Quando gli Dèi, come dice Hölderlin, hanno abbandonato il mondo, hanno lasciato la loro traccia segnata nel solco delle parole
Quando gli Dèi, come dice Hölderlin, hanno abbandonato il mondo, hanno lasciato la loro traccia segnata nel solco delle parole

Deus absconditus

Il divino è il nascosto, dall’assenza il linguaggio lo trae alla presenza. Impossibilità di coniugare la dualità del Verbum nella linearità spazio- temporale della lingua. La  storia e la profezia: prolessi analitica e divinatoria della memoria. Necessità del divino di celarsi per abitare per sempre nella casa dell’uomo.

dentato_50pxIl dio nascosto avvia l’uomo alla ricerca della verità e lo mette in movimento attraverso la peripezia del Sé perduto e ritrovato nella magica iridescenza della parola. Quando gli Dèi, come dice Hölderlin, hanno abbandonato il mondo, hanno lasciato la loro traccia segnata nel solco delle parole, seguendo le quali l’uomo evoca il tempo della loro presenza e ne invoca il ritorno. La poesia è l’aurora del giorno appena passato in cui gli Dèi si annunciano con la loro presenza nella voce di un vate, che non indica ma mostra, fa apparire il mondo traendolo dall’assenza. La voce (phoné) penetrando risuona, l’uomo attraverso la parola-voce non viene annichilito dalla visione degli dèi, ma si trattiene a colloquio con la loro eco, il dio nascosto è un dio prossimo, che ha scelto di lasciare le altezze olimpiche del divino conclave e di mischiarsi agli uomini, di divenire consultabile negli antri segreti di estatiche sibille. Indi si è fatto compagno di chiunque, dopo Socrate, lo interroghi non più nelle faglie della natura, ma nei presagi della mente, ove il demone ha stabilito la propria casa di elezione.

dentato_50pxIl linguaggio ci è stato dato per mantenere l’uomo alla presenza costante del nume. Esso non è, come il raglio o il nitrito, un conatus animale di una bestia non pervenuta alla sua perfezione comunicativa, è il residuo di una perfezione perduta, ma non scaduta, l’ornato della veste degli Dèi, da cui traspare il profilo del corpo, come l’effetto del panno bagnato nella statuaria classica. La magia della parola consiste in questa sua potenza di fare apparire la cosa nella trasparenza del simbolo, la metafora estende la parola sulla cosa e ne dilata le dimensioni, la appunta a tutte quelle a cui è connessa secondo l’ordine logico e analogico della forma. Non a caso i bambini conservano questo potere di fare apparire il mondo attraverso la nominazione. Imparare a parlare significa per essi designare il perimetro della apparenza. Quello che gli adulti scambiano per apprendimento ludico è invece il castrum della loro milizia, da cui usciranno e rientreranno dalle loro sortite extraterritoriali di conquista.

dentato_50pxGli adulti non possono comprendere che quello che per essi sono solo nomi per il bambino sono cose, in essi il vallo della mente non è ancora collassato sulla differenza dei lobi cerebrali, ancora indivisi nel fanciullo e negli adulti ricostruibile solo per vie sintetiche della immaginazione. Il bambino vive nell’oceano luminoso della fantasia ove l’apparenza è l’impressione in loro della parola, che spiega il loro improvviso mutare dal pianto al riso, senza passare attraverso l’acquiescenza della memoria. Quando in noi il mondo si fissa nel calco della memoria l’uomo, come un rabdomante, si aggira alla ricerca del Dio perduto. Il presente mentre accade è assurdo, privo di senso, il passato va ricostruito attraverso una archeologia delle fonti sepolte nel palinsesto della narrazione storica, ove il passato vive attraverso la virtualità delle ombre dei protagonisti, tuttora disputanti nelle diegesi conflittuali dei posteri. La Verità è l’istantanea di un evento stampato come un dagherrotipo nella memoria dei sopravvissuti, che si ritrovano, come la moglie di Putifarre, solo le vesti del corpo di Giuseppe che aveva cercato di afferrare. Solo i poeti-vate, gli inviati degli Dèi, a consolazione della loro dipartita, potevano evocare dalla eternità, ove convivevano insieme agli dèi, il nume dei loro familiari e convocarli al banchetto apprestato dai loro Carmina. Il racconto che disterra i cavalli di Frisia del tempo diventa mito; quando, invece, esso li assegna a una cronologia della storia prammatica, secondo l’ordine del prima e del dopo, delle cause e degli effetti, la Discordia corre veloce e là dove prima si esibivano squadroni di eroi ora sfilano teorie di anonimi imbelli; nel palinsesto della storia -come in natura- “nihil nascitur nisi morte adiutum aliena”.

