Novalis vuole identificare l’Io con l’amore, con l’origine d’ogni comunione e universalità. Origine che essenzia l’ideale produttivo/creativo, del volere ogni cosa
Novalis vuole identificare l’Io con l’amore, con l’origine d’ogni comunione e universalità. Origine che essenzia l’ideale produttivo/creativo, del volere ogni cosa

Il Destino e la volontà (per una metafisica dell’azione)

Ancora su “Un’estate invincibile”, ancora sulla sfida spirituale dell’eterna giovinezza

Il tempo delle generazioni è – nonostante le illusioni sessantottine, settantasettine, ottantanovine, generazioneixine e via generazionando – definitivamente trascorso, e non da poco. Aveva provato a comunicarlo, ed in modo pressante, ormai oltre cento anni fa, il sempre troppo poco conosciuto e compreso Rudolf Steiner – chi ama i centenari legga la sua conferenza del 7 Gennaio 1916 nel volume 165 dell’Opera Omnia –, con sovrabbondante dovizia di concretezza e creatività spirituale.

dentato_50pxAnche chi non voglia dar peso agli orientamenti donati da un ancora insuperato fenomenologo dello Spirito, ma percepisca in sé, con inequivocabile evidenza, che il tempo delle generazioni è da molto trascorso, basta sappia leggere, senza pregiudizi, la storia – con la minuscola – del Ventesimo Secolo, per comprenderla come il tentativo di cancellare questa percezione dalla coscienza degli esseri umani: cancellarla prima di tutto dall’Europa, chiamata a scoprire per prima il trascendere un’ottica “generazionale”, ossia un’ottica, in fondo, essenzialmente condizionata da fattori biologici/ereditari e, pertanto, dal passato. Il biotecnocratismo americano, guglielmino, bolscevico e nazionalsocialista – per menzionare solo i più eclatanti esempi – sono lì a mostrarlo: tutti tentativi accomunati dal voler ridurre l’Uomo a massa “generazionale” e, dunque, programmabile/generabile a partire da questa o quella forma di collettivismo. Proprio la violenta forza di questi tentativi avrebbe potuto, se non dovuto, far percepire, almeno nelle opulente – e, dunque, sufficientemente dotate di tempo per pensare senza pregiudizi – società postbelliche “occidentali”, quale fosse la realtà che quel biotecnocratismo aspirava a cancellare: l’Io capace di farsi artefice del proprio Destino.

dentato_50pxInvece di questa percezione i decenni postbellici hanno visto ulteriormente sprofondare l’Occidente, tanto americano quanto europeo, in un “generazionalismo”, in un collettivismo ancora più insidioso, perché prodotto da dinamiche molto più subdole e ipocrite di quelle classicamente dittatoriali: un generazionalismo più accattivante, perché affermatosi a partire dalla ricerca di una libertà e di un benessere puramente di superficie, ovvero, appunto, biologizzati. Quanto questo generazionalismo fosse insidioso sta a mostrarlo il fatto che le “generazioni” contestatarie del secondo dopoguerra hanno opposto e oppongono una resistenza pressoché nulla all’affermarsi di quella “rivoluzione” biociberdigitaltecnocratica che, dati i mezzi ormai a disposizione, rischia di inabissare l’Europa e il mondo nell’assenza di Io. Molti benpensanti replicheranno sostenendo che i traini, gli startupper di quella rivoluzione sono spesso men che trentenni. Controreplica: chi ha consegnato nelle loro mani il concreto potere di deformare il mondo così fulmineamente, trasformandolo sempre più in un ormai quasi insopportabile ammasso di belluini impulsi materialistici e psicotico ciarpame ciberspiritualistico?

dentato_50pxAgli oggi benpensanti contestatori/trici del dopoguerra il modesto consiglio di leggere quanto Platone – immenso fenomenologo – svela riguardo alle responsabilità degli “anziani” e dei “maestri” rispetto al disorientamento dei giovani – vedano, ad esempio, Repubblica 562e-563b –. Invece di bearsi d’illusioni, scoprirebbero verità quanto mai attuali in un tempo, come il nostro, in cui gli studenti ventenni si trovano di fronte settantenni o sessantenni troppo spesso – talvolta in qualità di mature students, che pur dovrebbero dare esempio (visto che non hanno nulla da perdere) di gioiosa e serena disciplina – immersi in un infantilismo peggiore del peggiore infantilismo pubertario.

dentato_50pxProprio gli oggi settantenni e sessantenni – ovviamente con eccezioni tanto più degne di onore quanto più isolate nel magma “generazionale” – hanno voluto e costruito la scuola, l’accademia, gli orizzonti professionali con cui noi nati dall’inizio degli anni Settanta ci stiamo scontrando nell’età dove – secondo le dinamiche d’una sana incarnazione dello Spirito – dovremmo cominciare ad acquisire sempre più spazi di responsabilità: spazi che, però, troviamo già infestati da una forsennata follia burocratista, accreditazionista e certificazionista, frutto di uno smottamento culturale e civile avvenuto negli ultimi dieci/quindici anni in tutta Europa, di fronte al quale le possibilità di azione positivamente trasformatrice si stanno approssimando allo zero.

