La genesi della tecnica è vista dal regista come evento, salto evolutivo non determinato dalla volontà dell’uomo, ma vissuto come destino per l’umanità intera
La genesi della tecnica è vista dal regista come evento, salto evolutivo non determinato dalla volontà dell’uomo, ma vissuto come destino per l’umanità intera

Il pensiero cosmico di Stanley Kubrick

Una lettura di 2001 Odissea nello spazio

E chi se lo scorda il monolite? Sono quelle cose che rimani a bocca aperta, specie se ti capita di scorgerlo in qualche frame video e non ricordi bene come e quando, perché hai l’età della terza elementare e 2001: Odissea nello spazio è uscito già da qualche anno e non molti ci capiscono. Sono gli anni Settanta. È proprio fantascienza? Viene più di un dubbio, perché quella forma nera non sembra scaturire dalle sinapsi di un cervello elaborante, che fa del suo immaginare un’ipotesi e dunque una previsione sul futuro; potrebbe giustificare non tanto la tesi largamente condivisa che fa di questo film un capolavoro epocale che definire fantascientifico è limitante, ma quella che vede in quest’opera di Kubrick una potenziale pietra tombale posta sul genere stesso. Il monolite sta lì, ti fa pensare. A guardarci bene dentro sembra che assorba i tuoi pensieri e più ti avvicini e più te ne scordi, perché il monolite è meschino, oltre che oscuro. Un momento prima pensavi una cosa, ti eri fatto delle opinioni anche verosimili e anzi, via via sempre più giustificate, e poi niente: tutto cancellato, come di fronte a un buco nero.

dentato_50pxIl monolite fagocita ciò che dovrebbe evocare, un pensiero complesso, un’ermeneutica. Dev’essere così anche di fronte alla morte, che a sua volta è lo specchio che più di tutti non si lascia guardare, che azzera. E quando ti allontani, rimane quel blackout cognitivo e dopo qualche passo nemmeno quello. Ecco il mistero. Cos’è? E se non sai cos’è, inizi a chiederti cosa rappresenta. Oppure, di questi tempi, cosa nasconde. Svelamento, aletheia. E se hai nove anni come fai? Puoi solo rimanere stupito e sperare di incrociarlo ancora, per venirne a capo o forse per vederlo e basta, per il mistero che evoca e la presenza che impone.

dentato_50pxPoi la cosa si deposita, solo apparentemente evasa dal tuo cervello si annida da qualche parte lanciando segnali, un suono stridente e continuo di sottofondo.   E si torna a capo. Lasciamo stare simbolica e residui di processi neurali, andiamo a vedere quale importanza può avere quest’entità silente da un altro punto di vista. Facciamo come Quine, sbarazziamoci dei dogmi dell’empirismo ed entriamo nel gioco di 2001 come se di ganci per significati esterni non ce ne fossero. Lasciamo stare anche i riferimenti al racconto di Clarke, giacché il lungometraggio di Kubrick basta senz’altro a se stesso, anche dimenticandosi completamente delle collaborazioni, delle consulenze e di tutto ciò che può averlo ispirato.

dentato_50pxChe posizione occupa l’oscuro monolite nell’economia della trama? Beh, se facciamo tabula rasa di ogni riferimento, il monolite occupa sempre la stessa casella. Circondato da scimmie, fluttuante nello spazio, nella luna, in una stanza da letto, non fa differenza. La sua presenza attrae e annichilisce ogni trama, pur fondandola. Come il postmodernismo liquida la storia, portandola ad avvitarsi su se stessa.

dentato_50pxSe il film di Kubrick fosse un’equazione, il monolite sarebbe un postulato, necessario a far tornare i conti e impenetrabile nel suo significato. Si comprende la sua indispensabilità tanto quanto se ne ignora il senso. La sua presenza impone domande esistenziali dal peso imbarazzante sulla nostra origine, la nostra identità e il nostro destino, lasciandole infine cadere, svuotandole e facendo girare la trama di 2001: Odissea nello spazio in una certa inesorabile direzione.

dentato_50pxNell’impostazione estetica e teorica di Kubrick la rotazione è ancora sinonimo di equilibrio e armonia: un universo di incastri perfetti e movimenti circolari. In quest’ordine la stonatura è del monolite, che con il suo vuoto di senso s’infila come un cuneo, un cavallo di Troia che semina dubbio e panico guadagnando il centro, in una visione del cosmo ancora pienamente newtoniana, leibniziana. Poi meriterebbe una riflessione a parte l’eleganza di quest’oggetto alto, liscio e nero. Levigato. Eleganza è parola chiave che sdogana i contenuti più vari e non di rado, in questi nostri tempi, vacui e nebulosi. Un’eleganza che potrebbe anche far pensare alle camicie brune, con un rombo sinistro a incedere. Eleganza che corrisponde alla negazione di colore, gusto ed esistenza.

dentato_50pxE non dev’essere un caso se Christopher Nolan nel suo Interstellar, debitore rispetto al film di Kubrick, attribuisce un’anima al monolite. Nolan scolpisce la lastra di marmo nero di 2001 per donargli una forma e un soffio vitale, un movimento. Il robot monolitico è una delle bizzarrie del suo film, perché non te lo spiegheresti un robot con quella forma, che per articolare dei movimenti deve scomporsi e prodursi in evoluzioni talvolta vicine alla goffaggine. Non te lo spiegheresti, se non con l’intento di dare una vita e un senso a ciò che in Kubrick rimane inerte sullo sfondo. Appena il monolite acquista movimento e caratteri umanizzanti entra nel gioco dell’esistenza, scongiurando il totemismo nichilista di 2001 e perdendosi nel racconto orchestrato da Nolan. Non a caso in Interstellar non troviamo postulati, ogni cosa deve potersi spiegare, pur osando nella giustificazione scientifica degli accadimenti, in una visione del cosmo disarmonica e saldamente einsteiniana. Forse la soluzione scelta in 2001: Odissea nello spazio non pone alcuna ipotesi sul futuro.

