Butterfly è decisa ma misurata; osa ma con prudenza; sa di poter contare solo su se stessa e confida in se stessa, ma con timore; ha gran rispetto della forma, che per lei capiamo essere anche una difesa
Butterfly è decisa ma misurata; osa ma con prudenza; sa di poter contare solo su se stessa e confida in se stessa, ma con timore; ha gran rispetto della forma, che per lei capiamo essere anche una difesa

Perché Butterfly si uccide

MADAMA BUTTERFLY È L’OPERA PIÙ LUNGA E TRAGICA DI PUCCINI: UNA MADRE CHE SI SACRIFICA PER L’AVVENIRE DEL FIGLIO

Pare si tratti di un fatto realmente accaduto. Un’americana vissuta qualche tempo in Giappone avrebbe raccontato un fatto di cronaca al fratello, che ne trasse spunto per una novella. Su questa David Belasco, un commediografo americano di qualche notorietà, costruì un atto unico. Puccini ebbe occasione di assistere alla pièce di Belasco a Londra e ne rimase colpito. Ne nacque un’opera corposa (nella prima edizione, quasi tre ore): Madama Butterfly.

dentato_50pxL’azione si svolge ai primi del Novecento, perfettamente contemporanea all’opera, datata 1904. Madama Butterfly è una giapponesina di quindici anni, a suo dire divenuta geisha – termine che non doveva dire molto al primo pubblico di Puccini, ma comunque dal sapore un po’ equivoco – per ristrettezze economiche, che tramite un sensale stipula con un ufficiale di marina americano temporaneamente in Giappone un contratto dal contenuto assimilabile al matrimonio, con diritto mensile di recesso. Dopo qualche settimana l’ufficiale riparte con la sua nave per gli Stati Uniti, ignaro che la ragazza è incinta. Per tre anni, Butterfly con il figlio rifiuta altre proposte di sistemazione, in attesa di lui, che effettivamente ritorna in Giappone, ma accompagnato da un’americana, sua moglie da un anno. La coppia decide di prendersi cura del bambino portandolo con sé negli Stati Uniti. Butterfly acconsente e si uccide.

dentato_50pxLo spunto di questo articolo mi è dato dal ricordo di un’intervista in francese – ascoltata per radio e di cui non so se c’è ancora traccia – alla Callas, che alla domanda del perché la Buttterfly di Puccini  fosse rimasta per lungo tempo esclusa dal suo repertorio, rispondeva con una specie di sillogismo: tutte le volte che si avvicinava a quell’opera non riusciva a capire che cosa Puccini potesse aver trovato in quel personaggio femminile, che a lei appariva assai poco convincente. Eppure, disse a se stessa un giorno, Puccini era un grande, e quindi se lui aveva scelto Butterfly, doveva esserci qualcosa di più in questa figura, al di là dell’apparenza un po banale che conosciamo. E attribuiva questa banalità all’interpretazione che viene data correntemente del personaggio e che va incontro al gusto del grosso pubblico: la fanciulla perdutamente innamorata (di un uomo conosciuto al momento del “matrimonio”) che quando riscontra che lui (che per tre anni non si è fatto vivo) non l’ama, per la delusione si uccide. A puntellare la vacillante credibilità di una simile personaggio interverrebbero sia la sua ingenua giovane età sia la mentalità esotica, possibilmente più incline all’illusione di quanto plausibile nel nostro disincantato mondo occidentale. Ma un personaggio che si presenta così, secondo la Callas, non poteva toccare le corde dell’animo di Puccini.

dentato_50pxPer capirne di più non giova granché rifarsi alla Butterfly di David Belasco: una povera ragazza di un paese sottosviluppato, semplice, ingenua, che si fida della serietà del suo “matrimonio” , non immaginando la mentalità spregiudicata del mondo ricco e evoluto, che parla un inglese zeppo di errori di pronuncia, ma è sicura e orgogliosa del suo status sociale, perché è la moglie del Luogotenente Pikkerton (Pinkerton) e che quando invece si scopre ragazza-madre abbandonata, si uccide perché le è crollato il mondo addosso.

dentato_50pxTosca è l’ultima opera dell’Ottocento: viene rappresentata nel gennaio del 1900. Fino ad allora, Puccini ha espresso il meglio di sé e ha costruito il suo successo su testi di autori francesi – la cultura dominante – ambientati in Europa. C’è da ritenere che il passaggio di secolo sia stato fortemente sentito da lui (ciò vale d’altronde anche per tutti gli altri musicisti d’opera di allora). Con la sensibilità dell’artista avverte che è finita un’epoca. Il nuovo secolo richiederà altri orizzonti, altre espressioni musicali. Puccini, musicista raffinato, accetta la sfida, studiando nuove combinazioni, nuove cadenze, assonanze e dissonanze esotiche. Per i soggetti si rivolge al nuovo mondo. Per due volte la fonte sarà David Belasco: Madama Butterfly e Fanciulla del West. Le nuove ambientazioni musicali, per le quali si documenta scrupolosamente, gli riescono bene. La Butterfly è ricca di innovazioni musicali. E i personaggi ? Di Puccini uomo e artista c’è una mirabile miniatura di Johannes Stein, apparsa nella “Confederazione” tempo fa: un uomo tenacemente radicato nel suo tempo e nella sua terra. Niente di più distante che questa ragazzina giapponese.