dentato_50pxAvremmo fatto meglio noi nati a partire dal Settanta? Non lo so, e qui non è il caso di cadere in un recriminazionismo che ci porterebbe agli stessi errori delle “generazioni” contestatarie. Anzi, forse è giunta l’ora di ringraziare le “generazioni” settantenni e sessantenni per l’occasione che ci stanno donando: l’occasione di vivere costantemente partendo e, quindi, creando dal nulla, visto che nessuna “istituzione” da loro costruita o accolta si sta mostrando capace di significare qualcosa; l’occasione, detto altrimenti, di praticare un autentico immaginare. Autentico perché non dedotto a partire da una qualche sicurezza, e per questo veramente generativo, come quello che Socrate auspicava quando osava farsi levatrice delle anime: un immaginare che, in quanto tale, non è legato all’essere “generazione”, ma può essere solo Destin/Azione, Azione che manifesta la Luce dell’Io e, perciò, in modo sempre individuale, singolare, non “generazionale”, partorisce la sostanza d’una realtà autenticamente nuova.

dentato_50pxPer non cadere negli stessi errori di chi ci ha preceduto dobbiamo osar concentrarci sull’occasione che ci donano i fallimenti delle “generazioni” postbelliche. Dobbiamo scoprire, allora, che una vita autentica non può essere più frutto di “generazioni”, ma esclusivamente di Destin/Azioni che solo Io posso generare, percependomi, dal nulla d’ogni certezza, quale Luce spirituale capace di manifestare il mio Destino: vivente, oltre la polarità di io e comunità, in quella forza del Bene che è radice tanto dell’Io quanto della Comunità armonica con la Luce degli Io chiamati ad integrarvisi. E proprio questa Comunità “agatologica”, questa Comunità di Destin/Azione, è la sinfonia che, recentemente, Riccardo Paradisi ha reso evidentemente implicita nel suo Un’estate invincibile: nel suo evocare le forze d’una invincibile estate come quelle, inesauribilmente giovani, che devono nutrirci di fronte alla radicale crisi della cultura europea.

dentato_50pxUn’evocazione che, al di là di quanto verrà “quantitativamente” recepita, ha il merito di aver colto la Soglia che, ormai da tempo, ogni essere umano, più o meno consapevolmente, sperimenta: la Soglia che distingue una psichicità sempre più elettromagnetizzata e subumana da una coscienza dello Spirito che è Io, e che è l’unica radice dell’essere Uomo; la Soglia che, in altre parole, distingue l’umanità psicocratica, sempre più collettivizzata, identificantesi col proprio sostrato biologico – l’umanità delle “generazioni” – dalle Anime autenticamente individualizzate, capaci di manifestare Destin/Azioni, sempre più accogliendo il proprio essere Spirito.

dentato_50pxNella luce di questa Soglia non c’è più posto per un agire “generazionale”, se si vuole generare una cultura e forme di comunità autenticamente nuove: adesso, crollata, come ovvio avvenisse, la sensatezza d’ogni “istituzione” non illuminata dall’Io, ci è donata la Gioia d’un vero immag(in)are, di ri-generare ogni attimo quale Istante che partorisce il Destino dell’Io, senza voler passivamente dedurre destini da una qualche appartenenza biologica o “istituzionale”. Gioia che non può scoprire chi non sperimenta lo Spirito. Esperienza che nulla e nessuno ci potrà dimostrare o certificare, perché eterna e, dunque, sempre appena nata, nuova, indeducibile, illocalizzabile, individuale, inistituzionalizzabile, inaccreditabile, perché immodularizzabile e inteorizzabile: giovane oltre ogni età, oltre ogni generazione, ogni certezza, perché Presente che trascende ogni passato e futuro. Presente come ogni opera generata nell’innocenza d’una autentica Luce: come uno sguardo che, oltre ogni disperazione ed invidia, sa donare all’altro la forza di generare la domanda che lo rende Poeta dello Spirito.

COMMENTA

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  1. Caro Prof. Lavecchia,
    il testo e` assai bello e arriva, credo, al cuore del problema; ossia come un individuo storicamente condizionato e determinato possa prender coscienza di esser persona, cioe` realizzare l’ essere universale di cui l’ io, qui e ora e`, non maschera dotata di vita apparente, marionetta i cui fili sarebbero mossi da un invisibile se’, bensi’ proiezione vitale, occasione irripetibile, parametro ottimale nella funzione necessaria per integrare coscientemente i multiformi bagliori della luce del bene che lampeggiano in quell’ Io che, negandosi, si autogenera. Credo che chiunque abbia seguito la via dell’agire “generazionale”, quale che sia l’epoca in cui abbia preferito o potuto agire, abbia spesso consegnato se’ medesimo a parametri che conducono a soluzioni impossibili, ad esser orma vuota dell’oblio del Se’.

  2. Un testo che stamperei e appenderei in ogni aula dove si pretenda di trasmettere veramente qualcosa a qualcuno. Se non al posto, almeno insieme al crocefisso. Posto che si tratti di crocefisso vero e non di un gadget industriale magari Made in China. Grazie di cuore Prof. Lavecchia per questi ritagli di luce.

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