Chiedere all'economia la felicità è un grandissimo equivoco
Chiedere all’economia la felicità è un grandissimo equivoco

L’anima e l’economia

Appunti della conferenza tenuta a Kaliningrado il 23 aprile 1996

“Il concetto d’anima, spirito e infine di anima immortale, inventati per spregiare il corpo …. opporre orribile incuria a tutte le cose che meritano di essere trattate con serietà nella vita, i problemi dell’alimentazione, dell’abitare, della dieta spirituale, della cura dei malati, della pulizia, del tempo che fa”. Come Nietzsche che in sintesi così scriveva, già maturo per impazzire e abbracciare a Torino un cavallo, anche l’economia è seria, prescinde dall’anima e dallo spirito. E si cura dell’anima solo per trarne un istinto di misurabile piacere: l’utile. Istinto corporeo calcolato, ma riunito solo dal caso agli altri miliardi di piaceri, con cui si combina per produrre, nel dispiacere, tutto. L’anima per l’economia conta solo in quanto materia di infiniti e casuali impulsi di cui l’istinto di ognuno è l’energia: tanto basta.  Dire altro sull’anima e l’economia è perciò giudicato superfluo e  risibile.

dentato_50pxL’umanità presente può dirsi economicizzata più di quanto mai avvenne, perché paga dell’allucinazione di calcolare il caso mossa dall’elettricità dei piaceri. E’ precipitata, caduta in questo istinto; del resto persino le fedi orientali devono servire allo star bene.  Non c’è esoterismo orientale che non sia ormai percepito in forma di energetica per tranquillizzarsi. Così  la misura di ogni  atto diviene calcolo del suo piacere o dispiacere sociale

dentato_50pxChe sia così per il mondo è indubbio, eppure non è quanto si trova  scritto nei Vangeli. Mutare le pietre in pane, è la tentazione a cui Cristo resiste. Il demonio Gli chiede il miracolo che la economia e la coscienza moderna considerano più ovvio e doveroso: trasformare la materia inerte in cibo. Quanto mette d’accordo liberisti e comunisti, mutare le pietre in pane, Cristo non lo fa. Né lo potrebbe: non limita la vita dell’anima agli istinti e neppure al nutrimento; replica che quanto fa vivere l’anima è la Parola di Dio, il Logos. Il Vangelo costringe alla differenza tra energia e vita. Il nutrire l’energia e gli istinti basta all’economia. Ma non è la vita secondo Cristo. La vita è nei Vangeli quanto attiene con serietà al “concetto di  anima e spirito e infine di anima immortale. Questo altrove della vita è quanto mancò a Nietzsche e lascia in gioco grottesco, l’anima.

dentato_50pxL’anima ristretta non è la vita; né dunque può conoscerla. Il vivente per conseguenza manca alla percezione consueta. Ed è anzi proprio questa privazione che l’economia e la tecnica surrogano. L’economia s’affida al piacere come la tecnica all’elettricità, a ambedue plasmano automi: finzioni di vita. Come le pietre sono finte pane, la combinazione di quanto è senza vita si finge vivente. L’alienazione è la derealizzazione della vita in atto, e ha questa origine: la vita non percepita e surrogata.

dentato_50pxNella frase Ton arton emon ton epiousion per il termine epiousion deve intendersi non solo il quotidiano, ma pure il soprasostanziale. In Origene il pane quotidiano è perciò superiore al nutrimento, è il Cristo che sostiene il corpo di vita. Quel “dacci oggi il nostro pane epi ousion” del Padre Nostro è coerente alla tentazione vinta nel deserto, giacché “Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

dentato_50px“Als der Tag kuehl geworden war”, il divenire freddo del giorno è la conseguenza del ritrarsi della luce e del calore divini da Adamo e Eva. La vergogna ha origine da questo ritrarsi: è uno sbiancare che induce un accalorarsi. Rossore che però da forza ulteriore a ricercare quanto nutre l’altrui istinto e non il nostro, in emulazione continua. In economia la vergogna decade in invidia. Il comunista arrossisce d’invidia e si badi alle biografie dei Lenin o dei grandi egualitari all’inizio li si riconoscerà timidi. Del resto dopo che il giorno divenne sera, Adamo sentì ancora per poco la voce e il passeggio di Dio nel giardino dell’Eden. La cacciata è la privazione della voce. Soltanto chi non ammetta che la parola di vita di Cristo ha restituito questa vita può accontentarsi del calore indotto dagli istinti e dal rosso delle bandiere. Sono i menomati della luce e della vita.

