mondo di punto in bianco per poi lasciare che segua il suo corso avrebbe sicuramente significato meno crisi come quella dell’Irak, anche se avrebbe comportato la necessità di dislocare militari e civili nelle aree in cui l’instabilità minaccia di degenerare in disastri di più ampie proporzioni”.

dentato_50pxMa che cosa c’è alla base di questa scarsa attitudine al realismo politico, di questo universalismo idealista che porta gli Stati Uniti, malgrado la loro vocazione sostanzialmente isolazionista, a farsi coinvolgere nel mondo? Alla base, spiega ancora c’è il carattere antimachiavellico della natura americana: “Si potrebbe dire che la più grande differenza rappresentata dalla fondazione degli Stati uniti – ovvero il suo carattere antimachiavellico – sta nel fatto di non avere deliberatamente riconosciuto il primato della politica estera, accettato invece da tutti gli altri regimi”: regimi che a differenza di quello americano si sono costruiti attraverso successive guerre tribali o dinastiche o ricorrendo alla violenza per conquistare il potere politico all’interno dello Stato. Ha dunque ragione John Lewis Gaddis a dire che “l’ideale americano è stato quello di isolare la vita interna da un mondo esterno violento”. E la prospettiva americana, in linea con la storia politica di questo Paese è ancora precisamente questa. E l’America, incalzata da sfide di tipo nuovo si trova anche oggi rispetto al mondo nella condizione di cui parlava Kissinger: non può né dominarlo né abbandonarlo a se stesso. Il problema per gli Stati Uniti allora, in un epoca in cui si trovano ad essere l’unica potenza in grado di dare forma al mondo, è quello di riuscire finalmente a diventare una nazione più attenta alla geopolitica, più realista, più capace cioè di accettare il mondo qual è senza ritrarsene e al tempo stesso senza rinunciare a condurre una politica a sostegno dei propri legittimi interessi strategici.

dentato_50pxNon è un processo facile: va tenuto presente infatti che se noi europei siamo figli della nostra storia, gli americani lo sono della loro filosofia. Per questo il problema della politica estera americana sta nel bisogno di essere astrattamente coerente coi suoi principi e la sua mentalità. Principi e mentalità che hanno condotto gli States alla guerra nel Vietnam e a commettere un errore dopo l’altro in Iraq, ma che “ha anche generato il piano Marshall e il ponte aereo di berlino, come pure l’impegno ad abbattere le tirannnie del XX secolo”. Gli Stati Uniti restano comunque un enigma per noi europei e in fondo anche per loro stessi, enigma che si infittisce con l’affacciarsi sulla ribalta politica di Donald Trump, l’outsider archetipico si direbbe che contenderà a Hillary Clinton, la prima donna in corsa per la presidenza, l’elezione alla Casa Bianca. Si è detto che Trump tragga forza e spinta dalla paura dell’America profonda, dalla rabbia di una società impoverita, dalla rivolta contro le elite, proponendo politiche che si sarebbero una volta dette di sinistra: dalla distensione internazionale alla tutela sociale passando per misure protezionistiche tese a salvaguardare l’economia interna. Ma non è solo questo, non è questo il segreto del suo successo.

dentato_50pxNella sua diffidenza verso la globalizzazione, verso i nuovi trattati di commercio internazionale, nella sua avversione alle crociate internazionali e nelle sue paventate politiche di respingimento per gli immigrati Trump attinge agli umori, ai sentimenti, ai riflessi dell’America profonda della dottrina Monroe, del piede in casa, della riluttanza e del rifiuto di essere un impero. Nel dicembre 2015, su National review il conservatore Ted Cruz ha criticato i folli neo-conservatori che vogliono invadere tutti i paesi del pianeta e spedire i nostri figli a morire in Medio-Oriente”. Lo stesso mese, durante un discorso alla Heritage Foundation, sempre Cruz prendendo spunto dalla crisi libica criticava gli interventi americani e avvertiva: “Non abbiamo nessuna parte da sostenere nella guerra siriana”. Trump porta agli estremi queste pulsioni da piede in casa e le condisce con un sentimento d’assedio a tinte populiste – “Ci buttiamo migliaia di miliardi di dollari mentre le infrastrutture del nostro paese si stanno sgretolando”. Ma la strategia del ripiego americano viene contemplata anche dalla presidenza democratica di Obama: il 10 settembre 2013, il presidente dice che il conflitto siriano era da considerarsi la guerra civile di qualcun altro.

dentato_50pxE ancora nel 2011, Obama promettendo il ritiro delle truppe in Afghanistan diceva: “Nell’ultimo decennio la guerra ci è costata 1000 miliardi di dollari proprio nel momento in cui il nostro debito esplodeva e comunque in tempi di crisi. E’ tempo di concentrarci sulla costruzione del nostro paese”. Questo mentre prometteva il ritiro a breve. A chiudere la guerra in Vietnam, cominciata dai democratici, fu Nixon – ma i due partiti si sono alternati nella gestione delle crisi internazionali. Tuttavia a formulare con più nettezza con sintesi fulminante l’argomento forte dell’isolazionismo americano è stato il conservatore Patrick Buchanan, collaboratore prima di Nixon e poi Reagan: Se non smettiamo di comportarci come l’Impero britannico, finiremo come l’Impero britannico”.  Un appunto che qualcuno dovrebbe far leggere a Hllary Clinton e ai club che la sostengono, la finanziano, la ispirano.

COMMENTA

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  1. In realtà la storia dell’ultimo secolo ci mostra un impero tutt’altro che “riluttante”, dal momento che la tendenza “isolazionista” è sempre rimasta in seconda linea: In questo senso l’imperialismo americano è diretto erede dell’idea imperiale britannica, come fu nutrita da Milner,Rhodes & C .
    La questione scottante al centro di tutto è che ormai da troppo tempo subiamo i risultati delle politiche prodotte dalla versione “neocon” di tale imperialismo. Oggi come ieri i neocon agiscono di fatto senza alcun freno, intenti a mettere in pratica quanto tracciato ben prima dell’11 Settembre nel “Project for The New American Century” e da similari roadmap di ispirazione “straussiana” Il rischio finale è quello di far deflagrare una nuova guerra nucleare. Ecco perchè ogni essere umano di buon senso puo’ solo sperare nell’elezione di Trump: sarebbe il primo Presidente “isolazionista” da moltissimo tempo a questo pare….almeno nei programmi.

  2. Beh, quanto il mondo di casa sia isolato dalla violenza che sconvolge il mondo esterno, basterebbe leggere qualche pagina di Blood Meridian di Cormac McCarthy per vederlo.

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