La selezione competitiva delle istituzioni sociali crea non il meglio, ma un meglio di norme relative, sovente indeterminate  che si tratta anzitutto di lasciare liberamente comporsi
La selezione competitiva delle istituzioni sociali crea non il meglio, ma un meglio di norme relative, sovente indeterminate che si tratta anzitutto di lasciare liberamente comporsi

Von Hayek: attualità di un reazionario

“Sono arrivato a considerare la giustizia sociale null’altro che una formula vuota”

Per un novantaduenne si deve usare il fu; dimenticarsi che sia vivo e trattarlo da morto è paradossalmente l’unica maniera di rispettarlo, pensarlo ancora vivo. Così del grande economista e sprezzante erudito Friederich August von Hayek occorre non badare se egli attraversi, ancora attento, le strette vie di Friburgo in Breisgau in cerca di libri, tra se parlottando; e cercare invece in un altro più remoto passato. S’immagini in quelle miriadi di stati tedeschi di prima del 1848 l’esistere, impensabile altrove, caricaturale, d’uno di quei professori ligi all’ancienne régime, ma sperimentatori inesausti d’ogni scientismo materialista, anche del più inumano. Qui certo i lettori di Buechner e del Woyzek sono avvantaggiati; eppure a nessuno dovrebbe essere difficile rivedere, e ammettere strano, quel combinarsi di fedi materialistiche, ma insistite con idealismo fanatico e in modi burocratici.

dentato_50pxLa scienza politica inglese, Newton, e infine il Darwinismo vissero a lungo di stravaganze nelle pedanti quieti della Mitteleuropa. Tradivano la goffaggine di chi imita. Liberismo, Newton e Darwin: come potevano essere naturali in una cultura per cui vent’anni prima erano naturali Lessing, la teoria dei colori di Goethe, od Hegel? Per essere cosi lontani dal senso comune gli inglesi non potevano che essere male imitati, esagerando. E tuttavia proprio in quell’esagerare, sempre erudito e colmo di slanci inflessibili, traspariva il tedesco e idee inattese in Inghilterra. Così come avvenne per von Hayek: la migliore sua esistenza si nutrì dell’inconciliabile, e si tradì goffa, ma emanando verità stravaganti, impossibili da scoprire altrimenti.

dentato_50pxPer un anno appena von Hayek nacque nel milleottocento in una adatta famiglia di accademici; il padre era professore di botanica. E forse incuriosisce gli italiani sapere che da ufficiale d’artiglieria partecipò alla battaglia del Piave. Ma più  importa, per intenderlo, rammentare che non ancora ventenne s’appassionò alle idee di quell’Ernst Mach, per cui l’uomo è null’altro che una camera invasa dalle sensazioni. Si spiega che Spann, ch’era l’erede estenuato della scuola storica tedesca, dichiarasse di non gradire la presenza di von Hayek al suo seminario. Dopo la laurea in legge, con innumeri altri allora giovani economisti che pure emigreranno in America, Machlup, Rosenstein-Rodan, Morgenstern, von Haberler, il Nostro si formò nelle tutt’altre teorie di Boehm Bawerk e di Menger. E patì evidenti veti e esclusioni accademiche. Quando nel 1927 cofondò l’Istituto Austriaco per lo Studio della Congiuntura già aveva collezionato, e letto una quantità di libri d’economisti d’ogni epoca inaudita. Nel 1931 tenne le famose quattro lezioni alla London School of Economics and Political Science. Gli valsero a trentatre anni la cattedra Tooke di economia e statistica; e una fama improvvisa, ma presto delusa e interrotta. Già dai primi anni quaranta smise di occuparsi d’economia, isolato e impotente ad opporsi ormai al dilagare dei seguaci di John Maynard Keynes. Addirittura nel 1949 abbandonò la London School per esiliarsi a Chicago. Divenne famoso come scienziato politico e addirittura per i suoi studi di psicologia teoretica. Nel 1962 ottenne a Friburgo la cattedra di Economia Politica; tornò in Europa. E fu nel 1974 che l’Accademia delle Scienze Svedese gli conferì il Premio Nobel. Donando le sue biblioteche e di tutto discorrendo, ancora, come s’e detto, novantaduenne vive e scrive.

dentato_50pxM’accorgo che una simile inevitabile nota biografica dice molto poco al non economista; invece troppo ai molti che si pensano esperti d’economia e delle sue scuole teoriche. Per i secondi, in una Nazione faziosa e volubile com’è l’Italia, date, nomi e luoghi detti, già più che bastano per applaudire o schernire von Hayek. A seconda che ad essi convenga o no rifiutare le mode trascorse, ovvero Keynes e quel malatissimo Piero Sraffa da tutti prediletti negli anni trascorsi. I rimanenti, quanti sono curiosi e colti, ma inesperti di teoria economica, invece da quanto detto non possono ancora farsi una idea precisa di von Hayek. Non importa. Scrivo per loro; mi basta che badino al 1931, rammentino che esso appare l’anno decisivo dell’uomo; e si sorprendano per la varietà inesausta dei suoi interessi, desueti per un economista. Scoprirli poco alla volta, uno ad uno conceder… al profano infine una più spregiudicata e vera comprensione dell’economista von Hayek e delle sue irriverenti idee, non solo economiche.

