La casa avrebbero potuta averla subito. Non fosse stato per la stretta di mano… Certo non devono essersi resi conto delle conseguenze del gesto, e del fatto che non tutti sarebbero stati tanto disponibili come quella donna alla quale hanno rifiutato di stringere la mano
La casa avrebbero potuta averla subito. Non fosse stato per la stretta di mano… Certo non devono essersi resi conto delle conseguenze del gesto, e del fatto che non tutti sarebbero stati tanto disponibili come quella donna alla quale hanno rifiutato di stringere la mano

Da Damasco alla Westfalia

PARLIAMO D’ALTRO, SEMPRE PIÙ PESSIMISTI

La fetta di torta è ben densa come dev’essere ogni Kaesekuchen e mantiene quel tanto di acido, che si addolcisce coi beveraggi, in questo caffè di Muenster, in Westfalia, dove siedo davanti alla Anneliese. Costei seppure invecchiata ha lo sguardo intatto e mite di quand’era bella ragazza. Dal che deriverebbe una certa malinconia, ma di quelle dolci in questa Germania di parenti, calma e sempre meno complicata. Ma ecco il tintinnio del campanello della porta d’ingresso. Entra una giovane, e me ne viene un sussulto di straniamento dal tempo: è Anneliese da giovane; e, del resto, è sua figlia Maria. Accompagnata da una moretta minuta, fazzoletto e pelle ombrata, timidissima per quanto invece la tedesca pare decisa. La piccolina inchina il viso, e si congeda con un cenno furtivo, subito, senza alzare lo sguardo o salutarmi. Maria, seduta accanto alla madre si dedica invece alla mia torta, ne demolisce le perfette pareti con sicure forchettate, mentre inizia a dire di questa sua amica. “Prima della guerra lei T. e lui A. studiavano medicina a Damasco. Sono arrivati in Germania dopo essere stati un anno in Turchia. Parte della famiglia è rimasta in Turchia, parte in Siria.”

dentato_50pxA giudicare dalle foto che le hanno mostrato, pare che stessero bene prima della guerra: sposati, 21 anni, felici, entrambi di famiglia abbiente. Ad incontrarli è stato Florian, il fidanzato di Maria che s‘è preso cura di loro: “Perché pensava che fosse importante aiutarli, … erano completamente soli in terra straniera. Anche a me dispiace molto per loro, perdere tutto, soli, senza alcuna certezza su quanto succederà”. Giacché, dice Anneliese, il procedimento per ricevere le carte e restare in Germania può durare anche un anno. Seguiterebbe a dire la sua; ma la figlia l’interrompe: “Sono persone per bene, desiderose di studiare, ci hanno sempre detto che la loro aspirazione era di imparare il tedesco il prima possibile, per iniziare a studiare all’università” Penso tra me che non so se ci riusciranno: in Germania quando si tratta di università sono molto più che severi. La giovane Maria mi legge nel pensiero e replica. “Non abbiamo parlato di quanto sia difficile entrare alla Facoltà di medicina in Germania, per non togliere loro la speranza. Però se ne stanno rendendo conto: la Germania non è il paese che pensavano fosse. Li hanno mandati a 150 chilometri di qua, per via di certe pratiche burocratiche e per poi rimandarli indietro, sbrigativi, annullando l’appuntamento. Mi hanno detto di aver pensato che forse sarebbe stato meglio restare in Siria. Lui triste e già depresso, lei più combattiva. Devono aspettare di ricevere i documenti. Fino ad allora non possono fare nulla, neanche iscriversi ad un corso di tedesco. Li mandano alla Berufsschule, ch’è la scuola professionale, dove però non imparano nulla, soltanto sport, cucina e matematica.

dentato_50pxIl tedesco che loro sanno è quello che gli insegna Florian. Costui giovane diligente e mite, anche se non molto convinto del gesto della Merkel, tedescamente fa comunque il suo dovere. E del resto “A noi sono sempre stati molto grati, anzi mi hanno detto più volte che per loro siamo come una famiglia e che anche se tutto va male, sono felici perché noi ci siamo”. Allora Anneliese diventa meditabonda e io cambierei discorso; invece Maria prosegue. “In effetti sono affezionata ad entrambi, però dall’altro ieri, da quand’è successo … ho iniziato a chiedermi che cosa pensano di noi, anzi che cosa pensano di me, se mi vedono fumare una sigaretta o abbracciare un ragazzo della mia età per salutarlo”. L’interrompo: “Ma cosa è successo?” Guarda la vetrina: “T. e A. devono lasciare il Flüchtlingsheim il mese prossimo, e dunque cercarsi una nuova sistemazione per far spazio a altri profughi. Florian gli aveva procurato un appuntamento per una casa”. La proprietaria, dice Anneliese, è una signora di mezza età, grassoccia e gioviale, occhi azzurri e capelli tinti con l’henna, il tipo molto sozial engagiert. La figlia prosegue: “E addirittura m’aveva pure detto che avrebbe dato loro l´appartamento volentieri … che voleva affittare proprio per aiutarli in una situazione difficile. Ma arrivati sulle scale, Florian ed io, siamo andati avanti. Abbiamo salutato la signora con una stretta di mano, come si fa in questi casi. Dietro a noi c’era A. al quale la proprietaria ha con impeto teso la mano. La sua mano però è rimasta lì sola, l’altro non l’ha stretta”. Si scusa, perché la mia torta è finita, poi continua: “Florian se ne restava imbarazzato sul penultimo scalino con le mani nelle tasche del giubbotto: davanti a lui la mano tesa dell’altra, che sgranava gli occhi tra il sorpreso e l´imbarazzato. Le si vedeva un punto interrogativo in viso, come volesse chiedere: adesso che succede? Florian è allora intervenuto … dicendo che sono musulmani e che non danno la mano a una donna. La tedesca molto sorpresa ha aggiunto: bè….bisogna saperlo, das muss man wissen. Poi ha sorriso ma di un riso severo. Ho subito capito che la cosa non sarebbe andata a finire bene. Entrati in casa, del resto anche T. ha evitato di dare la mano al marito della proprietaria della casa. Il gesto è parso meno eclatante solo perché è arrivato il cane a spaventarla, sottrarla al disagio di stringere la mano a un uomo.  …. La casa avrebbero potuta averla subito. Non fosse stato per la stretta di mano… Certo non devono essersi resi conto delle conseguenze del gesto, e del fatto che non tutti sarebbero stati tanto disponibili come quella donna alla quale hanno rifiutato di stringere la mano”.