dentato_50pxLa fatica, la malattia, la morte distinguono gradi diversi e sempre più gravi di privazione della vita. Dunque “Le cose che meritano di essere trattate con serietà nella vita” sono quelle in cui si manifesta il suo crescente venir meno. E’ il paradosso tragico di Nietzsche e adesso dell’economia moderna, e dell’anima umana. L’economia del resto prende atto della cacciata dall’Eden più che non si ammetta: fatica malattia e morte sono il dispiacere al quale sottrarsi con dosi di piacere.  Soluzione precarissimima che basta solo alla parte infima dell’anima che genera utilità. I Vangeli dicono altrimenti. Giudicano rispetto ad Adamo salvato, non rispetto all’utile. Testimoniano che la Parola supera la fatica;  i segni e i Miracoli vincono la malattia, il Golgota trasforma la morte.

dentato_50pxCristo non avendo patito la condizione del primo Adamo e quindi la cacciata dall’Eden è il solo lavoratore volontario del mondo. E il mestiere del falegname risuonerà per questo sempre di dignità più alta.

dentato_50pxL’economia non può dare soluzione alla privazione della vita. Se quanto scritto sino ad ora è vero, ne risulta che chiedere all’economia di star meglio o addirittura la felicità è un grandissimo equivoco. E non perché si debba lavorare o non si abbia abbastanza, come pretendono i menomati. I gradi della beatitudine anzi quelli del lavoro, le nove beatitudini del discorso della montagna sono l’atto di raggiungere la vita superiore dell’anima. “Guardate i gigli dei campi essi non tessono e non cuciono eppure nessuno fu mai vestito al pari di loro” è fare atto del proprio volere una meta dell’anima superiore. La fede delle beatitudini è un luogo dell’anima dove il lavoro è mite. I makarioi del Vangelo non sono i felici di Marx o di Bentham. Ma togliete all’economia moderna l’equivoco della felicità e cosa ne resta? Appunto il presente gioco grottesco e indegno dell’anima.

dentato_50pxLo star meglio dei Vangeli è un risanare, quello economico una misura di piacere accresciuta. L’economia è fatta per rendere gli uomini sempre più beati, ma l’anima che la riguarda e di cui essa si cura non è quello al quale compete la condizione di felicità. Però il capitalismo come l’economia del piacere che vuole emularsi non esisterebbe senza l’idea di compiacere l’anima tutta. L’economia moderna vuole più che sfamare o vestire, promette la vita in gradi via via più completi solo che si possa acquistarla. Il comunismo ripudia l’idea dell’acquisto, ma non è meno persuaso da questa promessa di vita che anzi impone allo stato di riequilibrare.

dentato_50px“Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” implica una reciprocità che non ha come fine l’umano, ma il divino. Le differenze tra gli uomini non vanno rimesse quindi per pareggiare delle utilità, dei piaceri insoddisfatti, ma nessi più alti che competono alle parti superiori dell’anima umana. La unione fraterna degli uomini non nasce da un contratto o da una imposizione, ma dall’ina pan en ousi, dell’affinché tutti siano uno. Filadelfia sarà l’unione dei miti, meravigliati dalla remissione.

dentato_50pxLa mitezza trasforma gli istinti. Nel capitalismo il loro concorrere per affermarsi, induce la concorrenza, l’economicizzazione della collera. Lo scambio di reciproche utilità per svolgersi richiede un quadro, una dotazione di mezzi  e risorse. Ed è appunto questo quadro dello scambio l’argomento del concorrere, non meno del prezzo. Ne la collera  serve meno agli anticapitalisti. Essi non accettano lo scambio e i suoi quadri;  l’avversano in quanto genera collera. Tendono ad un regno di felici nel quale distribuzione e quadri dello scambio si svolgano nella concordia. Nel loro agire la collera evolve a sdegno. Devono dirsi degli allucinati perché vogliono ottenere manovrando gli istinti, quanto è ottenibile solo dalla vita più alta dell’anima. Per essi la cacciata di Adamo dall’Eden e il suoi difetto di vita, i rimedi di Cristo alle tentazioni, e la mitezza sono dunque superflui. Il loro è il teatrino del Regno di Dio senza di Lui, attuato per giunta attraverso una collera, che diverrebbe giusto sdegno, perché tende alla concordia. Altro assurdo. Solo i miti hanno il coraggio.