dentato_50pxChi abbia sperimentato come le ingenuità di Rousseau, e ogni marxismo solo ancora dieci anni fa’, conquistassero i più promettendo nuove costruzioni sociali e persino la fantasia al potere, sa la percezione del mondo più opposta a quella del nostro von Hayek. “Siamo portati a credere erroneamente che la morale, la legge, le abilità e le istituzioni sociali possano essere giustificate solo nella misura in cui corrispondono a un qualche disegno precostituito (AQ)”. Mai, per lui, l’istituzioni sociali possono dirsi costruite dalla ragione umana, o da un’altra. Piuttosto corrispondono a un adeguarsi faticoso di norme comportamentali sedimentate nei millenni. Von Hayek crede in una darwinista selezione sociale in cui inflessibilmente finisco no col prevalere le norme più efficienti. “Norme che vengono semplicemente osservate nella pratica, ma che non sono mai state formulate a parole esplicitamente; se parliamo di senso di giustizia o di sensibilità per il linguaggio ci riferiamo a norme che siamo capaci di applicare, ma che non conosciamo in modo esplicito (BQ)”. E, se la più parte delle norme neppure si riesce a formularle a parole con adeguatezza, figurarsi quanto sia allora ridicolo e nocivo per von Hayek tentare di costruirle scientemente!

dentato_50pxCerta cultura, e non solo in Italia, s’è educata a pensare che materialismo e evoluzionismo possano pur sempre dirsi qualità d’un pensatore di sinistra: Marx l’insegnava. E fa molto bene  dunque riconoscere in von Hayek una flagrante eccezione. La sua selezione competitiva delle istituzioni (DQ) implica nelle scienze sociali la più reazionaria delle concezioni. E tuttavia, proprio perché‚ parte da fondamenti comuni, e anzi originaria per ogni sinistra, non è mai facile per lei contraddirla. E’ tra l’altro dottrina, che accettandone i punti di partenza, ovvero Darwin, l’empiricismo inglese, e Mach, è ormai molto più affidabile delle idee sociali di Rousseau o di Marx.

dentato_50px“Sono arrivato a considerare ‘la giustizia sociale’ niente di più che una formula vuota, usata convenzionalmente per sostenere che un diritto particolare è giustificato senza darne alcuna ragione … il concetto di giustizia sociale, che essi, gli intellettuali, amano tanto usare, è intellettualmente screditato (DQ)”. Questa frase consegue logicamente alla concezione delle istituzioni sociali di Von Hayek, scandalizza, e pianamente riassume uno dei temi del suo libro sul liberismo (EQ). Ma quello di cui ogni lettore va subito avvertito ‚ che in quasi ogni frase della sua esposizione fluente e provocatoria, e in apparenza poco meditata, traspaiono invece parole e confronti eruditi con universi di pensatori a lui apparentati o no, da Weber a Toennies. Erudizioni, mai ostentate s’accompagnano, in modo perfetto al gusto della provocazione, e di dire ridicola ogni idea insegnata nelle aule universitarie da quarant’anni.

dentato_50pxLa selezione competitiva delle istituzioni sociali crea non il meglio, ma un meglio di norme relative, sovente indeterminate  che si tratta anzitutto di lasciare liberamente comporsi. Von Hajek depreca naturalmente Marx e Rosseau, e coerente anche l’utilitarismo; per il loro voler ostacolare questo comporsi, attraverso costruzioni astratte. Li giudica capaci solo di disastri per come si sovrappongono e rovinano norme evolute lentamente in un ordine ch’è il migliore possibile. Addirittura ogni liberismo in Europa gli pare inquinato dal costruttivismo. Preferisce quindi, ancora coerente, il liberismo dei Whigs inglesi dopo “la gloriosa rivoluzione del 1688: un governo limitato da norme di legge con valore universale, nonché‚ da severe restrizioni dei poteri dell’esecutivo. E, con un’intransigenza dispettosa obbedendo solo all’ordine dei suoi pensieri, deride il tabù del Secolo: l’idea che la democrazia implichi il governo della maggioranza. Dice così che dopo la Rivoluzione francese: “si pensò che qualsiasi limitazione sostanziale del potere legislativo non fosse necessaria, una volta che questo potere era rimesso nelle mani d’una maggioranza, perché‚ l’approvazione da parte di questa era considerata come una prova sufficiente di giustizia. In pratica questa opinione della maggioranza rappresenta di solito niente di più che un accordo autentico su dei principi. Persino il concetto di arbitrarietà, che a quanto si riteneva il governo democratico doveva impedire, cambiò di contenuto: il suo opposto non furono più le norme generali equamente applicabili a tutti, ma l’approvazione d’un ordine dato dalla maggioranza, come se una maggioranza non potesse trattare una minoranza in modo arbitrario (FQ)”.

