Silvio D’Arzo, l’uomo ossessionato dalla sua povertà e dalla povertà che attanagliava la gente come lui
Silvio D’Arzo, l’uomo ossessionato dalla sua povertà e dalla povertà che attanagliava la gente come lui

Silvio D’Arzo

Uno snodo obbligato per chi voglia capire la narrativa del Novecento

Si dovrà dire, prima o poi, che Silvio D’Arzo è stato uno dei più grandi autori del Novecento. E si dovrà, prima o poi, fare pubblica ammenda per non avergli tributato l’elogio che meritava. E si dovrà, sempre prima o poi, dire che questo autore – l’autore più amato dai ribelli della parola come Pasolini e Tondelli e riconosciuto dall’inquieto Montale – è un segnale morse che solo a tratti viene percepito. Se il suo nome è legato a un capolavoro come “Casa d’altri” – che è un racconto fatto di silenzio e di montagne, natura selvaggia e mani delicate, speranza e fede – il vero problema è quello di reperire i suoi libri, se si fa eccezione per editori illuminati come Quodlibet. Per scovare l’opera omnia, che esiste ed è da leggere con voracità, bisogna rivolgersi a Mup: le copie sono pochissime, ed è un peccato.

dentato_50pxLa maledizione di Silvio D’Arzo nasce con lui e se la porta dietro per sempre: nasce a Reggio Emilia il 6 febbraio 1920 e muore a soli 32 anni. Muore di leucemia, e nel suo letto di ospedale sul lago di Como – raccontano le lettere degli amici e agli amici – lui continua a fumare e a pensare a sua madre. Nato poverissimo, tanto che la sua casa era arredata con le cassette di frutta, D’Arzo non ha padre. Sua madre, la figura della madre, sarà sempre figura centrale nelle sue opere. Una donna sempre delicata, quasi sempre sola, quasi sempre tormentata come in Casa d’altri: il dubbio esistenziale ruota attorno al suicidio, al fatto che si faccia peccato se uno si suicida, al fatto che una donna povera chieda se possa togliersi la vita a un prete in un paesino di montagna di un’Italia che conosce solo i paesini, quei paesi che descriveva Cesare Pavese e che avevano strade che parevano lamette.

dentato_50pxSe c’è in questa Casa d’altri tutta una bellezza e uno stupore che fa meraviglia, c’è sempre in D’Arzo una ricerca sulla lingua che stupisce: glottologo, attento agli autori contemporanei (recensisce Hemingway quando nessuno sa chi è Hemingway), D’Arzo adopera le parole come fossero poesia (a 16 anni pubblica un libro di poesie) e costruisce pagine come fossero quadri: ad esempio All’insegna del buon corsiero contiene descrizioni che sono quadri, lo fa come fosse Monet. C’è sempre in lui questa riflessione ad elastico, qualcosa che riporta tutto indietro, quasi sospeso: troppo avanti per uno come Vallecchi, l’editore fiorentino che con lui tiene una fitta corrispondenza, si ha la sensazione che nessuno lo capisse sul serio. La sua vita si fondò sull’anonimato costante (si firmava Ezio Comparoni) proprio perché fu figlio di padre restato ignoto in un’Italia cattiva e perché le sue intuizioni – come poi avvenne – sarebbero state ignorate, perché non capite.

dentato_50pxSilvio D’Arzo ha una produzione sterminata, che per fortuna è stata custodita dalla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia dove si trova un fondo con quasi tutti gli originali dello scrittore. Nell’opera omnia si ha la contezza di questo uomo, che attraversò – in 32 anni di vita – la narrativa col passo delicato di un cerbiatto e gli occhi di una lince: racconti per bambini, romanzi per bambini, poesie, saggi, interventi critici, un romanzo e tantissimi racconti, moltissimi racconti. Titoli come Nostro Lunedì o Essi pensano ad altro. Roba che se uno la legge non riesce più a staccarsi. Roba che ti entra in testa, come probabilmente accadde ad Alessandro Blasetti che nel 1954 firmò la regia televisiva di Casa d’altri. Roba di racconti, perché i racconti erano – in quegli anni – il modo per stare nelle aie e per parlare, per passare il tempo e per raccontarsi il tempo che passava. Narrazioni veloci o narrazioni alla mano, con quel dialetto emiliano che scivola via verso forme di bellezza rarefatta.

dentato_50pxSilvio D’Arzo, l’uomo ossessionato dalla sua povertà e dalla povertà che attanagliava la gente come lui, è uno snodo obbligato per chi voglia capire tutta la narrativa del Novecento: lui ne è un maestro indiscusso, è uno che usa – abusandone – i due punti, la sua grammatica crea una metrica difficile da digerire, se si è a digiuno dei canti contadini (in questo senso Tozzi e Campana potranno essere di aiuto agli “astemi della terra”). E quindi ecco: si dovrà dire, prima o poi, che Silvio D’Arzo è stato uno dei più grandi autori del Novecento. Se non il più grande.

COMMENTA

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  1. Gentile Simone Innocenti,

    Concordo su ogni verso dell’articolo. Vorrei precisare un punto, di cui magari lei è a conoscenza. Luciano Serra, bibliotecario di Reggio Emilia, credo fosse convinto che D’Arzo avesse scoperto l’identità del padre, che ci fossero anche rapporti di consuetudine, pur con un dovuto distacco. Credo fosse un allievo del Carducci che aveva scritto peraltro vari libri inerenti proprio a degli studi eruditi, credo anche una antologia sul suo maestro. Trovai qualcosa a riguardo per puro caso. Provvederò a segnalarne l’articolo in caso ne avesse necessità. Con gratitudine.

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