La neolingua è un linguaggio totale, un linguaggio ripulito da ogni particolarità e da ogni termine “non indispensabile” al funzionamento di una società
La neolingua è un linguaggio totale, un linguaggio ripulito da ogni particolarità e da ogni termine “non indispensabile” al funzionamento di una società

Il grande fratello è l’opinione pubblica

Capita che si tiri in ballo la distopia di Orwell, 1984, per richiamare l’attenzione sulle condizioni di vita in un regime dispotico o per denunciare anomalie nel funzionamento di una democrazia. Capita che si evochino forze tramanti nell’ombra a corrompere l’ordine democratico. Nel burro del senso comune affonda la lama delle distopie. Con film come V per vendetta di James Mc Teigue e fratelli Wachowski, tratto dal romanzo grafico di Alan Moore e illustrato da David Lloyd, il racconto sul potere e sulla prevaricazione nei regimi totalitari continua e alimenta una descrizione che non sembra essere cambiata molto negli ultimi decenni. È l’idea che qualcuno, in qualche luogo occulto e in qualche modo, tiri le fila dell’ordine nazionale e mondiale, esercitando un potere esclusivo. Ecco come si esprime George Orwell in un breve trattato sulla libertà di stampa che in origine precede Animal Farm, opera che l’autore fatica non poco a pubblicare. “In questo momento il pericolo principale per la libertà di pensiero e di parola non è l’interferenza diretta del Ministero dell’informazione o di un corpo ufficiale qualsiasi. Se gli editori e i direttori di giornali fanno di tutto per sottrarre alla stampa alcuni argomenti, non è per paura di essere perseguiti, ma per timore dell’opinione pubblica (…) Il fatto sinistro per quanto riguarda la censura letteraria in Inghilterra è che essa è in larga misura volontaria. Le idee impopolari si possono mettere a tacere, e i fatti inopportuni si possono tenere all’oscuro, senza bisogno di nessun bando ufficiale”.

dentato_50pxOra, giacché il 1984 è passato da un pezzo e di recente non sono sorti regimi liberticidi in UK, possiamo intanto dire che le previsioni di 1984 e V per vendetta non si sono avverate (anche se nel caso di Orwell, i regimi comunisti del Novecento hanno inverato per decenni la sua distopia). Rimangono la proliferazione globale delle maschere di Guy Fawkes (dal film di James McTeigue) e i paralleli, forse poco fondati, tra la distopia di 1984 e quella di V per vendetta. V, il protagonista del film diretto da James McTeigue, si muove in rifugi sotterranei, veste di nero, capelli lunghi, mantello e indossa una maschera dal bizzarro sorriso a V stampato. Il viso riprodotto nella maschera è appunto quello di Guy Fawkes, uno degli artefici della congiura delle polveri che il 5 novembre 1605, a Londra, tentò difar esplodere la Camera dei Lord.

dentato_50pxIl linguaggio di questo personaggio è segnato da un’aura di nobiltà d’altri tempi, a volte retorico, talvolta melodrammatico. La particolare forza fisica sembra venirgli da esperimenti biologici, ai quali è sottoposto nei primi anni del regime, durante la suaprigionia (genesi che ricorda quella di alcuni supereroi Marvel…). V trama per abbattere il governo dispotico dell’Alto Cancelliere Adam Sutler, leader del partito conservatore britannico e figura forse un po’ caricaturale e scontata nell’economia della narrazione.

dentato_50pxV è mosso da una determinazione che lo allontana dal malinconico Winston di 1984,che finisce per amare il Big Brother dopo le torture subite al Ministero dell’amore.Winston non ha le certezze e il coraggio di V e teme di sbagliarsi, non è più sicuro dipoter distinguere tra verità e menzogna.