dentato_50pxMolte delle libertà medievali, distrutte dall’assolutismo in Europa erano sopravvissute nell’Inghilterra dei Whigs: è questo il nesso logico decisivo perché l’esclusiva simpatia di von Hayek per il liberismo inglese s’accordi alle sue persuasioni circa il selezionarsi evolutivo delle norme di qualunque società. Ma questo nesso tradisce anche altro: un guardare indietro ammirato all’ancienne régime: natura non facit saltus. Se ripensiamo agli argomenti che un qualunque funzionario dell’Imperial Regia Amministrazione asburgica in Italia usava per contraddire Pellico o altri liberali commossi, subito dobbiamo, sorridendo, riconoscere che sono gli stessi di von Hayek. Rifare l’Italia, addirittura unirla? Solo un azzardo costruttivistico: s’era nei Secoli lentamente selezionato un equilibrio adatto, distorcerlo avrebbe rovinato gli italiani. Il numero sempre in crescita di quanti si vedono anche in Italia  rovinati da un’unità mal costruita dà attualità a von Hayek.

dentato_50pxIl suo liberismo non è specificabile dicendolo come quello inglese negativo, rispetto a un’altro positivo. Dipende piuttosto da un netto rifiuto della modernità e dei suoi modi di pensiero politici, come si sono disordinatamente pretesi almeno dalla  rivoluzione francese in poi. Solo per questo von Hayek deride i parlamenti dei partiti e governi che possono decidere a maggioranza di tutto. Vi riconosce sensatamente l’arbitrio venale d’un Termidoro. E gli oppone la partizione più antimoderna: un governo che solo amministri, e una Camera di quarantenni che badi a fare le leggi obbedendo a norme condivise. “Noi dovremmo desiderare un’assemblea che si occupasse non tanto delle esigenze particolari di gruppi particolari, quanto dei principi permanenti generali sulla base dei quali regolare le attività… della comunità…. Essi dovrebbero essere uomini e donne che riscuotono la fiducia e il rispetto per i tratti del carattere, che hanno mostrato nella vita normale e che non dovrebbero dipendere dall’approvazione di particolari gruppi di elettori (GQ)”. Per distinguerlo da quello democratico, chiama demarchia questo suo nuovo, e non moderno, ordine politico.

dentato_50pxFissate le norme demarchiche proprie all’ordine politico, per introdurre quelle più salutari all’ordine economico von Hayek ancora rimanda a una Inghilterra trascorsa, a Smith e Hume. Essi, codificatori dell’ordine economico nel Secolo che seguì alla Gloriosa Rivoluzione: “non postulavano un’armonia naturale degli interessi, ma sostenevano piuttosto che i divergenti interessi dei diversi individui potevano essere conciliati da norme di condotta appropriate (QQ)”. Fidarsi d’un indicatore astratto come il prezzo, proprietà privata, rispetto dei contratti: tali norme, selezionate da un processo di successo ed errore nei Secoli, sono quelle irrinunciabili. A suo dire superano i vincoli personali, e angusti dell’antichità, sanno moltiplicare le risorse, e bastano all’ordine economico.

dentato_50pxCosì all’atavismo d’una giusta distribuzione il mercato d’Adamo Smith sostituisce, sempre secondo von Hayek, un gioco, ch’è sì del tutto inattento alla giustizia; ma che non è a somma zero. Tutti ne traggono vantaggi, giacché‚ aumenta le risorse. Chiamando catallattico questo gioco, vanitoso dice a suo modo l’egoismo solidale di Smith: “Mi sono in un certo senso innamorato di questo termine, da quanto ho scoperto che nel greco antico, oltre a significare ‘scambio’, katallattein significava anche ‘ammettere nella comunità’ e ‘cambiare l’inimicizia in amicizia’ (IQ)”. Ancora escogita un nuovo nome per ridire una scoperta cruciale; ma già conclusa dalla fine del Settecento.