dentato_50pxSi ferma a pensare; io insisto: “Tu che gli hai detto.” E Maria: “In auto volevo dirgli che la cosa non va, che non stringere la mano a una donna o rifiutare di ricambiare il gesto è come sputare in faccia a qualcuno, però non sapevo come iniziare. In un modo o nell’altro ho pensato che in fondo la loro religione è l’unica cosa che gli rimane. Dal momento che nelle ultime settimane non hanno fatto altro che ricevere brutte notizie, non volevo fargli catechismi vari”. E’ curioso come si ripetano sovente gli stessi episodi in breve lasso di tempo. Mi sono ricordato del colloquio in un treno di due giorni prima con una tale iraniana, Shoreh, fuggita in Germania dopo la rivoluzione. Cresciuta in una famiglia aperta, dopo aver finito gli studi, lavorava in un laboratorio. E quando una delegazione tedesca era arrivata in visita, alla fine dell’incontro ognuno dei membri del gruppo, tutti uomini, aveva teso la mano ai ricercatori iraniani. E lei, l’aveva stretta, senza trovarci niente di strano. Il giorno dopo le era arrivata l’ammonizione ufficiale a non ripetere il gesto. Maria invece pensa ancora alla sua amica: “Mi sono chiesta se sapessero che non ricambiare una stretta di mano è un’offesa. Per quanto si possa essere all’oscuro di quali siano gli usi qui, rimane sempre la sensibilità, la capacità, l’intelligenza di capire certe situazioni. Tutte doti che si darebbero quasi per scontate con due studenti di medicina, la futura borghesia d’ogni paese. L´imbarazzo gelante che si è creato quando la mano è rimasta là offerta e non ricambiata, non era davvero fraintendibile. Però c’è la religione di mezzo, o un’educazione che pare bloccare la ragione, e rendere inflessibili, anche di fronte alla necessità di trovarsi un tetto sopra la testa il prima possibile”. Replico: “Ma la casa alla fine l’hanno avuta?” E lei: “No, e una mia amica giurista ci ha anche spiegato che il costo per metro quadrato sarebbe stato comunque troppo elevato visti i regolamenti vigenti in Germania, per chi riceve Hartz IV o sussidi dallo stato, come i profughi. Eppure io credo che la proprietaria avrebbe offerto loro lo stesso la casa, a condizione che A. le stringesse la mano. Non so se Florian abbia parlato con A. e la moglie di questo tipo di regolamenti, certo è che quando ha raccontato ad A. che non potevano avere la casa, lui ha risposto sbrigativo che l’aveva immaginato.” Ed è finito anche il mio caffè; parliamo d’altro. Ma sempre più pessimisti.

dentato_50px(articolo pubblicato su Il Venerdì di Repubblica il 4 dicembre 2015)

 

 

COMMENTA

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  1. Beh, non è difficile risalire all’origine della stratta di mano (la destra, quella che può – solitamente – impugnare la spada): di lì offrirla nuda sta per “pace”. Il resto è sostanzialmente ultroneo.

  2. Il fatto, piuttosto serio è che la loro religione, (e non si dica che non tutti siano così bla bla… è la loro religione, purtroppo, nel cui testo sacro, più volte si fa cenno con odi a spade e coltelli, a persone scannate ecc), vede nel semplice contatto che può essere la stretta di mano, quale gesto di pace nella nostra cultura, che ci viene insegnato sin dall’infanzia, un mero e freddo contatto carnale…. cioè una fobia per la carnalità e la contaminazione della donna da azioni e gesti aventi contatti umani corporei. E’ qualcosa di preoccupante, bene ha fatto il Professore, nel citare tale storia, perché la stretta di mano, all’asilo, a scuola, all’oratorio, al campo di calcio, in chiesa, ovunque è un gesto ben augurante di pace nella nostra cultura.

  3. Il fatto è che siamo arrivati ad un punto che se non c’è qualcosa che ci fa andare oltre il problema (serissimo) di una stretta di mano, tutto crolla e non c’è punto di ricostruzione. Perchè è bella una stretta di mano? Oggi occorre riscoprire dall’origine anche questo. Questa è la sfida. Senza scandali. Nella libertà.

    1. Stringersi la mano e’ cosa bella ed e’ sicuramente un gesto di pace. Ma tuttavia, a voler esser accurati, non sarebbe (stato) proprio l’amore universale a ispirarlo. Il gesto di stringersi la mano nascerebbe piuttosto dalla volonta’ reciproca di mostrarsi (per il momento) disarmati “ecco, non ho armi, nessun coltello”. E mettere da parte la diffidenza. Forse, e per alcuni, persino un gesto di realismo (“Fratello, la violenza non ci e’ estranea, mostrami le mani…).

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