dentato_50pxPer Orwell togliere la libertà di parola vuol dire iniziare un percorso che porta all’estinzione delle capacità creative e dell’intelligenza. Con Winston è O’Brien aprovarci. O’Brien è un importante funzionario del Socing, il partito al potere, che prima finge di essere dalla sua parte e poi lo fa catturare e torturare. O’Brien intende eliminare Winston solo dopo averlo costretto a piegarsi al Big Brother (simulacro, proiezione, sagoma che si manifesta solamente attraverso schermi televisivi perennemente accesi). Nel totalitarismo di 1984 vi sono poi i prolet, che vivono fuori dagli schemi comportamentali seguiti dai membri del partito, ai margini della società. Winston ne apprezza la libertà e il legame che ancora li unisce al passato, un passato reale, non ancora corretto dal Socing. Sappiamo che oltre a sconfinare temporaneamente nel mondo dei prolet, violando le oscure regole del Socing, egli riesce a procurarsi un quaderno allo scopo di annotare alcune impressioni, fornire una possibile testimonianza, una propria traccia. Le annotazioni sgrammaticate e parziali di Winston sono una risposta alla negazione linguistica totale auspicata dal partito attraverso la neolingua, il progetto di semplificazione del linguaggio inseguito dal Socing.

dentato_50pxNonostante il Partito, tuttavia, in 1984 si ha talvolta l’impressione che non ci siano regole precise che proibiscano di…, i membri esterni del partito paiono quasi sentiresenza bisogno di regole il dovere di privarsi di alcuni piaceri o libertà. L’ordine in Oceania non sembra sempre essere determinato da sequele di termini proibitivi calati dall’alto, attraverso l’autorità del partito; non si può escludere un desiderio inconfessato e collettivo di conformazione ai progetti del Socing. E in tutto ciò, la trasgressione apparentemente innocua e solitaria di Winston: procurarsi un quaderno e scrivere; un’azione discreta e priva della magniloquenza ostentata invece da V nel film di McTeigue.

dentato_50px1984 e bipensiero

dentato_50pxAl Ministero dell’Abbondanza si proclama che per l’anno in corsola produzione di scarpe è aumentata considerevolmente, ma ogni ascoltatore dei proclami del partito sa di non aver ricevuto un paio di scarpe nuove da molto tempo. In casi come questi s’innesca il meccanismo del doppio pensiero: il secondo pensiero, negativo, annulla il primo e fa spazio alla nuova verità. E ancora, per i lavoratori del Ministero della Verità è necessario non solo riscrivere il passato, manipolando libri e giornali, ma anche scordarsi di averlo fatto.

dentato_50pxGià il bipensiero si manifesta alla maniera di una mesta e disperata autocensura che permette al Socing di divulgare ogni sorta di menzogna, prevalentemente rettifiche di notizie di segno opposto date qualche mese o qualche giorno prima. Il problema del bipensiero è che non può ancora prescindere da ciò che Orwell nelsuo romanzo chiama “archelingua”, l’inglese. La lingua d’origine permette ancora dipensare alla verità, prima che questa sia superata da un termine che la nega attraverso il bipensiero. C’è ancora la consapevolezza linguistica, e dunque culturale, della menzogna e della contraddizione logica.

dentato_50pxLa libertà è schiavitù, Freedom is slavery, è un esempio di quanto sia lampante la contraddizione logica dal momento in cui questi slogan sono ancora costretti a prendere forma in archelingua. Il passo successivo deve essere quello della modificazione del linguaggio. Unlinguaggio nuovo, semplificato, che non permetta più di esprimersi tentando di dare corpo a un concetto come “verità” e che metta al riparo dalla necessità artificiosa di doverlo in un secondo momento negare.

dentato_50pxUn concetto come libertà, come ricorda lo stesso autore ne I principi della neolingua, potrà essere usato solo in funzione di frasi quali “Questo cane è libero da pulci”, ma non in sé, a indicare un concetto complesso e rischioso come quello di “libertà”(ancora in uso con il bipensiero, come si è visto con lo slogan Freedom is slavery). Mentre il bipensiero è menzogna elevata a legge, negazione della ragione, la neolingua introduce la verità a portata di mano e la possibilità di superare anche la tecnica del bipensiero. Non c’è più la necessità di eliminare un certo pensiero, perché questo, tramite il toglimento del termine che lo tiene in vita, viene meno. E comodità, l’individuo non più costretto a misurarsi con l’evidenza dell’autocontraddizione è in pace con se stesso, acquietato.