dentato_50pxE’ chiaro che il suo ordine economico non differisce da quello consolidatosi in un passato trascorso in Inghilterra. E ogni male dipende per lui appunto dall’instrusione costruttivistica dei politici nelle norme più proprie all’ordine economico. Una sua affermazione è a riguardo esemplare: “E’ probabile che non sarebbero mai emersi gravi problemi di monopolio se il governo non ne avesse agevolato lo sviluppo con una politica tariffaria (HQ)”. Non meno nostalgico è il suo rimpianto per come il Gold Standard concedesse di regolare l’offerta di moneta impedendo i molti sopprusi confusionari dei parlamenti democratici. E la nostalgia sempre costringe al pessimismo. Per questo gli scritti di von Hayek abbondano di sfiducie nelle novità moderne. Così ammette il Gold Standard ormai impossibile da restaurare; ma incolpa d’una simile impossibilità il Secolo presente, ch’ha corrotto tutte le norme economiche.  Questi cenni, e quelli precedenti alle sue teorie politiche, m’auguro bastino a intendere come ogni suo entusiasmo per il mercato e le norme che l’autoregolano viva di nonmodernità. Comparando la sua idea del mercato a quella di Friedman o di quanti altri innumeri plaudono alle superiori efficienze mercantili si vede la differenza. Per tutti costoro il mercato è un’esplodere di modernità, adeguarsi ai contratti elettronici delle Borse di Chicago o di New York city è un atto di fedeltà ad ogni progresso; per lui mercato è gioco compreso da Smith e Hume, ma verosimilmente ormai smarrito dalla modernità.

dentato_50pxSi ripensi al recente crollo ignomignoso del comunismo: esso  non conferma il materialismo di Marx. Chi ancora l’afferma è un retore. Ma piuttosto mostra il permanere e il riaffiorare d’una struttura istituzionale com’era prima del fatidico 1917 e dell’esperimento di costruzione marxista. Dunque il materialismo storico di von Hayek appare ormai confermato più d’ogni  marxismo. E allora neppure per criticare von Hayek, la sua teoria dell’ordine economico come ordine anzitutto mercantile vale la pena d’usare gli ideologismi di Karl Marx; materialismi sconfitti. Solo un approccio non materialistico concede, io credo, di criticare e dimostrare l’insufficienza dell’ordine economico di von Hayek. Lo concede l’economista storico Werner Sombart, che spiegava come il Capitalismo fosse iniziato non per una più intensa accumulazione delle risorse, ma da nuovi modi di pensiero. Cosicché l’invenzione della partita doppia e  le novità dei busti per signora, ovvero lusso e razionalità, spiegano le novità d’un’economia moderna molto meglio d’ogni accumulazione marxista o d’ogni meccanismo retroattivo del mercato (QY). Il capitalismo di Sombart è un piano razionale, premeditato, e non creato dall’autoregolarsi del mercato: le idee decidono del mercato e non viceversa. E altri, Francois Perroux o il socialista mistico Polany, bene completerebbero una critica. Dimostrano il permanere anche nelle istitu-zioni moderne di norme economiche, ma non mercantili; come sono la funzione di redistribuzione e il dono (QX).

dentato_50pxMa, seppure criticando la troppo univoca selezione delle istituzioni economiche di von Hayek, si deve affrontare un altra sua tesi che non è disturbata dal successo di queste critiche. Von Hayek afferma che violare le norme del mercato scoperte da Smith come ha insistito a fare lo Stato con una politica di disavanzo, dazi e fiscalità crescente ha confuso, pervertito l’ordine economico. “Gli sforzi per prolungare la prosperità e assicurare il pieno impiego mediante l’espansione della base monetaria e del credito finirono col creare una situazione inflazionistica su scala mondiale, così strettamente connessa coi livelli di occupazione che non era possibile arrestare l’inflazione senza produrre una disocupazione più diffusa (KQ)”. Qui non basta opporre Polany a von Hayek. Non sarebbe onesto; perchè evidentemente i quotidiani atti di dono che si svolgono nella famiglia o altrove dimostrano che una funzione di redistribuzione non implica per il suo solo esistere l’intervento dello Stato nell’economia.