dentato_50pxMakarioi oi peinontes  kai dipsontes ten dikaiosunen, oti autoi kortastesontai. Quanti hanno fame e sete di giustizia sono beati e saranno saziati è frase che del resto solo l’anima può risolvere. La vita dell’anima che attiene alla volontà, in cui sono ricompresi gli istinti e quella che attiene alla saggezza vivente ovvero alla Sofia devono armonizzarsi. Così la giustizia evolve a un risanarsi nell’armonia. E cambia nome evolve a quel più di bontà e prudenza che è l’esperimento solare della Misericordia Cristo dice “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia”. Ma essa è il ritorno del sole in terra ovvero il Regno che riarmonizza le forze di vita dell’anima. Ben altro esperimento da quello della giustizia sociale, che ne è la caricatura. Chi la reclama non ammette né la cacciata di Adamo dall’Eden come origine cosmica dell’estraneità dal Regno, né la vita di Cristo che la trasforma in misericordia. .

dentato_50pxPerciò come prevede l’Apocalisse è la comunità, non il comunismo, il modo in cui gli uomini si riuniranno in Filadelfia. E’ la volontà, riunita dalla libertà in Cristo, l’esito risanante; non la società riformata dalle adunate dei cantanti, dei guitti  e dei papi che tutti reclamano salvezza ecologica e giustizia sociale.

dentato_50pxL’idea di giustizia di Caifa è spiegata nei Vangeli: “Meglio che un solo uomo muoia per il popolo piuttosto che l’intero popolo perisca”. Da essa è derivata la crocifissione la massima ingiustizia della storia universale. Eppure la percezione sociale moderna fida in questa idea. Anzi se ne complimenta: la parte è minore del tutto per la democrazia. Fare della statistica il primo criterio della verità è l’ipocrisia indispensabile di qualunque democrazia.

dentato_50pxQuanto scritto finora ritrova immagine perfetta nella tragedia di Giuda. Egli nei Vangeli vuole Cristo re del popolo, e così appunto anche lui lo giustifica solo come parte rispetto al tutto. Al contempo è quello che più intende curarsi dei poveri. Ma Giuda vuole salvare popolo e poveri, come sono. Come Nietzsche nutrirli, disdegna che si acquisti l’olio di nardo, ovvero quanto onora la vita suprema dell’anima, dove la vita supera gli istinti. Egli non crede che il popolo possa reggere questa vita. Come appunto chi giudichi quanto ha letto finora strano e forse bello,   ma inutile. Giuda dubita che il mondo possa reggere il Cristo. E’  perché vuole salvare i molti come sono, che vuole Cristo re del loro mondo. Dipendesse da lui le pietre si muterebbero in pane; la felicità dei più esclude perciò secondo lui l’olio di nardo. “questo egli disse, non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro”.  Come sono  quanti derubano la più alta vita dell’anima per l’utile dei più percepito come il solo esistente.

dentato_50pxPonzio Pilato non è persuaso dall’idea di giustizia di Caifa e tanto meno lo convincerebbe Giuda che vuole Cristo re dei giudei e la rivolta. Pilato  sente una sproporzione tra le accuse rivolte a Colui che gli presentano e la punizione che il Sinedrio gli impone. E lo rimanda ad Erode, che la pensa come Pilato, e non lo uccide: lo schernisce assieme ai suoi soldati, lo riveste di una veste chiara e lo rimanda a Pilato. I due avversano il principio della parte e del tutto in esclusione; sono per accordarli. Gli basta quindi di diminuire moralmente Cristo, accomodarlo al popolo. E’ la giustizia come compromesso del bene comune tra la parte e il tutto. Erode e Pilato incarnano la giustizia delle quantità soppesate: il limite massimo oltre il quale l’anima senza Cristo e senza vita superiore non può andare. E’ l’agire che gli stati liberali e la Chiesa oppongono ai rivoluzionari. Ma non è un agire meno dissacrato, perché il Regno di Dio non è delle quantità. Il Vangelo XIV:12 di Giovanni, Le opere che io ho compiuto le compirete anche voi e di più grandi ancora”, non questiona quantità.

dentato_50pxLa fame che il capitalismo amministra non è solo quella di un pane fatto di grano, ma è l’enorme rivendita di vita finta, che stupisca e impressioni. La vita moderna trova il proprio compiersi nel cinema,  finzione immaginale con cui identificarsi.  Alla fame di pane della folla  Cristo risponde con la moltiplicazione dei pani e dei pescei. Alla sua fame di impressioni risponde con le “parole di vita eterna” che gli apostoli riconoscono. Ma sono le impressioni, il cinema di Cristo che premono al popolo e infatti le dodici ceste di avanzi sono per lui. “l’io sono non temete” e non la condizione di popolo che da vita all’anima.