dentato_50pxEssere contro il Socing non è più possibile perché ciò che non è dicibile smette diessere pensabile. La neolingua è un linguaggio totale, un linguaggio ripulito da ogni particolarità e da ogni termine “non indispensabile” al funzionamento di una società come quella dell’Oceania. C’è un vocabolario che va progressivamente assottigliandosi e semplificandosi in un oblio rassicurante, forse più assecondato che temuto. Nell’appendice a 1984, I principi della neolingua, Orwell ricorda come sia prerogativa d’ogni regime autoritario esprimere un vocabolario costruito su neologismi burocratici nati da abbreviazioni di termini in uso come Nazi, Gestapo, Agitprop, parole che ricordano quelle in uso in 1984, come Minipax, Miniabb, Miniamor, Miniver.

dentato_50pxDalla distopia alla realtà. Con un vocabolario non molto diverso deve fare i conti anche Hannah Arendt, durante il processo Eichmann a Gerusalemme. “‘Il linguaggio burocratico è la mia unica lingua’ (sostiene Eichmann) il fatto è però che il gergo burocratico era la sua lingua perché egli era veramente incapace di pronunciare frasi che non fossero cliché”.

dentato_50pxIn secondo piano, ma forse non meno rilevante. In 1984 troviamo i “versificatori”, compositori di canzoncine vagamente patriottiche e innocue, tristemente automatichee dai termini semplici e rassicuranti. L’attività dei versificatori va di pari passo con quella degli adattatori dei testi classici ai termini della neolingua. Se il bipensiero impone un fascismo ipocrita e di superficie, la neolingua è la porta verso il totalitarismo. Queste sono le due fasi che Orwell riconosce nel processoverso la società totalitaria. Dovremmo però chiederci se davvero sia mai esistita, esista, possa esistere una classe politica, per quanto cinica e spietata, capace di realizzare un progetto simile, calpestando a lungo e con successo la sovranità popolare. E più precisamente, si tratta di comprendere quanto un romanzo come 1984 possa suggerire l’esistenza di una simile classe politica e quanto lo possa un film come V per vendetta, perché su questo piano si gioca una differenza forse poco considerata tra le due distopie.

dentato_50pxC’è un episodio nel romanzo di Orwell che torna utile per questo. O’Brien, per fuorviare Winston, gli fa avere “il libro” della resistenza al Socing, il testo di Goldstein, il mitico e segreto oppositore del Big Brother. In realtà questo testo è realizzato dal Socing, è un falso. Winston non lo sa, ma leggendo comprende che questo libro non gli dice nulla di nuovo e conferma la versione che egli stesso nutre ogni giorno, chiarendola giusto un poco. Probabilmente troppo poco… ma il problema è un altro.

dentato_50pxA Winston sembra che i migliori libri siano quelli che dicono ciò che già sappiamo. Sono i testi che ci consolano e ci rafforzano nelle nostre già solide convinzioni. Sono parole che ci rassicurano, ma rendendo forse le cose più semplici di ciò che sono. Se il libro di Goldstein fosse autentico e non fosse stato commissionato da O’Brienper ingannare Winston, allora diverrebbe il libro della resistenza e della liberazione.

dentato_50pxPer l’ultimo Orwell non sembrano esserci versioni rassicuranti, abitudini sufficientemente consolidate; niente cui aggrapparsi nei giorni di prigionia, di esilio, di resistenza e anzi, viene il dubbio di essere nel torto. Balena l’idea che non sia follia opporsi al regime, ma eccentrica banalità. Quale che sia il rischio, non esiste una gloriosa resistenza alla quale unirsi. Per l’ultimo Orwell l’ipocrisia diffusa potrebbe essere humus per la generazione di qualcosa come il bipensiero. La fiacchezza e il rattrappimento del vocabolario, sempre latenti, potrebbero essere la spia del gradimento di una possibile neolingua futura, che faccia pensare poco e in modo indolore.