dentato_50pxPer tutti il problema è ripensare Keynes, e, curiosamente, in questo ripensamento scoprire il modo in cui l’esistenza del novantaduenne von Hayek, e non soltanto le sue varie teorie, ha patito dal 1931 il Keynesismo come suo problema personale. Chi sia stanco delle consuete note d’elogio sempre dedicate a Keynes, almeno da quando Lord Harrod pubblicò la sua devota biografia, dovrebbe leggersi di von Hayek “Ricordi personali di Keynes e della rivoluzione Keynesiana (MQ)”: “Coloro di noi che ebbero la fortuna di incontrarlo personalmente sperimentarono bene il magnetismo del conversatore brillante … e il tono suadente della voce (LQ)”. L’incontrò alla fine degli Anni Venti e si guadagnò il suo rispetto; nel 1931 a Londra poteva già dirsi suo amico. Ma il grande sforzo d’una recensione critica al Treatise of Money di Keynes finì nel nulla. “Grande fu il mio disappunto quando tutto questo sforzo sembro vano, perché‚ dopo la pubblicazione della seconda parte del mio articolo, egli mi disse che nel frattempo aveva cambiato parere e non credeva più a ciò che aveva scritto in quell’opera (NQ)”. Fu questo il motivo per cui von Hayek non tornò all’attacco quando Keynes pubblicò la General Theory: “Egli era per dote innate più un artista e un politico, che uno scienziato e uno studioso (OQ)”. “Le sue concezioni finali si basano interamente sulla convinzione che esistano rapporti relativamente semplici e costanti tra questi aggregati ‘misurabili’, quali la domanda totale, l’investimento o la produzione e che i valori stabiliti empiricamente di queste presunte ‘costanti’ ci permetterebbero di fare delle previsioni valide (PQ)”. E ancora: “La sua personalità si presentava con tanti aspetti che quando si arrivava a valutarlo come uomo sembrò quasi irrilevante che si potesse considerare la sua dottrina economica falsa o pericolosa (RQ)”. In effetti l’ultima volta che lo vide, durante la guerra, discorsero ambedue felicissimi di bibliofilie, d’una collezione di libri pubblicati in America in epoca elisabettiana.

dentato_50pxCerto esiste nell’esistenza d’ognuno, che se n’accorga o no, un anno cruciale, che decide degli altri, o perlomeno scuote, sorprende e impone una svolta. Non è difficile riconoscere che nell’esistenza di von Hayek quest’anno fu il 1931, quando nel febbraio davanti alla non facile platea di economisti vecchi e giovanissimi della London School of Economics tenne quattro lezioni; e trionfò. Un’erudizione puntuale, quanto inaudita, i modi ripresi da Menger e Boehm-Bawerk di spiegare il Capitale e nuovi in Inghilterra, un tono provocatorio, ma lucidissimo, tutti impressionarono. Tanto che ancora nel 1931, unanime, il Senato Accademico votò d’offrire a von Hayek la cattedra Tooke d’economia politica. Come Schumpeter anche von Hayek subito emigrò da un’Austria rovinata da angustie d’ogni tipo.

dentato_50pxLe memorabili lezioni divennero, quasi contemporaneamente, Londra e a Vienna un libro, ed esso ancora spiega il grande successo di von Hayek. Gli studi, le collezioni di dati, i litigi sulla politica monetaria fino a metà Ottocento in Inghilterra contengono tutto l’essenziale delle diatribe che seguirono in quello, e nel presente Secolo. L’erudizione di von Hayek le conosceva molto meglio degli inglesi; e non soltanto: pensava la teoria quantitativa al modo di Cantillon, e sapeva tutte le prudenze analitiche della Scuola Austriaca. Già in polemica con Keynes subito von Hayek pretese che gli aggregati statistici non consentissero connessioni di causa ed effetto, com’era invece possibile per le singole curve di domanda o per i prezzi (WA). Proseguì irridente, e spiegando che la teoria quantitativa doveva dar conto dell’effetto d’una variazione della moneta anzitutto sui prezzi relativi. Così usando il periodo medio di produzione, ch’è una spiegazione che dice il capitale tempo invertito, dedusse complicatamente che: le crisi sono sempre crisi di sproporzione; e che per conseguenza le fluttuazioni non si dominano con la politica monetaria. Era un elogio dell’ortodossia di cui la London School of Economics era il tempio; ma provocatorio, e nei suoi modi analitici inatteso.

dentato_50pxPer conto del suo mentore Keynes, Piero Sraffa colla ferocia dei timidi s’incaricò subito d’una replica astiosissima. Non volle vedere che l’analisi di von Hayek già implicava più che un equilibrio un ordine dei fenomeni economici; e lo criticò con futili odi analitici. Ma d’una verità s’accorse subito, e paradossale: che le proporzioni degli investimenti e piani di consumo supposti da von Hayek, la sua ortodossia liberista si legavano in dei modi non solo troppo complicati e laboriosi; ma irrealistici (WB). E anche a me paiono, paradossalmente, più simili agli schemi di riproduzione usati da Tugan-Baranovskij, il marxista sprezzante che avversò quanti spiegavano le crisi colla teoria del sottoconsumo, che ai neoclassici. E tuttavia nella diatriba che ne seguì sull’Economic Journal von Hayek diede ulteriore prova che, per essere sempre un litigio circa modi d’espressione, la teoria economica sovente diviene una disputa retorica. Von Hayek dimostrò con non meno ragione di Sraffa d’avere lui ragione. E c’era un evento economico reale che, di là delle dispute retoriche, giustificava Prezzi e Produzione: la Grande Inflazione tedesca. Gli investimenti attuati per euforia speculativa, una volta stroncata l’iperinflazione nel 1924 erano svaniti. Eventi simili erano accaduti anche prima di sovente.

