Modesti edifici, opifici industriali con ciminiere a lato, casette di servizio presso incombenti gasometri, solitari depositi sui binari d’uno scalo ferroviario, che nei quadri di Mario Sironi svolgono l’ufficio di figurare l’architettura italiana caratteristica del tempo ultimo
Modesti edifici, opifici industriali con ciminiere a lato, casette di servizio presso incombenti gasometri, solitari depositi sui binari d’uno scalo ferroviario, che nei quadri di Mario Sironi svolgono l’ufficio di figurare l’architettura italiana caratteristica del tempo ultimo

L’incubo di Mario Sironi

Nei suoi quadri il paesaggio italiano dei tempi ultimi: periferie spettrali, nude, metafisiche

Sono dei modesti edifici con il tetto a due falde, opifici industriali con ciminiere a lato, casette di servizio presso incombenti gasometri, solitari depositi sui binari d’uno scalo ferroviario, che nei quadri di Mario Sironi svolgono l’ufficio di figurare l’architettura italiana caratteristica del tempo ultimo, al modo di quanto era stato per i templi arcaici raffigurati nelle superstiti pitture romane.

dentato_50pxSe tali bastimenti rappresentano l’invenzione prima, la più semplice, di una nuova architettura dipinta per determinare il paesaggio della civiltà italiana moderna, essi si evolvono, in parallelo a ciò che avvenne in epoca ellenica e romana, verso architetture composite, delle quali prima caratteristica saliente è nei tetti che abbandonano la elementarità della capanna a due falde e adottano una copertura piana o a quattro falde di minima inclinazione. Coperture che all’architetto dell’edificio non pongono solo un diverso problema di resistenza statica ma richiedono maggiore cura nello studio dei rapporti lineari e dell’ornato, i quali devono sottrarre la costruzione ad una somiglianza troppo manifesta con i solidi elementari quali parallelepipedi, cubi e prismi.

dentato_50pxCi si accorge, dalla visione dei quadri sironiani, che quando, un edificio nell’opera vuole costituire un luogo figurativo su cui soffermarsi, esso viene ritratto spesso, se non sempre, in una ardita prospettiva accidentale.

dentato_50pxSappiamo da qualsiasi manuale di disegno che accidentali sono quelle prospettive nelle quali il solido rappresentato, nel caso più elementare un parallelepipedo -quale può essere una casa di periferia a tetto piano-, si porge all’occhio dell’osservatore secondo uno spigolo, in una visione angolare nella quale, le linee costitutive del solido rappresentato che escono dallo spigolo verticale che crea l’angolo, convergono tutte senza eccezione verso due punti laterali opposti, detti punti di fuga. Si vuol vedere ora in modo semplice e utile, anche per la pratica grafica, quali siano le suggestioni che la scelta della prospettiva accidentale suscita in colui che contempla un quadro del pittore lombardo.

dentato_50pxGli edifici, i palazzi di periferia, i capannoni con il tetto a due falde si porgono all’occhio dell’osservatore secondo il cantone d’angolo, e in tal modo con le due facciate laterali che vanno verso i punti di fuga, danno l’idea d’una prua di nave che si avvicini. Nel caso del palazzo periferico a molti piani la visione incombe e inquieta. Suscitando la medesima impressione che proverebbe chi si trovi per mare su di una piccola nave a vela e veda arrivargli incontro un transatlantico. Vi è tuttavia una duplicità in questa forma di figurazione: per la capannina ferroviaria o la capanna montana viste in prospettiva accidentale il senso diviene quello di un rifugio che la sorte provvidente ad un tratto ci indica lungo una via.

dentato_50pxDelle prospettive, quella accidentale è quella che in forma più compiuta permette di percepire l’esatta composizione dei volumi di un edificio. Essa quindi ci ragguaglia con maggiore precisione sullo spazio che osserviamo e sui suoi arredi. Di qui la visione d’angolo di certi capannoni industriali con le ciminiere prossime e binari ed altro: un palese intento documentario del nuovo spazio italiano. Binari, capannoni e ciminiere come vie, chiese e campanili della città antica.

dentato_50pxL’angolo che si porge e le due facciate che vanno verso i punti di fuga opposti, indicano pure un cammino che si biforca, due vie che si rendono possibili. E la scelta di una di esse comporta prima l’interrogativo e poi la decisione: dunque tale vista d’angolo, si oppone pure se da complementare alla rassicurante prospettiva centrale che fu classica dei quadri del Rinascimento nei quali la via verso l’unico punto di fuga al centro – che l’occhio e quindi la mente devono seguire – è la sola possibile e non pone dubbi.

dentato_50pxIn alcuni casi l’edificio posto al centro del quadro in prospettiva accidentale, pure se esso sia monumentale nelle dimensioni o non così abitabile e grato come il riparo d’una casa, assume l’ufficio della capanna di cui si è detto: quello di un porto provvisorio e inaspettato. Può darsi in forma di edificio ferroviario che si leva come un’isola in uno scalo fra i binari e i fabbricati con le ciminiere lontani, o di chiesa a cupola al centro della piazza.

dentato_50pxNei quadri del pittore si può anche ravvisare una strana similarità, dovuta proprio all’uso di questa visione d’angolo, che si crea fra la rappresentazione dei palazzi di periferia e quella dei massicci montani. Lo spigolo vivo dell’edificio e le linee che convergendo verso i due punti di fuga acuiscono il tetto sono l’equivalente del costone vivo, spesso al centro o quasi della composizione, della montagna impervia e delle sue falde digradanti ai lati. Palese un senso leopardiano della natura tutta, sia quella artificiale degli edifici che quella dei monti: se essa è madre, molto spesso appare matrigna.

dentato_50pxUna aggiunta sui pupazzi di Sironi. Sono disegnati con una stilizzazione estrema dove linee rette prevalgono e le curvature si riducono al minimo necessario alla facilità del tratto disegnato. Non vi è lo studio delle volumetrie e delle proporzioni come avveniva per quelli del Dürer e di Erhard Schon di cui si è scritto in altro capitolo. Non sono aggraziati e filiformi come quelli medievali di Villard de Honnecourt o di Dalì. Ad essi appare naturale collegare il poemetto, brevissimo e ristretto a sole tre linee, scritto dal pittore intorno al 1918 e intitolato “l’arte”:

dentato_50pxla deformazione ultra grottesca di selvaggi primitivi

dentato_50pxil pupazzo carico d’incubi

dentato_50pxche idolo.

 

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