dentato_50pxIn tale quadro di Rorschach della storia la conoscenza è una ricerca del senso, ma in tale inquisizione il cercatore scopre che il senso di ogni fondamento è insensato, che nella fluidità del tempo non è lecito consistere in alcun fondamento, che il senso e il fine della storia è il nichilismo e a Nietzsche non resta che abbracciare un cavallo come riconoscimento della comune provenienza e destinazione. La vita si svolge solo al presente, ma il principio di indeterminazione che regola la misurazione delle particelle fisiche si applica anche alla condizione effimera della vita dell’uomo; non possiamo concepire simultaneamente l’attualità e la totalità del fenomeno nel suo apparire; mentre si manifesta, una sua parte resta nascosta; l’invisibile è il prima e il dopo della cosa, prima che appaia nell’orizzonte dell’Essere. Il grido di Faust: “fermati attimo, sei bello!” è il rammarico dell’eterno Orfeo, che non riesce a trarre dall’Ade l’amata Euridice; non si può rendere visibile il nulla, che è il lato nascosto dell’Essere, per la ontologica “contraddizion che nol consente”. Prima di Heisenberg il mito aveva già involuto nelle ambagi dei suoi enigmi la struttura duale della conoscenza della natura e della condizione mortale, il “peras“, oltre il quale non è lecito andare né per mezzo della sottile acutezza di Edipo né per l’avventura temeraria di Ulisse. Il mondo nella sua costituzione fondamentale è diviso: giorno e notte, passato e futuro si muovono sui cardini del presente, che in se stesso è la vera trascendenza. Gli Dei vivono nel presente, ma l’uomo può solo evocarli o invocarli, sporgersi sulle spalti del passato o del futuro, inseguirli nelle sue nenie nostalgiche o auspicarseli nella litania pietosa delle sue liturgie.

dentato_50pxIl passato e il futuro sono versanti divergenti di una temporalità lineare che trapassa dal presagio alla memoria, senza che resti scoperto nel transito il segreto aoristico del significato. Come avviene nei sogni, sfuma il colore delle cose e si mostra la vanità della nostalgia e delle propensioni profetiche, con cui il tempo futuro si annunzia a cavallo tra predizione e vaticinio.  Perciò le memorie sono sempre piacevoli, così come le profezie sempre commendevoli, entrambe vivono dell’attesa che gli Dèi ritornino; il sole e la luna per circuiti diversi dovranno un giorno pur affibbiarsi, pervenuti allo stesso crocicchio del tempo, allorché si separarono al principio della creazione. Nell’attesa, intanto, le orbite compiono la somma degli anni, in cielo e in terra gli anelli dell’albero della Vita ripetono il moto delle costellazioni che lo circondano, ci muoviamo in una foresta di segni non ancora divenuti simboli, di suoni non ancora articolati in parole, di colori scialbi e sfiguranti, aspettiamo una rivelazione che componga l’esterno con l’interno e dia corpo alle ombre, che il fuso dell’ore fila al tramonto. Eppure proprio nelle postille della loro lontananza si mostra la presenza degli Dèi. La loro accondiscendenza si annunzia nella volontà, mai renitente, di corrispondere al desiderio dell’uomo. S. Tommaso nell’inno eucaristico dell’”Adoro te devote” si ciba della “latens deitas, quae sub figuris vere latitat” e verso la quale si sporge come un bambino che tende le mani verso l’oggetto del suo trastullo, sicuro di possederlo oltre la distanza che vi è interposta. L’occhio del bambino vede vicino le cose lontane, è macroscopico non stereoscopico come il nostro, che misura le proporzioni delle cose e non la loro magnificenza. Fino a quando sussiste la proporzione analitica tra la parola e la cosa l’uomo trova sempre davanti a sé il sentiero interrotto del significato. Gli Dèi fuggiti non ritornano, all’uomo non resta che organizzare il sistema sintattico cibernetico per sostituire alla Parola la denominazione, a preferire alla distesa ubertosa del Verbo la patinata precisione della Convenzione.

dentato_50pxEppure l’osservazione di come si costituisce nei fanciulli il processo denotativo e comunicativo dovrebbe rendere tutti convinti che al linguaggio presiede un Nume, che Polimnia è la musa che inizia gli infanti ai misteri della parola, ogni frustolo consonantico nella lallazione fa scaturire nella mente la iridata cascata dei significati, allo stesso modo l’oscuro raggio del sole penetrando l’aerea zona terrestre illumina il mondo, in “parte più e meno altrove” secondo l’angolo della sua eclittica. Ogni linguaggio è un cielo più o meno trasparente all’azione del Logos e attraverso di esso l’uomo si mantiene simbioticamente in comunione con il suo Dio. Comunichiamo perché siamo in comunione con Dio-Verbo attraverso il linguaggio. Perciò tutte le lingue e tutti i codici usati sono canali spirituali della divinità, che soffiando nella fistola etnica di un popolo vi fa risuonare lo stesso concerto armonizzato sulle corde delle sfere, che solamente Pitagora, facendolo filtrare nella mente come il sole i suoi raggi, riuscì a metterlo in numero e a farlo risuonare sull’incudine di un fabbro. Perciò le voci bianche dei bambini sono così allettanti, come il canto degli uccelli; esse sono naturalmente in concerto, mentre le voci delle moltitudini sono naturalmente rochi latrati, se un vate non vi introduce il principio di una forma per edificare, come Anfione, le mura della sua città e proteggerla dalla tromba minacciosa dell’apocalisse. Dunque affinché Dio si mostri è necessario che la sua presenza vanisca, il tempio kenotico è il recinto della sua adorazione, nel Santuario del Sancta Sanctorum Pompeo non vi trovò che uno spazio vuoto, il deserto è la regione ove si aggira la Chekinah e Gesù stesso disse agli apostoli che conveniva loro che Egli andasse via, perché solo quando la presenza si è ritirata la divinità diventa Spirito e in quanto Spirito diffuso come Oceano su tutta la terra. Non è segno di grandezza il fatto che il Figlio rinunciasse a se stesso per bagnare come Spirito tutti i lidi della terra? Mysterium magnum! Per questo tutti quelli che sono nelle Spirito sono singolarmente, oltre ogni differenza, sempre in comunione comunicante tra loro.

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