dentato_50pxComunque sia tra le famose lezioni e la nomina di von Hayek a Londra, per l’esattezza il 21 settembre 1931, il governo di Sua Maestà rinunciò a onorare in oro i propri acquisti di sterline. Fu l’evento che, certamente più del crollo della borsa di Wall Street, decise la fine d’un epoca. Per cinquant’anni il Mercato Mondo, il liberismo e le urgenze venali dei redditieri inglesi s’erano accordati in perfetta complementarietà. Si pensi: nel 1914 al suo apice, la City di Londra finanziava il 60% del commercio internazionale, e investiva ogni anno all’estero più della metà del totale degli investimenti del mondo. Ma appunto nel settembre del 1931 questo mondo tramontò. E quelle norme liberiste, e la diffidenza verso ogni intrusione dello Stato nell’economia, che von Hayek come i redditieri e la più parte degli economisti approvava, persero senza rimedio il loro più certo fondamento. Quando gli fu offerta la Cattedra Tooke, il Gold Standard di Tooke e cinquant’anni di liberismo inglese, ch’avevano integrato come mai prima il Mercato Mondo, erano finiti. L’ubiquo trionfo nei primi anni quaranta del Keynesismo; l’esclusione di von Hayek, trattato come un sopravvissuto; e infine dopo la guerra il suo dover persino rinunciare alla London School of Economics: tutto dipende dal 1931. L’anno concesse al trentatreenne von Hayek un trionfo e insieme gli tolse però la terra sotto i piedi. Terminò quel mondo di gentiluomini di natura e di ventura indispensabile dai tempi dei Whigs, perchè tutte le sue idee vivessero nel loro adatto ambiente.

dentato_50pxRipensandoci, delle critiche a Prezzi e Produzione migliore fu di Hansen: “Si sostiene … che ogni allungamento del processo che sia l’effetto del risparmio forzato deve necessariamente prima o poi essere seguito da un contrazione delle struttura capitalistica. Questa conclusione tuttavia non segue necessariamente. Essa si basa sull’ipotesi che l’aumento del credito bancario non può continuare all’infinito, e che quindi, prima o poi, bisogna fare interamente affidamento sul risparmio volontario  … Ma è proprio qui l’errore. Non vi è alcun motivo perché il volume del credito bancario non possa continuare ad aumentare indefinitivamente, in modo costante purché‚ siano disponibili sufficienti riserve auree e purché‚ le banche progressivamente utilizzino l’oro in modo più efficiente. Nel caso poi che la moneta legale sostituisca l’oro, un aumento lento, ma persistente, del credito bancario potrebbe continuare a tempo indeterminato. (WD)” E dopo la guerra fu per l’appunto questo il caso, ovunque.

dentato_50px“La Gran Bretagna era tornata nel 1925 senza ragione, ma con molta lealtà alla parità precedente. Non era richiesto dalla Dottrina classica” … “Nel corso di questo sfortunato episodio della storia monetaria inglese egli [Keynes]  divenne il leader intellettuale che riuscì a far accogliere l’idea nefasta che la disoccupazione è dovuta principalmente ad un’insufficienza di domanda aggregata rispetto al totale dei salari che avrebbe dovuto essere corri-sposto se tutti i lavoratori avessero dovuto essere occupati ali salari correnti”  … ” In Keynes come in Marx si può trovare tutto quello che si vuole ” … “Mi ero ritirato quasi completamente dal dibattito sulla politica monetaria, perché‚ mi ero reso conto che la maggior parte dei miei colleghi di professione aveva cominciato ad usare un linguaggio e a discutere di problemi che mi sembravano privi di interesse ” (WC). Questo seguito d’affermazioni m’auguro dia bene l’idea di come von Hayek visse fino a settant’anni, per lo più escluso; e guardando indietro con nostalgia. Ma spiega pure l’ingenuità della sua nostalgia…. Nel 1925 la Bank of England tornò alla parità d’anteguerra $ 4.86:œ non per lealtà o per errore. Col cambio a $4.86:œ i redditieri della City  e le loro più diverse rendite estere conquistarono un quinto del reddito nazionale inglse del 1925. Una parità più avveduta, come quella rimpianta da von Hayek, avrebbe ridotto a meno d’un sesto la loro quota sul reddito nazionale (WE). E però, malgrado simili sviste, il disprezzo per la politica monetaria perseguita a ritmi impensabili dal 1941 dall’Occidente e da un’Europa americanizzata, deve condividersi. Se il livello dei prezzi del 1931 era circa quello d’un Secolo prima, adesso ormai inflazione accumulata, e speculazione, hanno superato ogni confronto possibile con ogni altro Secolo precedente.

