Lo strano poemetto in terzine fu pubblicato in due parti nel Natale nel 1899 e il 30 dicembre del 1900
Lo strano poemetto in terzine fu pubblicato in due parti nel Natale nel 1899 e il 30 dicembre del 1900

Il legionario del presepe di Pascoli

Circa gli avvezzi alle piccole cose sempre sorpresi da cosmiche dolenti meraviglie

Agli avvezzi alle piccole cose è dato paradossalmente di vedere invece gran segreti e così dolendosi meravigliarsene da giganti. Come chi, con le dita sui prati di carta incollata del presepe, disponga le statuette, e indugi a rimirare dove le ha messe, dubitando se le piccole vite stiano al loro posto. Quindi provi a ridisporle, ancora comparando la quiete diversa, che gli venga da un re mago accanto alla schiava voluttuosa e nera o all’elefante indifferente ai carichi, e con la proboscide allegra. E non s’appaghi, finché tutte le statuine e gli angeli rosei, l’uomo con la lanterna, la ragazza estasiata tra le oche, siano dove ci pare devono stare, e così belle lascino promanare dal cielo d’indaco l’ingenua pace del tutto universo. Giganti infantili, solo perciò convinti, resistiamo bambini, alle manie delle donne, che innervosite dalla colla e dai muschi, per pulire prima subdole, ci sabotano. E a ripensarci già ci quieteremmo. E però, pure dopo aver sistemato la mora schiava voluttuosa, mai in primo piano, un ultimo dubbio rimane: per la statuina di quello con lancia o spada armato, centurione o gladiatore, che pure lui rimira il cielo; però ha la spada in mano.

dentato_50pxFare come l’esercito ipocrita di quanti invocano la pace nelle sfilate soccorse dalle cooperative rosse, ed esiliano gli armati dal presepe? Non ci si riesce. Anche perché la statuina d’un’armatura argentea, è sovente bellissima, e inoltre guarda pure lei diritta in alto. E da quel tenere in mano la spada deriva anzi uno dei sentimenti, senza di cui non v’è presepe, come non v’è nobiltà di vita. C’è nella vita un coraggio che sorprende tutti e si muta in calma come lo sguardo della statuina armata ma calamitata in cielo. Eppure il presepe pare fatto per i pastori e appunto l’angelo di Luca 2.13-15, che è l’archetipo d’ogni presepe, parla ai pastori, non al soldato o al gladiatore. E nei Vangeli gli armati del tempio non recitano parti edificanti. Invece a pensarci i centurioni hanno parti nobili, e anzi cosmiche. Come accade a colui che chiede a Cristo di salvargli il giovane, e a Longino, che evita che al Crocifisso siano rotte, come non dovevano essere, le ossa: perciò lo fora tra le costole con la lancia. E tuttavia è pur vero con questa notte, in cui appare la moltitudine d’angeli, ovvero col presepe costoro c’entrano poco. Longino riguarda il Venerdì santo e la Pasqua.

dentato_50pxMa sia come sia la soluzione d’ogni dubbio, ancora e come sempre è in una poesia. La statuina ben armata che guarda coraggiosa il cielo è indispensabile al presepe almeno quanto i pastori spiegò infatti un uomo ch’era mite, enigmatico e dotto: Giovanni Pascoli. La prima parte di un suo strano poemetto composto in terzine fu pubblicato il 24 dicembre del 1899, sull’Illustrazione Italiana, dove poi il 30 dicembre del 1900, fu pubblicata la seconda parte. Quanto accade nella stalla umile e nera dove “geme il filo d’un vagito” è riflesso in cielo identico sopra Betlemme, come a Roma, o in Oriente dove il canto invade i cieli di nubi alte “pari a steli di giglio, e i pastori in piedi con le greggi se ne lasciano guidare. A Occidente la compassione cosmica, però infantile, si promana identica dagli   angeli e dal cielo. Ma, a Roma soltanto un gladiatore tracio morente dentro la fossa dei cadaveri la sente. E stato ferito a morte e trainato via dall’arena con un arpione di quelli che s’usano nei macelli. Rantola, il suo stato è atroce. E però, narra Pascoli, lui solo in Occidente vide quegli angeli, e morì in pace.

dentato_50pxL’evento del resto si narrava pure a Bisanzio. E nei puri regni delle immagini, come sognando noi pure potremmo vederlo costui: un tracio com’era del resto anche Spartaco, e come lui cupo e incurante delle ferite che rovinavano il suo corpo, che doveva parergli ormai solo come un precario cappotto, tutto bucato. Cammina incatenato con i piedoni ancora tinti di creta bianca, come si segnavano gli schiavi quand’erano in vendita. E non bada molto all’impresario di gladiatori che lo compra, per farlo combattere nel circo durante i Saturnali. Guarda i marmi, gli edifici immensi di Roma, e vede i centurioni con i cavallucci marini e le catenelle di argento che pendono dai loro pilum, mentre gongolano, senza qualche dito ma felici: loro sono a casa. Come sarebbe pure lui, in qualche villaggio presso l’Istro, badando alle mucche che ora rumineranno intanto sdraiate; vicine loro ai suoi figli piccoli e alla moglie, invece da lui persi e per sempre. E’ schiavo, calmo obbedisce ai gesti che lo sgherro del mercante gli indica di fare mentre lo veste, come fosse ancora un bambino. Così poi gli si lascerà un mano un gladio, mentre sta anche sul pancone dei sotterranei del circo tra gli altri e con accanto un giovane siro. Distratto osserva il suo viso, che indaga, lo riconosce familiare, ma non sa perché. Fin quando s’accorge, ha gli stessi occhi di sua madre.