dentato_50pxEppure Butterfly è la figura femminile cui dedica più spazio: si può dire che, dopo un preambolo in sua attesa, lei è sempre in scena. Non c’è praticamente “azione”, ma la Butterfly – pur ridotta dopo la prima rappresentazione – rimane l’opera più lunga di Puccini. Quello che in Belasco è un semplice antefatto, il “matrimonio” di Butterfly, in Puccini è tutto un atto. Ci tiene quindi a presentarci con cura il personaggio: Butterfly è decisa ma misurata; osa ma con prudenza; sa di poter contare solo su se stessa e confida in se stessa, ma con timore; ha gran rispetto della forma, che per lei capiamo essere anche una difesa.

dentato_50pxCon il secondo atto, si è tre anni dopo. Nella prima parte, poco meno di un’ora, non c’è sviluppo della trama: tutto si concentra su di lei. E questo soltanto per dirci che Butterfly è sempre devotamente sicura dell’amore di lui – che, come si è detto, non si è mai fatto vivo – quando tutti gli altri, pubblico compreso, hanno capito benissimo come stanno le cose ?

dentato_50pxProviamo a prenderlo sul serio questo personaggio femminile. Il futuro del figlio: è questo che le sta veramente a cuore; che suo padre lo ami e provveda a lui sentendolo pienamente suo figlio. Deve essere passato molto tempo da quando poteva sperare che si componesse una famiglia. Poi – siamo in Giappone –  lei ha indossato la maschera e recita la finzione che vorrebbe fosse realtà: non senza dolore, come ogni tanto traspare; la forma, così importante per lei, la forma della fanciulla innamorata che crede nell’amore di lui è la sua trincea; rifiuta pretendenti giapponesi disposti ad assumersi anche il fardello del bambino; deve svicolare in tutti i modi quando il console americano si presenta con una lettera che potrebbe offrire un accomodamento in denaro; a differenza che nel primo atto, ha qui delle battute stupide, perché deve essere stupida una persona che si illude a tal punto. Le parole di Un bel dì vedremo sono il sogno d’amore di una giovane; la musica, quegli accenti così drammatici, no. Il canto di lei infiora un’illusione; la più bella che riesce a immaginare; alla quale lei per prima non crede.

dentato_50pxLa Callas deve aver cercato di tradurre in pratica la sua tesi. Nel primo atto rifugge da un facile bamboleggiare: Butterfly non è una figurina oleografica; è una ragazza già adulta che decide da sé la sua vita. E nel secondo, il suo canto è lineare, non c’è svolta tra il prima e il dopo il tanto atteso ritorno di lui; è sempre la stessa consapevole tristezza  che accompagna la figura di Butterfly: il passaggio da una recitazione compassata ad accenti severi, drammatici e, sul finale, tragici, è un crescendo che non ha interruzioni. Le due arie principali Un bel dì vedremo e Tu,tu, piccolo Iddio sono le due facce della stessa medaglia.

dentato_50pxLe parole sono la maschera; la musica è la vera Butterfly. Attraverso la musica la tragedia aleggia già fin dall’inizio del secondo atto e pesa sempre di più. Tra la prima e la seconda parte di esso non c’è soluzione di continuità; o meglio, c’è un coro “muto” che commenta la situazione, appunto, senza parole. La decisione del suicidio appare come una possibilità già meditata, che per lei diventa necessità con l’arrivo della coppia americana. E ne spiega il motivo al figlio che non la può capire: “non saperlo mai / per te, pei tuoi puri / occhi, muor Butterfly / perché tu possa andar / di là dal mare / senza che ti rimorda ai dì maturi, / il materno abbandono.”

dentato_50pxC’è pero’ un particolare che suggerisce anche qualcos’altro. All’atto di prendere l’arma con la quale uccidersi legge a voce alta un’iscrizione: con onor muore chi non può serbar vita con onore. Un particolare che non può essere senza significato e una frase che non si addice certo a un suicidio per amore. E’ un’amara sentenza verso se stessa: la quindicenne che si era illusa, lei povera geisha, di poter essere presa sul serio e divenire davvero la moglie di “Sir Francis Blummy Pinkerton, Luogotenente nella cannoniera Lincoln, marina degli Stati Uniti”.

dentato_50pxNei confronti di lui, la Butterfly di Belasco non rinuncia a una piccola battuta, una sola: la sue ultime parole, nel suo incerto inglese, sono: che peccato che quei pettirossi non hanno più fatto il nido, per rinfacciargli la sua vacua promessa di tornare già alla prossima nidiata. La Butterfly di Puccini non fa a lui alcun rimprovero; forse un piccolo sgarbo: gli dà appuntamento fra mezz’ora per consegnargli il figlio; e si fa trovare morta.

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