dentato_50pxL’11 dicembre del 1974 il Nobel non premiò solo l’economista erudito e le sue molte idee provocatorie, ma riconobbe un’evidenza a tutti visibile. Esagerata, la spesa pubblica e la conseguente emissione monetaria distorcevano ormai la struttura dei prezzi senza creare occupazione. La Stagflazione, ovvero l’impotenza per un certo livello programmato d’inflazione di produrre abbastanza occupazione, screditava il Keynesismo. Il venire meno della relazione, chiamata tecnicamente curva di Philips, riaccreditava le parche idee economiche di von Hayek. S’avvicinarono al Nostro ammiratori innumeri anche economisti; e però per lo più inattenti. Il discorso che von Hayek tenne in occasione del Nobel non solo contraddiceva Keynes. Anche screditava l’agire scientifico del 99% degli economisti, seguaci di Keynes o Monetaristi che fossero. Von Hayek, e ancora per provocare, in quel discorso ridicolizzò: “la tendenza degli economisti a imitare il più possibile i metodi seguiti dalle scienze fisiche con tanto successo (WF)”; ridisse insensato supporre delle relazioni di causa ed effetto tra aggregati logici come sono le grandezze della contabilità nazionale; e ribadì che persino dalla teoria microeconomica potessero trarsi conclusioni molto modeste. Se queste tre affermazioni sono vere, l’econometria, la teoria delle utilità, il concetto d’equilibrio, persino il modellare schemi matematici, sono solo dei giochi accademici e insensati: ovvero il 99% di quanto il mestiere dell’economista d’ogni colore o scuola scrive per la carriera, o vende lucrando, è carta straccia, amenità retorica.

dentato_50pxConta d’ogni esistenza figurarsi il modo d’essere; l’immagine fisiognomica spiega sempre molto più delle idee professate. E scoprendo queste idee sì liberiste, e in apparenza ortodosse; ma poi rette da inflessibili provocazioni, che deridono ogni accademia e scienza economica consueta, mi confermo ancor più nell’immagine che di von Hayek scrivo all’inizio di questo mio scritto. E’ il reazionario, inflessibile e pedante, professore tedesco seguace di Darwin; ma che nei suoi slanci si mantiene stravagante, ottiene verità inattese, e sempre scomode ai più.

dentato_50pxAncora fedele alla sua più sana idea, che un ordine dconomico debba, per poter esistere davvero, essere separato dall’ordine giuridico-amministrativo, von Hayek pretese poi che la moneta non fosse più monopolio statale: ovvero che le banche centrali non possedessero più il monopolio delle emissioni (WZ). E’ in questo Secolo l’identica pretesa di Gesell e di altri censurati come eccentrici: lasciare che i diversi tipi di moneta, entrino in concorrenza tra loro, e che gli individui li scelgano a loro piacere. Lo Stato non potrebbe più, a suo arbitrio, stampare moneta a corso forzoso, dovrebbe limitarsi; pena la perdita di valore delle sue banconote rispetto a quelle emesse da altre banche, o industrie, o libere associazioni. Nel 1936 Vera C. Smith dimostrò che non esistono serie eccezioni teoriche a un simile free banking (WX). E von Hayek con tutta l’autorità d’un recente premio Nobel lo riaffermò spregiudicatamente. Ma  come negli anni 30′ non era l’ottusità della più parte degli economisti a contraddire la proposta. Erano e sono gli interessi della politica, e quelli della Grande Finanza che contraddicono ogni autentico liberismo. Mi permetterei a questo riguardo di ricordare che economisti allora famosi, seguaci della teoria quantitativa come I. Fischer o Simons, proposero negli anni trenta riforme non meno radicali: la pratica, chiusura della Borsa o il denaro a scadenza di Silvius Gesell. Se accettate simili proposte avrebbero contraddetto trusts e interessi della Grande Finanza, o della speculazione, molto più delle idee di Keynes. E ancora è doveroso ricordare che nessuno più della Federal Reserve di New York giovò nel 1916-1917 agli inauditi interessi della Banca Morgan e dunque alla dichiarazione di guerra degli Stati Uniti; e che appunto la banca centrale degli Stati Uniti finanziò scientemente durante la guerra l’inflazione, e nel 1927 una politica espansiva che originò il boom di Wall Street e ne aggravò due anni dopo il crollo. Taccio le gesta seguenti, sue e dell’altre banche centrali europee durante questo Secolo (WV).