dentato_50pxLa saliva è la prima materia che la parola incontra. Ed è impastando la terra con la saliva che Cristo fa il miracolo. La rabbia avvelena la saliva come la parola cattiva. La parola di vita risana. La rabbia è l’esito del rumore, la società così plasmata non ha quiete, ma collera.

dentato_50pxIl miracolo che il capitalismo commercia è un mondo immaginale in cui tutto è finto; anzitutto la parola. Il materialismo per cui gli istinti nel caos danno energia al mondo servono a un mondo in cui la materia si dissolve nel sogno. Il cinema è produzione capitalistica per eccellenza: immagine impressionabile che divinizza, moltiplica a piacimento i mondi. Al mondo si sostituisce il suo spettro, nel quale tutti i miracoli compiuti da Cristo si ripetono nella finzione. Il capitalismo può dirsi una mistica finta

dentato_50pxSono dolci le acque furtive Proverbi 9:13-18. Non diverso per natura dai film di Hollywood è lo spettro di Marx che si aggira per l’Europa e allucina il popolo da 156 anni. Sono ambedue fatti della stessa acqua furtiva, che scorre e trascina la coscienza in una deliziosa finzione, che commuove. E ha conclusivamente pervertito la Chiesa Cattolica a palco di recitazione delle identiche isterie dei guitti e dei canzonettisti che dagli Stati Uniti, ovvero da Babilonia, corrompono il mondo

dentato_50pxNietzsche  annega nella follia. Disarmato dal materialismo ha infine ceduto a ognuna delle tre tentazioni che Cristo aveva vinto anche per lui nel deserto. La parte d’anima su cui la volontà di potenza può riposare è troppo esigua, non può reggere alle acque furtive che pure moltiplica. La tragedia di Nietzsche che evolve a imbecille anticipa l’esito della felicità moderna e delle sue mistiche, marxiste  o New age fa poca differenza.

dentato_50pxIl capitalismo abbisogna della crescita non solo per retribuire col profitto il capitale. L’ossessione della crescita dipende dal fatto che quanto è finto e malvagio se conosciuto diminuisce, di qui l’urgenza di rinnovarlo senza fine. Il male se conosciuto diminuisce;  il bene conosciuto invece si accresce. Ecco perché ai buoni occorre poco.

dentato_50pxIl giardino è la misura di una economia cosciente di Cristo, non la smisuratezza delle città o la meraviglia della natura incontaminata. Ma la natura trasmutata nel poco. Adamo viveva in un giardino. Il secondo Adamo deve ricostruirlo. Ma dentro una città di sole e cristallo che è la Sposa dell’Agnello, salvata dal Drago Questa sposa genera il Secondo Adamo, Gerusalemme Celeste. Dunque la storia umana inizia in un Giardino e si conclude in una Città che è la Rivelazione, ovvero l’esito dell’Apocalisse.

dentato_50pxNon basta il riconoscere la Natura soprannaturale, sottrarsi alla volgarità degli ecologisti per cui essa è solo la risorsa più essenziale, come per Marx era il lavoro. Occorre che la luce ed il calore restati nel cuore di Adamo e la vita che Cristo ha ridato ai corpi umani, si fondano e creino una nuova Natura. Il primo giardino di Adamo va ancora emanandosi, ma non è già più. Il compito dell’economia è il secondo giardino, il nous di Teilhard de Chardin, la complessità sciolta nel Figlio dell’Uomo e raccolta in una città che è la Vergine primigenia: la Gerusalemme Celeste.

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  1. Nietzsche critica la morale cristiana perché è fondata sulla “negazione della vita”.
    “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre,
    o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento
    volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.” (Matteo XIX,29)
    Cristo ha molto degli Esseni. L’ascetismo è anche la scelta di religioni dell’India, tanto il brahmanesimo e l’induismo quanto il giainismo e il buddhismo.
    Che cosa hanno in comune? La negazione della vita. Se come gli Encratici, neghiamo il matrimonio
    e la procreazione l’umanità finisce. L’asceta può vivere a lungo con una sola ciotola di riso ma qualcuno deve aver coltivato la terra e preparato il cibo. Questo accomuna sia il consumismo che la religione: la superiorità della propria individualità che è prioritaria rispetto al prossimo. Che sia la felicità su questo mondo (ricchezza e beni materiali) o nell’altro (Paradiso o Nirvana) cosa cambia? L’Ego è sovrano. L’amore verso il prossimo è negato mentre solo conoscendo e perdendosi d’amore verso l’altro (non importa il genere) si può parlare di Vita Spirituale. E’ dall’incontro di due individui che nasce la Conoscenza.. ma se tutti non sono liberi dai bisogni primari non puoi incamminarti verso di essa. Il risentimento verso alcune teorie sociali fa perdere la lucidità. Esse non sono la Verità ma io mi chiedo: se decidessi per la salvezza della mia anima lontano da tutto chi mi porterà una ciotola di riso?