dentato_50pxNon possiamo escludere che Kubrick una soluzione o una teoria l’avesse, ma dev’essere stato vittima egli stesso del monolite, che ha finito per asciugare il suo pensiero riservandogli un trattamento non diverso da quello che avrebbe riservato all’ultima delle comparse del film, se solo avesse avuto l’ardire di avvicinarsi un poco. Nulla è rilasciato. Niente soluzioni e teorie, solo un’emicrania latente. Tolto questo, non rimane che cogliere un segno dei tempi sotto forma di una riflessione sul baratro che anche i viaggi interstellari aprono; ma accanto a quest’aspetto, che preso per sé non ha molto di visionario, si affaccia una forza vorticosa e abissale che con il futuro e la fantascienza ha poco a che fare. Oppure, che concepisce il futuro come azzeramento (con una ripartenza che è un baluginare sullo sfondo).

dentato_50pxE sì, brilla qualcosa di heideggeriano all’orizzonte. La tecnica prima mostrizzata e poi superata trova cittadinanza in quest’opera. All’inizio un ominide impugna un osso da una carcassa di animale, intendendolo per la prima volta come arma. Genesi della tecnica come evento, salto evolutivo non determinato dalla volontà dell’uomo, ma vissuto come destino per l’umanità intera. Un destino culminante con il potere dei cervelli artificiali alla Hal 9000. Quest’ultimo coordina ogni funzione dell’astronave diretta da Bowman in direzione Giove. Eppure, all’apice del mondo inteso come nichilismo in atto, determinato dal controllo totale esercitato dalla tecnica, la macchina inizia a incepparsi. Hal 9000 è irretito nella sua stessa demenza ancor prima che dallo scollegamento al quale Bowman è costretto, nel tentativo di liberarsi dello sclerotico cervello artificiale.

dentato_50pxIl computer troppo umano, infatti, si scompone e frana sotto il peso del suo errore, neanche fosse reduce da una seduta di psicoanalisi, sprofondando nel fanciullesco e forse un po’ nel ridicolo della filastrocca in dissolvenza. La tecnologia scade nel profondo della rimozione di matrice psy. La macchina fa il suo lavoro elaborando dati e situazioni per poi cannare clamorosamente, ficcare il naso come una suocera mezza sorda, vendicandosi infine piccata. È la macchina che anziché superare l’uomo ne assume pregi e difetti, divenendone copia scialba e persino un tantino scema. Sta all’uomo, a Bowman, comprendere la natura di questa parabola epocale. Solo Bowman potrà prendere il comando della situazione per infilarsi in un tunnel psichedelico a suon di Ligeti, verso un nuovo evento, ancora una volta destinale e indisponibile.

dentato_50pxL’ereigns coincide con lampi di immagini e accadimenti sorprendenti. Il respiro affannoso all’interno di un casco all’interno di una stanza barocca dalla pavimentazione lucente, un Bowman molto invecchiato e ancora il monolite di fronte al suo letto di morte. Infine, un bambino che si può definire celeste ci guarda consapevole. Di nuovo l’essere. E nonostante questo, calato il sipario sulla visione di 2001: Odissea nello spazio può venire il sospetto di trovarsi incastrati tra una ieraticità paraclericale e uno scherzo di cattivo gusto, nonostante la credulità fine anni Sessanta, in cosmica buona fede, giustificasse tutt’altri sentimenti. Alla fine sembra che in questo lungometraggio postmodernismo e profondismo si incontrino, generando una specie di nichilismo pop e sdoganando fumosità impensabili (nel senso di impossibili da pensare).

dentato_50pxCi si può giusto girare attorno. E chissà, forse inizia qui l’era new age delle domande destinali per squilli di flatus vocis e svuotamento di cervelli. Un po’ come quando parlò Zarathustra e pochi ne vennero a capo (e moltissimi ne furono lieti, liberati dall’eredità di ragionarci sul serio). Il dogma pop si rivela grandioso e ilare assieme, ma non nel senso di una grandiosità che eccedendo nel solenne scivola nel nonsense producendo un comico e involontario ribaltamento di significato, ma nel senso di un simbolo che nasce ambiguo e bifronte, suscitando silenzio e devozione ai più e segrete risate in altri.

dentato_50pxInfine, ci sono due piani di lettura di 2001: Odissea nello spazio, due assi. Orizzontale. Il primo asse è la trama, l’odissea di Bowman, la successione degli eventi e la loro verosimiglianza, in ultima istanza, logica. Verticale. Il secondo asse è l’universo emozionale, da psicologia junghiana del profondo, che poggia saldamente in terra allo scopo di perdersi tra gli astri. Al centro, a sorreggere e tenere assieme due assi intersecanti c’è lo stesso postulato e il postulato è il monolite, logico ed emotivo assieme. In altre parole, quando ti trovi davanti Stonehenge, o il suo simulacro in pixel via cavo, puoi ragionevolmente vedere un tentativo anche commovente di appoggiare una pietra su un’altra, per arrivare un giorno alla potenza armonica del Partenone; ma se preferisci scorgere una purezza intrinseca, nel senso di consapevole e perseguita, puoi vederci un’architettura che gli antichi vollero semplice, ancestrale e cosmica.

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