dentato_50pxSullo smarrimento della verità

dentato_50pxO’Brien, rifiutando ogni canone morale, non riconosce neanche ciò che sarebbe scontato che un membro interno del Partito riconoscesse: l’autorità del Big Brother. La sua è un’azione individuale, autonoma. Poco leggendo 1984 ci lascia credere che O’Brien sia più devoto al Big Brother di quanto non lo sia Winston. O’Brien può fare a meno della neolingua e spegnere il video nel suo appartamento, cose non concesse a Winston e agli altri membri esterni del partito; può esercitare la porzione di potere di cui dispone e fa torturare Winston, con apici di crudeltà autentica e non lo fa per servire una causa, ma perché desidera godersi lo spettacolo della volontà di un uomo che si piega sino a svanire.

dentato_50pxHe loved big brother è l’annientamento della personalità di Winston, giacché non vi è nulla da raggiungere cercando il Big Brother. Amare Giulia per Winston è rinunciare a sé per la donna che ama. Nutrire amore verso un simulacro vuoto è rinunciare a sé per abbracciare un’ombra, un riflesso unanimemente condiviso.

dentato_50pxCerto anche in Brave New World di Huxley, ognuno appartiene a tutti, si ritrovano isegni della dissoluzione della personalità (così come nel precedente The Lord of the World di Robert Hugh Benson, che risale al 1907). Nella distopia di Huxley, diversamente che in V per vendetta, il totalitarismo è già in atto e si può dire che il controllo sia quasi perfetto, a uno stadio che nel mondo di 1984 potrà stabilirsi solo dopo l’adozione piena della neolingua. Il mondo immaginato da Huxley nel 1932, prigioniero della programmazione e della produzione industriale, è chiuso in un unico stato e governato da dieci occulti Coordinatori Mondiali ai quali si possono attribuire le sorti del pianeta. Rimane difficile distinguere una personalità verosimile da una fragile proiezione, così tanto che il romanzo di Huxley pare sbriciolarsi via via che lo si affronta, come fossimo oltre il pessimismo orwelliano. Con Huxley le persone sono già simulacri, tanto i rapporti sono evanescenti e privati di pathos emotivo. Ciò probabilmente rende BraveNew World un resoconto distopico della disperazione, più che del pessimismo. Nulla passa attraverso una figura reale come quella di O’Brien.

dentato_50pxIn 1984 poco giustifica un’esistenza reale, non veicolata da uno schermo, del Big Brother. Si può dire che il mondo costruito attorno all’immagine del Big Brother si rivela come una sequenza di punti-individuo collegati, una rete attraverso cui si diffondono dati. Non sembra vi sia un centro in questo formicaio cosmico monocolore.

dentato_50pxDimenticando il centro e la personificazione del male si incontra un conformista, sostiene Hannah Arendt, un essere incapace di concepire una descrizione della vita, un personale progetto. Un individuo solo, a suo modo semplice, che non possiede un’alternativa elaborata e personale. Il gerarca nazista Eichmann, durante il processo seguito da Arendt, giustifica prima di tutto la propria condizione di esecutore degli ordini alludendo a qualcuno lassù, che impartisce. Qualcosa lo sottrae dalla responsabilità. Poi tenta giustificazioni, attraverso i cunicoli del linguaggio burocratico.

dentato_50pxIl filosofo Richard Rorty, nel suo Contingency, Irony and Solidarity, immagina che Orwell nei primi due terzi del suo ultimo romanzo si identifichi con la speranza di Winston e nella parte finale con il nichilismo di O’Brien. Sino a un certo punto le convinzioni di Winston sono anche quelle di Orwell e 1984 rimane una specie di romanzo di denuncia sociale, nemmeno troppo lontano da V per vendetta. Tuttavia O’ Brien, con la sua comparsa, cambia le cose e probabilmente giustifica la tesi di Rorty.

