Nietzsche, e con lui Pavese, aveva compreso che l’epoca di civiltà anglo-germanica era connotata da rovina e dissoluzione.. Compresero anche che le cure illuministe e socialiste erano manifestazioni della stessa malattia
Nietzsche, e con lui Pavese, aveva compreso che l’epoca di civiltà anglo-germanica era connotata da rovina e dissoluzione.. Compresero anche che le cure illuministe e socialiste erano manifestazioni della stessa malattia

Pavese all’ombra di Nietzsche

“Amici miei, l’abbiamo passata dura quando eravamo giovani: la gioventù stessa l’abbiamo sofferta come una grave malattia. Ciò fa l’epoca in cui siamo gettati – l’epoca di una grande intima rovina e dissoluzione, che con tutte le sue debolezze e anche con le sue forze migliori contrasta allo spirito della gioventù”.

dentato_50pxParole di un filologo che, fedele all’etimo della sua professione, tentò visceralmente di amare il Logos. Dunque abbandonò la carriera universitaria, trasformò la professione in profezia annunciando un nuovo amore per il Verbo liberato dai pesi del cristianesimo storico e da un antropomorfismo ormai limitato, privo di Sofia e di slancio verso l’oltre. Parole di Friedrich Nietzsche, della sua opera non esistente, La volontà di potenza composta arbitrariamente con suoi frammenti da congiunti infedeli mentre lui era ormai altrove, legato al corpo fisico da un filo tanto sottile da poter esser visto solo da veggenti.

dentato_50pxSono parole tradotta da Cesare Pavese, perché lo scrittore piemontese si dedicò all’impresa di rendere Nietzsche nella lingua del Sì durante il tragico biennio ‘43-‘45 mentre infuriava la guerra civile e già pulsava l’urgenza di una sana ricostruzione dell’Europa.

dentato_50pxPavese, com’è noto, si dedicò soprattutto alla traduzione di autori inglesi e statunitensi, ma apprese da autodidatta anche il tedesco, esercitandosi sul Faust di Goethe, opera seminale della nostra civiltà. E negli ultimi anni si consacrò al profeta di Zarathustra, donando la sua versione dei primi 270 aforismi dell’opera fantasma.

dentato_50pxStona forse questa tensione pavesiana verso il mondo germanico e al contempo verso l’ultima frontiera americana? Solo nelle orecchie di chi non ha voluto capire il Pavese degli ultimi anni, avvinto dal mito, dall’etnologia, dai dialoghi con la sapienza greca e toccato dal traumatizzante e trasmutante contatto con il nichilismo analizzato proprio da Nietzsche in quei frammenti. No, non stupisce che il tradurre Melville portasse verso quei lidi, non stupisce l’intuizione che Dioniso si sarebbe manifestato proprio nell’uomo elettrico dell’estremo occidente cantato da Whitman, sbocciato nel mondo nichilistico perché tellurico e tecnicizzato degli Usa. Mentre Pavese poneva stoicamente fine alla sua esistenza terrena, proprio oltreoceano nasceva la Beat Generation che sotto l’insegna di Dionisio, talvolta mascherato da Buddha o più simile alla vera vite di  Cristo, volle disperatamente rivendicare l’esser battuta dal nichilismo ma anche beata. Non sarà allora inutile ricordare che il nome di Nietzsche compare già nella prima pagina dell’On the road kerouachiano e che nella stessa opera  si dice che il personaggio dietro cui si nasconde l’identità di William Burroughs legga il nietzschiano e goethiano Oswald Spengler.

dentato_50pxNietzsche, Pavese, i Beat la passarono dura da giovani, avendo compreso che l’epoca di civiltà anglo-germanica era connotata da rovina e dissoluzione, da guerra che è sempre civile. Compresero anche che le cure illuministe e socialiste erano manifestazioni della stessa malattia. Occorreva andare altrove. Infatti, che ci faceva uno come Pavese nel Partito Comunista Italiano di Togliatti? Vi era entrato probabilmente solo per poter avere voce in capitolo sulle scelte editoriali dell’Einaudi. Per pubblicare Nietzsche (missione ostacolata con assiduità e poi compiuta per Adelphi da Colli e Montinari), per diffondere i saggi di Mircea Eliade, aprire con la collana “viola” nuovi orizzonti post-nichilistici perché pre-moderni, pre-socratici. Ma chi bollava come irrazionalismo tutto il pensiero che non era rientrava nella dialettica marxista non poteva capire.

dentato_50pxLa parziale traduzione de La volontà di potenza, accompagnata da un brillante saggio di Francesca Belviso è ora disponibile nel volume Amor fati. Pavese allombra di Nietzsche, edito da Aragno.

dentato_50pxLe lettura è consigliata non solo per riaffrontare l’acutezza a tratti indigesta e pericolosa degli aforismi nietzschiani, per comprendere quanto Nietzsche ci fosse sempre stato nella poetica pavesiana ma anche per l’ottimo lavoro della Belviso nella ricostruzione della vicenda editoriale e dell’ambiente degli intellettuali sabaudi in quegli anni. Stupisce, ad esempio, che Giaime Pintor bollasse Ernst Jünger come autore “decadente” senza comprendere quanto un’opera come Sulle scogliere di marmo rappresentasse proprio una reazione al nichilismo nazista e dunque alla decadenza della civiltà tedesca, alla volontà di potenza mal indirizzata.

dentato_50pxCiò che infastidisce di più del volume è però un passaggio dell’introduzione firmata dal professor Angelo d’Orsi. Lo studioso di Storia del pensiero politico non si risparmia nel giudicare le scelte di Pavese nel nefasto biennio. Scrive che la mancata partecipazione alla Resistenza fu “una manifestazione di viltà”; accusa pesante, che ci pare offenda non solo l’uomo Pavese e la complessità della sua visione del mondo. Con cautela si dovrebbe scivolare dal giudizio storico-politico, o meglio ideologico, a quello morale. Pavese forse non condannò del tutto il fascismo e non se la sentì di combatterlo con le armi in pugno perché vide nei suoi nemici l’infezione dello stesso morbo. La Resistenza la fece allora a modo suo e contro avversari meno inquadrabili.

dentato_50pxO forse fu viltà, come certi passaggi diaristici di feroce autoanalisi potrebbero far intendere? Anche se così fosse, puntare il dito contro il vile, meno lucido e coraggioso di un Beppe Fenoglio, è atto moralmente antipatico. Anche se sorretto dalla sicurezza di poter sempre scegliere il fronte vincente, il male minore, in certi frangenti storici. Pavese non ebbe quella sicurezza, tanto meno l’ha l’umile recensore. Ci auguriamo che la possieda il professor d’Orsi.

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  1. Se Pavese è un vile, i partigiani che hanno ucciso il povero ed innocente Beato Rolando Rivi, cos’erano? Evidentemente Pavese lo sapeva.

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