dentato_50pxLa mia persuasione e’ che un ordine economico lasciato libero di articolarsi non potrebbe obbedire solo a norme mercantili; e che implicherebbe per necessità anche delle norme solidali, come il dono. E, come in Italia riuscì alle astuzie di Adriano Olivetti d’accordare mercato e comunità, così è dimostrato che la solidarietà economica può liberarsi della politica. Ma da che nella biblioteca della banca in Svizzera dove lavoravo scoprii i tremila volumi rari della bilioteca che aveva anni prima venduto, e m’incuriosii a leggere i suoi libri, ammiro von Hayek. Seguito a non credere che il mercato da solo basti all’economia. Ma credo che un’economia solidale non possa rinunciare al mercato, e che debba far a meno dello Stato. E del resto in von Hayek, come in Einaudi, l’ordine economico s’affida non ai monopoli industriali o finanziari; ma agli io di tante piccole e medie imprese in equilibrio colla natura e protette dalla politica. M’e’ chiaro che gli economisti liberisti davvero coerenti, e fors’anche reazionari, sono ormai più rivoluzionari degli altri.

dentato_50pxDa quanto scritto m’auguro infine si comprenda che qualunque  distinzione tra economisti di destra o di sinistra è insensata, utile solo a urgenze di carriera. In anni per fortuna trascorsi chi francamente riconobbe che il fascismo in Italia aveva fatto una politica keynesiana molto coerente, e addirittura prima della Teoria Generale di Keynes, fu deriso e insultato. Ma che Hitler e Mussolini abbiano perseguito una politica keynesiana molto più seriamente di Roosvelt e del New Deal, deve ormai ammettersi da tutti come verità lapalissiana. Già questo fa traballare l’apparentamento tra il Keynesismo e la sinistra, insistito ridicolmente ovunque; e dagli italiani ancora più ridicolmente grazie al finto Ricardo di Sraffa. Ma infine scoprire che von Hayek non è Friedman; e che uno Stato che la smettesse d’intromettersi nell’economia e non possedesse più il monopolio delle banconote, nuocerebbe al capitalismo, ma non all’ordine economico scredita conclusivamente gli economisti in divisa che negli anni settanta visitavano Hicks o Piero Sraffa. Meglio era allora dedicarsi a leggere il reazionario von Hayek.

dentato_50pxNOTA QZ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: “Ordine sensoriale. I fondamenti della psicologia teorica”. Rusconi, MIlano, 1990.

dentato_50pxNOTA AQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: “Nuovi studi di filosofia, politica economia e storia delle idee”. Armando ROMA 1988; pag. 13.

dentato_50pxNOTA BQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pag. 16.

dentato_50pxNOTA CQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pag. 79.

dentato_50pxNOTA DQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pag. 68.

dentato_50pxNOTA EQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: “Legge, legislazione e libert…”. Il Saggiatore, Milano, 1986.

dentato_50pxNOTA FQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pag. 123.

dentato_50pxNOTA GQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pag. 131.

dentato_50pxNOTA QQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pag. 151.

dentato_50pxNOTA IQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pag. 71.

dentato_50pxNOTA HQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pag. 161.

dentato_50pxNOTA KQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pag. 147.

dentato_50pxNOTA QY   ALVI G.: “Le Seduzioni economiche di Faust”. Adelphi, Milano, 1989; pagg. 45,46

dentato_50pxNOTA QX   ALVI G.: Milano, 1989; pagg. 136/180

dentato_50pxNOTA MQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pagg. 308/315.

dentato_50pxNOTA LQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pag. 308.

dentato_50pxNOTA NQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pagg. 309.

dentato_50pxNOTA OQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pagg. 312.

dentato_50pxNOTA PQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pagg. 311.

dentato_50pxNOTA RQ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pagg. 313.

dentato_50pxNOTA WA   HAYEK FRIEDRICH A. VON: “Prezzo e produzione. Il dibattito sulla moneta”. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1988; pag. 17.

dentato_50pxNOTA WB   HAYEK FRIEDRICH A. VON: Napoli 1988; pag. 140.

dentato_50pxNOTA WD   HAYEK FRIEDRICH A. VON: Napoli 1988; pagg. 173/174.

dentato_50pxNOTA WC   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pagg. 217, 218, 228, 209.

dentato_50pxNOTA WE   ALVI G.: “Il Secolo Americano in Europa”, manoscritto, 30 settembre 1991; pag.  209.

dentato_50pxNOTA WC   HAYEK FRIEDRICH A. VON: ROMA 1988; pag. 31.

dentato_50pxNOTA WZ   HAYEK FRIEDRICH A. VON: “Denazionalization of Money”. Institute of Economic          Affairs; Hobart Papaer Special 70; London; 1976.

dentato_50pxNOTA WX   SMITH V. C.: “The Rationale of Central Banking”. King & Son LTD, London, 1936.

dentato_50pxNOTA WV   ALVI G.: “Il Secolo Americano in Europa”, manoscritto, 30 settembre 1991; pag. Capitolo I,II, VII.

 

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