dentato_50pxMa resta impassibile. E’ anche costui come lui lì per uccidere, e combatterà per farlo. Alcuni gladiatori i più abbruttiti sono eccitati dagli ultimi istanti: dalla voluttà delle matrone o dalle trombe, dagli immensi organi a acqua che rimbombano nel circo. Altri sono invece già solo compresi dal gusto di vincere o morire in piedi, che sentono vicinissimo. Escono, in vasto cerchio s’apre improvviso tutto l’anfiteatro e la confusione di urla della plebe. In piedi appena entra un esausto ma sommo, Cesare sul podio. Suonano le trombe, le porpore splendono al sole, lucenti come il sangue che comincia a scorrere, in un clamore di spade che si toccano. Al nostro seminudo tocca adesso di battersi col gladio e contro chi? Ha davanti proprio il siro giovane che gli era seduto vicino. Miriadi d’occhi, come stelle malvagie, li spiano, con urla disumane. Il siro l’incalza con colpi diritti, ai quali lui esperto però quasi non bada. E’ più robusto, e soprattutto calmo come chi è lì solo per vincere e se lo tiene lontano, gli punzecchia l’aria davanti. Vede prima che arrivi ogni colpo dell’altro. E perciò avrebbe schivato anche quello addirittura replicato, che invece lo prende. Perché s’è fermato a guardare quegli occhi, distratto dalla inerme sguardo di sua madre, quand’era bambino. Esita. Si ritrova con la pancia aperta a trattenere goffo le interiora mentre gli escono fuori. E allora l’altro, incurante e felice, gli stacca pure una spalla di netto. Cade a terra in una pozza di sangue che lo allaga. Agganciato a un raffio viene trascinato, dietro le volte. Non è più buono per lo spettacolo, neppure perché gli si regali la vita, che scorre via troppo veloce. Resta vicino alla sua arteria che sgorga sorda, tra i cadaveri. Pascoli ben spiega il tutto in un solo verso: “ed era solo, e l’uomo che col gelo lo pungea di sua cute, più lontano gli era del più lontano astro del cielo”.

dentato_50pxSecondo la versione Bizantina dell’evento, il tracio invece restò vivo, fino a notte e dunque al sorgere di quelle stesse stelle, che brillavano abitate dalle schiere d’angeli su Betlemme. Ma, come tutti sanno, gli angeli non hanno un’interiorità distinta, e solo loro, in cui specchiarsi, perciò non sono vani come gli umani. Restano eterni: assorti specchi diafani di mondi divini che li attraversano, in continuo sognare desto. Finché non sentano di doversi manifestare, e nell’atto con cui sono rivelati dalla pietà di un uomo, solo allora si rivelano a se stessi. Come appunto accadde all’angelo che nel dietro di quel circo si rivelò allo schiavo gladiatore morente, in cui era assorto, perso in innumeri mondi, fino a quel momento. L’angelo era stato tutto quanto fin all’ultimo fatto atroce era successo al trace. Ma adesso per quegli occhi riconosciuti nell’altro che l’aveva ucciso l’angelo si manifestava al gladiatore, e luceva del suo rivelarsi, l’empiva di pace e compassione. Perciò lui soltanto in tutta Roma durante quella notte azzurra vide e comprese. Come scrisse Pascoli “vegliava il Geta … Entrò l’angelo: PACE! disse. E nella infinita urbe dei forti sol quegli intese. E chiuse gli occhi in pace”.

dentato_50pxL’Oriente è il contemplare dei pastori; l’Occidente è l’agire. Soltanto il coraggio è da noi trasmutabile in amore. E per questo motivo nel presepe accanto ai pastori deve esservi un soldatino o un gladiatore, che comunque finirà male. Appunto in pura memoria di quel trace, a cui Pascoli, ch’era un enigma, com’è ogni uomo semplice, dedicò un poema in due Natali, e pensandoci, tra due secoli terribili, quindi un anno.

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  1. “E’ accaduto che in un uomo come Francesco d’Assisi fosse presente un immenso capitale di vita psichica; quello che noi abbiamo riscontrato nelle antiche popolazioni europee, sotto forma di coraggio e audacia, si era trasformato in lui in attiva forza animica e spirituale. Lo stesso impulso che negli antichi tempi, sotto forma di coraggio e audacia, aveva portato a uno spreco di energie personali, e ancora s’era manifestato in Francesco nelle sue prodigalità giovanili, ora invece lo spinge a diventare un prodigatore di forze morali. Egli traboccava di forze morali, ed effettivamente ciò che aveva in sè si riversava su tutti coloro cui rivolgeva il suo amore”
    da “Cristo e l’anima umana” R. Steiner

    Il legionario e il santo sarebbero insomma due tappe in un cammino immemorabile?
    Buon Natale dott Alvi. E grazie.

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