"Bisogna porsi il problema della democraticità delle istituzioni. I popoli europei, finora, non sembrano affatto entusiasti del processo di costruzione dell’Europa"
“Bisogna porsi il problema della democraticità delle istituzioni. I popoli europei, finora, non sembrano affatto entusiasti del processo di costruzione dell’Europa”

In memoria di Ralph Dahrendorf che non credeva a questa Europa

“L’Europa è diversa in tutto, dalle dimensioni degli Stati agli interessi economici, dai sistemi elettorali alle lingue. Dobbiamo guardarci dai tentativi di normalizzazione”

Sette anni Ralph Dahrendorf lasciava questa terra alla vigilia delle elezioni europee. Quell’anno, era il 2009, a uscire vittoriose dalle urne furono soprattutto l’astensione e lo scetticismo: se avesse potuto ancora parlare il filosofo tedesco avrebbe fatto notare di avere avvertito che così sarebbe andata. Dahrendorf – cittadino britannico dal 1988 – all’Europa di Maastricht, lui che pure era un europeista convinto, non ci credeva: la riteneva una farsa. “I cittadini – spiegava – non sembrano affatto entusiasti del processo di costruzione dell’Europa. Si dice che bisogna portare i popoli dell’Europa più vicini alle istituzioni. Ma io credo che sia esattamente il contrario: sono le istituzioni che devono avvicinarsi alla realtà di tutti i giorni”.

dentato_50pxE poi Dahrendorf aggiungeva: “L’Europa è diversa in tutto, dalle dimensioni degli Stati agli interessi economici, dal clima alle tradizioni, dai sistemi elettorali alle lingue. Dobbiamo imparare a convivere con la diversità e guardarci dai tentativi di normalizzazione”. Parole che oggi, all’indomani di Brexit, paiono suonare come ovvie banalità ma che anni fa, in pieno clima di eurofideismo, erano suonate come quelle di un pedante professore causidico in animo di rovinare la festa dei popoli continentali. Invece Lord Dahrendorf – l’Inghilterra oltre alla cittadinanza lo aveva insignito del titolo – aveva in qualche modo previsto tutto quando aveva detto che l’identità europea non poteva essere realizzata con input e regole calate dall’alto, imposte da una burocrazia fredda ed estranea dall’anima e dal vissuto dei popoli europei. E si badi, Dahrendorf, per quei pochi che possono non saperlo, era un liberale, anzi un liberal, non certo un uomo di destra o uno che strizzava l’occhio ai populismi eccitatori di rabbia e di paura. E del resto la realtà effettuale delle cose non è di sinistra o di destra, è solo reale.

dentato_50pxL’Europa come l’abbiamo conosciuta finora è un palazzo di ghiaccio, non ha magnetismo, non muove passioni, non rappresenta né culture né tradizioni. Perché ci si dovrebbe sorprendere della distanza degli europei da quelle che vengono chiamate le loro istituzioni ? O dalla debolezza politica internazionale di questo organismo incapace di impostare e seguire una sua politica estera unitaria? Il sociologo Ulrich Beck ha scritto che “Nella società di rischio mondiale, di fronte al pericoloso accavallarsi di problemi globali che resistono alle soluzioni nazionali, le nazioni-stato, abbandonate a se stesse, si rivelano impotenti e incapaci di esercitare la loro sovranità. La sovranità collettiva  dell’Unione Europea rappresenta allora l’unica speranza”.

dentato_50pxBeck ha ragione circa gli stati nazionali ma dimentica trascura il piccolo particolare che un’Europa senz’anima, senza passato, senza radici, è un Europa a cui non crede nessuno, che non scalda i cuori, che non dà speranza. E’ una specie di esperanto, la lingua artificiale europea che tutti avrebbero dovuto parlare e che nessuno ha mai imparato. Perché le lingue, come i popoli e come le nazioni, sono organismi viventi non astrazioni. E la nazione si supera unendo le comunità reali che le compongono, non minando le identità. Dahrendorf aveva visto il pericolo: la nascita della Cee era stata secondo il filosofo tedesco l’avvenimento politico più rilevante del XX secolo ma dopo quell’esperienza le istituzioni del Vecchio continente hanno cominciato ad arroccarsi. Dalla fine degli anni ’80 Dahrendorf è a favore dell’allargamento della Comunità, che vedeva come una questione urgente, perché “come è attualmente, la Comunità economica europea è la migliore possibile, ma non è granché e c’é da essere scettici anche sugli effetti del trattato di Maastricht, che guarda l’Europa dallo specchietto retrovisore, firmato da personalità alla fine delal loro carriera, che in esso hanno visto l’Europa del passato, invece che quella del futuro”.

dentato_50pxCosì, anni dopo, parlando della necessità di aprirsi al mondo, dichiarava: “l’Europa allargata che sta per realizzarsi costituisce un passo in avanti in questa direzione. Ma dobbiamo spingerci molto più oltre, verso quella che definirei una costituzione cosmopolita della libertà. Tutto ciò richiede cittadini attivi, che si impegnino per la democrazia e la libertà”. Dahrendorf centrava un punto di strettissima attualità nel 1992: “Quando l’Italia si trova sola ad affrontare la questione albanese, questa comunità rivela tutti i suoi limiti” e l’Europa dovrebbe imparare a “affrontare i problemi reali quando essi di presentano, anche se non sono compresi nella sua agenda”. Ancora nel 1998 Dahrendorf era contrario alla moneta unica, “che dividerà l’Europa più che unirla e continuerà a farlo in futuro (….) Sarà qualcosa di molto impopolare e non farà bene all’integrazione. Non aiuterà l’occupazione e neanche la crescita”. L’anno in cui l’Euro entra in vigore, Dahrendorf metteva in guardia su una mancanza grave di democrazia all’interno dell’Europa che le faceva perdere consenso da parte dei cittadini: “Le leggi sono fatte in segreto, le riunioni del Consiglio dei ministri non sono aperte al pubblico e non ci sono meccanismi di controllo e alcun tipo di revisione giudiziaria appropriata”.

dentato_50pxSino all’ultimo Dahrendorf si è  battuto per un governo europeo che affrontasse e avesse la facoltà di risolvere i problemi, rimarcando come di fronte ai nodi di politica estera ognuno finisse per andare per la propria strada. “L’Europa non è riuscita a creare ancora una classe dirigente europea” ripeteva il filosofo lanciando un appello: “Bisogna porsi il problema della democraticità delle istituzioni. I popoli europei, finora, non sembrano affatto entusiasti del processo di costruzione dell’Europa”. No, Dahrendorf non si sarebbe stupito di Brexit. L’aveva prevista.

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    1. Ho la sensazione che mai come in questi tempi la banalità si avvicini molto alla verità. Questo filosofo, che da ignorante non conosco, dicendo cose banali dice però cose che poi si sono dimostrate vere.

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