dentato_50pxQuesto potrebbe essere l’epilogo testimoniato del pensiero di George Orwell che, dopo aver coltivato i dubbi di Winston, e la sua segreta speranza, si arrende all’umanità degradata di O’Brien, che nella sua esemplare mancanza di compassione rappresenta un tipo individuale poco rassicurante, ma tristemente credibile, forse comune. “Il popolo non dovrebbe temere il proprio governo, sono i governi che dovrebberotemere il popolo!”, afferma V. Sono i governi a dover temere il proprio popolo e tuttavia, se leggiamo 1984, non per i motivi che intende V. Come lettori probabilmente consideriamo 1984 un incubo possibile e scongiurabile, ma forse non come qualcosa che Orwell percepisce realmente in atto, attorno a sé. Big Brother e V sono due potenti proiezioni. Il primo si manifesta attraverso gli schermi, il secondo attraverso una maschera. Due proiezioni mitiche cariche di significati e sospetto che oggi Orwell ne attribuirebbe la genesi a un volgo desideroso di rimandare oltre la concretezza delle cose del mondo la propria responsabilità individuale.

dentato_50pxSolo attraverso quelle proiezioni ci sarà un salto di consapevolezza, che sarà collettivo, non individuale (legato a un particolare momento di una singola esistenza). Ciò che tradisce l’artificialità di queste due figure è la loro natura fredda e concettuale. Appaiono distinte come concetti e sfocate sul piano esistenziale. Troppo definite per non essere colte al volo, troppo semplici per essere vere. Non due persone, ma due contenitori di qualità che potremmo attribuire singolarmente al malvagio o al benefattore di turno. Tutto ciò, con i necessari distinguo: Big Brother è davvero un fantasma realizzato, che può avere come precursore solo il Felsenburgh di The Lord of the World; mentre V, che ha una propria esistenza, alle soglie della normalità e con lampi di verosimiglianza, non lo è compiutamente.

dentato_50pxOrwell descrive consapevolmente un simulacro, il frutto compiuto di una mistificazione popolare; i creatori di V per vendetta concepiscono senza saperlo un mezzo simulacro, che si dibatte tra pulsioni di normalità e ricadute nel fantasmagorico. Nelle ultime scene del film la maschera di V, l’eroe che libera il popolo dalla dittatura, è posta sul viso di ogni cittadino di Londra a significare la condivisione totale e la liberazione attraverso il sacrificio della proiezione collettiva. Era Edmond Dantès. Ed era mio padre e mia madre, mio fratello, un mio amico, era lei, ero io, era tutti noi. Si dice. Alla fine il popolo londinese toglie la maschera dal proprio volto per capitalizzare il sacrificio di V. Una prova collettiva e spersonalizzante, che invera l’ognuno appartiene a tutti di Huxley e che riguarda anche l’epilogo di 1984. He loved big brother. Winston non ama più una persona, ma una proiezione condivisa.

dentato_50pxIl pensiero diviene semplice e impersonale, comune

dentato_50pxSolo uomini come Winston dubitano e difendono residui di razionalità umana, occorre persuaderli con maniere forti, per gli altri non c’è bisogno di manipolazioni e forzature, il Big Brother è già desiderio condiviso.

dentato_50pxE anche i luoghi hanno un significato, persino nelle distopie, e ci rivelano l’indifferenza e la semplificazione in atto. Il Ministero dell’Amore è privo di finestre, illuminato da una luce artificiale che non si spegne mai e che toglie la percezione dell’alternanza tra la notte e il giorno, per una dimensione unica e indistinta, che ciricorda la galleria delle ombre di V, l’asettica mestizia dei luoghi di Brave NewWorld, il silenzio artificiale degli appartamenti sotterranei e le strade di gomma di The Lord of the World.

dentato_50pxE di nuovo, il paziente lavoro di O’Brien conduce Winston a un punto avanzato di oblio della propria personalità, sino alla fusione con il Big Brother. Tutto è indistinto,come se potessimo amare una fantasmagoria collettiva scambiandola per nostra. A condurre il rito d’iniziazione è appunto O’Brien, custode e catalizzatore del risentimento popolare. È lui a rendere incombente 1984, con la forza del suo brutale realismo senza scopi.

