Il detto “business is business” non è che una facezia, per un europeo, mentre per ogni americano, anche appartenente a diversa etnìa immigrata o acculturata è una gabbia mentale che s’impone moralmente, un trasporto istintivo, che si situa ancor prima dei comandamenti biblici
Il detto “business is business” non è che una facezia, per un europeo, mentre per ogni americano, anche appartenente a diversa etnìa immigrata o acculturata è una gabbia mentale che s’impone moralmente, un trasporto istintivo, che si situa ancor prima dei comandamenti biblici

Il male americano

Fenomenologia dello statunitense tra conformismo e disturbate esistenze cinematografiche

Penso al confronto elettorale americano delle primarie e quindi alla politica interna, soprattutto come a una farsa: è infatti sintomatico  nell’americano medio il fatto che egli adori il cinema,  e abbia sempre coltivato in sé,  con tutta naturalezza, l’ambigua vocazione, quando non l’aspetto schizofrenico dell’attore recitante, ovvero la dicotomia maschera-persona.

dentato_50pxUn pervertimento psicologico o forse è meglio dire vetero-religioso ha fatto sì che la costante supervisione dell’onnipresente regista sul set, con trucchi, fari e cineprese, venisse, pragmaticamente trasfigurata nella sfera ideale delle gerarchie morali, se non in Dio stesso. E del resto alcuni attori americani dagli albori dell’industria cinematografica degli USA già asserivano in tutta franchezza, di –“non riuscire più a distinguere tra la loro personalità e la parte che dovevano recitare”-. Il loro dialogo interiore, come estensivamente quello dell’intero popolo nord americano e culture collegate, direbbe un analista medico, non é più quello della classica dicotomia tra io/non-io e realtà. Infatti, non avendo storicamente perseguito da secoli alcun processo di individuazione e quindi di consapevolezza interiore, nell’individuo americano emerge evidente l’impossibilità di effettuare qualsiasi scelta esistenziale che esuli da quanto il sistema della recita sociale proponga; e perciò nella fattispecie la tensione psicologica interiore tra io e realtà finisce per manifestarsi nella pantomima dell’esibizione recitativa, meglio dire nello sforzo di conformità o meno alle aspettative di scena.

dentato_50pxMi è capitato spesso di sentire i miei ospiti americani dopo un pò sorprendersi di come in Europa –“ogni individuo fosse sorprendentemente imprevisto e di come mostrasse una personalità più frequentemente distinta”- Evidentemente da loro questo non avviene. A un ordito di assimilate aspirazioni pseudo-religiose, mai diversamente protestanti, che è il loro abito di facciata, hanno fatto aderire, senza soluzioni di continuità, l’altra faccia comunque rivendicativa e pragmatica dell’ideologia protestante: quella della realizzazione del divino in terra, con l’inevitabile slittamento nel baratro quantitativo della dimensione edonistica, da cui deriva, in ultimo, la valorizzazione del culto del denaro come unico mezzo e strumento di compimento. Il detto “business is business” è almeno ancora  dubitabile per un europeo, mentre per ogni americano, anche d’una etnìa immigrata o di recente acculturata  è una gabbia mentale che s’impone amorale, un trasporto istintivo, che si situa  prima dei comandamenti biblici: assume i connotati di un diktat naturale e va invariabilmente applicato in qualsiasi contesto, perfino nei confronti dei  figli, di chi si ama, o si stima. Per questo non concordo sul fatto che gli americani siano figli della filosofia e che perseguano i fini dell’universalismo idealista: questo è solo una faccia della medaglia e neanche la più significativa.

dentato_50pxSe così fosse solamente, i partiti politici statunitensi avrebbero incarnato sin dalle origini una ideologia come sistema concettuale, una necessità che costituisce le fondamenta di qualsiasi movimento di massa, come è sempre avvenuto in tutto il resto del mondo, mentre invece è storia che siano nati ed esistano solo come coaguli di interessi finanziari ed economici. Non ha senso, in America neppure parlare di orientamenti di destra e di sinistra, perché tale terminologia, per tutte le classi sociali, appartiene a una categoria estrema, fuori sistema, non compatibile con la dialettica politica, perfino sospetta e di conseguenza bandita da ogni contesto dialogico. Ecco le incertezze di Tocqueville ed il motivo per cui Trump non può essere visto altrimenti che come un prodotto hollywoodiano, un altro teatrante demagogo da notte degli oscar, tra i tanti della storia politica americana, che non risusciterà alcuna destra e soprattutto non potrà mai permettersi il lusso di costituire un’alternativa al sempre prorompente mondo degli affari e dei trust speculativi di Wall Street già apertamente favoriti dalla “generazione Clinton”.

dentato_50pxSoprattutto l’esito di ridurre il tenore di vita (meglio: di spreco) dell’americano medio è pura fantascienza, sarebbero più credibili gli universi alieni alla Asimov o alla Leinster. ll tenore di vita, come il diritto a mutare la vita in recita  di Beverly Hills,  o di possedere tre Ferrari,  è elevato a religione, garantito dall’intera struttura etica confessionale: deus vult! La povertà diviene allora precisa colpa scenica dell’individuo, come la malattia o qualsiasi evento sfavorevole di un attore. Il futuro presidente dovrà perciò ostentare la recita di ogni venalità  titanica, piuttosto che una  linea politica coerente. Del resto il candidato repubblicano è personaggio maldestro,  di recitazione sommaria, in una campagna elettorale rozzamente costruita per porre in crisi gli avversari democratici (per giunta stigmatizzati “pussy generation” di contro alla propria sottintesa “macho rigidity of principles”). Trump recita il film western  del ricco prepotente, e che però ha ragione; negli Stati Uniti è sempre in gioco l’accezione  da film western dello stesso termine “politica”.

dentato_50pxE, quanto a Obama, gli scarsi risultati delle sue vacue  riforme socialistizzanti, nonché dell’ intero suo programma elettorale, cito in particolare il vecchio cavallo di battaglia dei democratici circa il ridimensionamento dell’impegno militare all’estero (il tema del “ritorno a casa”, appunto, è sempre stato un fertile terreno di propaganda, oltre che un prodotto cinematografico redditizio), sono in aperto contrasto con l’escalation in Siria e l’ affermazione dell’ISIS. Con l’incremento della partecipazione militare USA e degli alleati, si è compiuta, come da programma, la piena destabilizzazione dell’area petrolifera medio orientale (interessi israeliani compresi), nonché nordafricana.
Per un soffio non vi è stato pure il coinvolgimento in Ucraina.

dentato_50pxPsicosi, disturbo di personalità multipla, dissociazione tra propositi e risultati: quali saranno le implicazioni psicologiche e le realtà politiche del nuovo presidente  eletto, incorniciato dall’apoteosi di una gloria sfavillante e pacchiana sul palcoscenico da “notte delle star”, di fronte a masse in visibilio, con l’eloquenza di battute ma senza pensieri, a fiumi (ricordate i mantra di vittoria di Barack?) e le capacità auto-terapiche, garantite da un fisico indistruttibile (vedasi la presunta polmonite di Hillary ed il jogging mattutino a sfumature boccaccesche del marito, quando, di prima mattina, veniva ripreso saltellante attorno alla Casa Bianca, circondato da gorilla), e infine purtroppo pure l’ istrionica testimonianza di coscienza planetaria, di indefessa abnegazione alla “giusta causa” , con l’immancabile capacità di confondere illusione e realtà, politica e missione, fede e business, come un baratto inconsapevole, ma pur sempre onnipotente, imperscrutabile da parte di coloro che dalla politica americana si aspettano orientamenti e trasparenze.

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