    1. Sia il capitalismo e sia il comunismo affidano all’economia un compito diverso e ulteriore rispetto al soddisfacimento dei bisogni primari, promettono la felicità. Dono, fraternità, bisogni primari sono l’oikonomia, la economia sostanziale, e provvidente, il capitalismo o il comunismo sono un di più la krematistiché aristotelica, privata o collettiva poco cambia

  2. non e’ da leggere tutto d’un fiato ma da prendere in mano con cautela,siccome scotta anzi brucia, con delle presette e poi si deve annusare e appoggiare delicatamente sulle labbra, sorseggiare lentamente, soffiarci su, scaldarcisi le mani fredde e riprendere a sorseggiare. Ma cosa e’? Una cioccolata dolce? Un caffe’? Un brodo saporito ? Una tisana curativa. Mi sento meglio. Cosa faro’ domani? Forse mi alzero’ dal letto.

  3. Come pennelli e colori sono solo dei mezzi per il pittore che con questi può dimostrare di essere artista o imbrattatele, oppure la penna è tale tanto per lo scribacchino quanto per lo scrittore, così l’economia è solo un mezzo. Però rappresenta un mezzo molto importante per l’umanità, e va gestito con la massima responsabilità. La cosa essenziale di ogni mezzo non è tanto la sua definizione quanto la sua declinazione. E del resto nell’attuale periodo evolutivo dell’uomo, e per come siamo arrivati sin qui, questo mezzo gli è necessario al cammino dell’anima; non si può fare altrimenti. Trasformare le pietre in pane ovviamente non può essere ridotto al sogno materiale di liberisti e comunisti; è una questione complessa e non ancora risolta dai tempi del Golgota, si veda la conferenza del dott. Steiner tenuta a Monaco nel 10 dicembre 1913 oo 148, che intreccia la vicenda del Cristo ai fatti terreni e che deve trovare la sua risposta nel corretto e libero agire umano. Queste pietre che devono essere trasformate in pane e che nel Padrenostro dall’originale traduzione della Vulgata diventa supersubstantialem, sono il cammino dell’uomo che lavora affinché la materia venga ricondotta al pensiero, spiritualizzata. Questo pensiero ora è degenerato in pratica economica con buona pace di tutti, nessuno escluso, e questa non può essere liquidata nei confronti dell’anima come solo principio di piacere ma va declinata come principio di conoscenza, quel tanto che basta poi a comprendere che l’unica via concessa all’uomo attuale di evolvere è quella dell’amore, diversamente dagli altri due che vanno a formare una triade e che invece non gli sono concessi: quello del potere e quello della sapienza divini. Il ricco giusto è quello che ama di più -ecco perché al Cristo andava dato l’olio di nardo- e con quella ricchezza investe nell’evoluzione altrui trattenendo per se solo il necessario, come ha fatto il dott. Steiner che di sua proprietà non aveva neanche un’abitazione ma è riuscito a far costruire due Goetheanum. Ci ha riprovato Adriano Olivetti con esiti tanto favorevoli da far tremare poltrone oltreoceano, e invece dopo la sua lezione ci siamo dovuti accontentare della Silicon Valley di Jobs e Gates.
    In altri termini se dall’uomo vanno allontanate avidità, prepotenza e presunzione in quanto tutto ciò che abbiamo è dono, l’economia diversamente da quanto dovrebbe essere, diventa invece il mezzo attraverso il quale l’uomo sta dando fondo ad ognuno o a tutti contemporaneamente questi vizi senza alcun residuo di dignità, ed ognuno a quanto pare si profonde in questo per quanto può. Altrimenti non si spiega perché una realtà come La Confederazione Italiana abbia particolari problemi di crescita.
    Ai buoni basta poco si, ma rischiano di non avere neanche quello, e del resto senza pane, quello materiale, sia buoni che cattivi se ne vanno all’altro mondo, magari senza avere capito quello che c’era da capire in questo e ritrovandosi a non capire quello.

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