dentato_50pxRichard Rorty, come abbiamo visto, sostiene che Orwell attraverso O’Brien diviene un pessimista irredimibile. Allo stesso modo sostiene che lo stesso Orwell può considerarsi un potenziale manipolatore, un intellettuale che possiede una consapevolezza superiore alla media, che può usare per infliggere sofferenza a coloro che ne sono sprovvisti, non molto diversamente da O’Brien, in fondo… Secondo Rorty anche lo stesso Orwell finisce per vedere se stesso in questo modo.

dentato_50pxEd è poi lo stesso Rorty, in Contingency, Irony and Solidarity, a proporre una privatizzazione delle capacità ironiche e manipolatorie di alcuni individui a vantaggio di una società meno segnata dalla crudeltà. Crudeltà che una persona simile potrebbe avere la tentazione di esercitare.

dentato_50pxMa se le cose stanno così, se possiamo attribuire il cinismo nichilista di O’Brien anche al suo creatore, allora presumo che ricadremmo in un percorso che più che considerare le dinamiche che possono generare un totalitarismo, pure desunte da un romanzo, proporrebbe una lettura psicologica che spiegherebbe 1984 unicamente attraverso un’analisi dello stato d’animo di chi l’ha scritto.

dentato_50pxTrovo più convincente credere a un Winston che mentre accetta di pensarsi in uno con il Big Brother è ancora consapevole di non amare quella proiezione, anche se allo stesso tempo sa di non avere speranza. Potremmo chiederci perché ritiene di non averne e se si tratta unicamente di un più che comprensibile scoramento.

dentato_50pxE in fondo, dessimo retta a Rorty in questo caso, probabilmente dovremmo giustificare i popoli che hanno legittimato o lasciato esercitare un potere dispotico tendente al totalitarismo, guidati da esseri talmente carismatici e destinali da non lasciare scelta. Rorty considera la sottile avversione che certi intellettuali, come certi leader politici, possono nutrire nei confronti del popolo come una forma di delirio di onnipotenza, come l’incapacità di separare la sfera della propria soggettività straripante da quella degli interessi collettivi.

dentato_50pxSappiamo, anche da carteggi pubblicati abbastanza recentemente, come George Orwell ritenesse gli intellettuali britannici capaci di appoggiare i peggiori dittatori, come ad esempio Stalin, tradendo un riflesso totalitario. Tuttavia questo non prova che egli si considerasse a un simile livello e non prova nemmeno che la sua fiducia nel popolo fosse più alta di quella nutrita per gli intellettuali inglesi. Questi ultimi erano considerati da Orwell troppo timorosi e poco propensi a prendersi l’impegno di diffondere o lasciar diffondere opinioni poco gradite all’opinione pubblica inglese.

dentato_50pxCe n’è abbastanza per ritenere che la distopia orwelliana non nasca solo dalla necessità di denunciare la pericolosità dei regimi politici totalitari, con i suoi gerarchi e i suoi capipopolo. 1984 svela il timore che il totalitarismo sia uno sviluppo possibile perché in generale meno temuto di quanto siamo disposti ad ammettere.

dentato_50pxCome ricorda Michel Houellebecq nel suo Soumission, forse siamo stanchi della libertà conquistata e l’arrendevolezza, la quiete ovattata e indifferenziata di molte distopie indica che il nostro Nirvana potrebbe coincidere con l’abdicazione volontaria ai nostri diritti e alla nostra sovranità. Le idee e le iniziative “impopolari” si definiscono tali perché propongono dei contenuti che un popolo, per diversi motivi e contingenti, può non voler ascoltare; se gli intellettuali decidono poi di assecondare quest’indifferenza diffusa, tolgono il“potere” dall’impaccio di perseguire per legge la libertà di opinione. Per questo mi sembra opportuno finire là dove ho iniziato, con la stessa affermazione di Orwell, che credo chiuda i giochi dei ragionamenti che qui mi sono proposto di fare. “Le idee impopolari si possono mettere a tacere, e i fatti inopportuni si possono tenere all’oscuro, senza bisogno di nessun bando ufficiale”.

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