La dinamica del pensiero e quella dello Spirito appartengono a una teoria del caos estesa dal mondo fisico a quello morale e spirituale e recante sull’uomo il peso della croce del mondo
La dinamica del pensiero e quella dello Spirito appartengono a una teoria del caos estesa dal mondo fisico a quello morale e spirituale e recante sull’uomo il peso della croce del mondo

Mysteria doloris

Per una metafisica dei cataclismi e del male cosmico

Nel grido di chi soffre sta la conoscenza segreta che si acquista solo con la moneta del dolore: “cosa abbiamo fatto di male?” si domanda addolorato il sindaco di Amatrice, o meglio lo domanda al dio che è prossimo a lui e ad ogni uomo. La domanda è per sua natura preghiera, è interlocuzione con Dio che solo nella perdita del divino si volge in quesito filosofico logicamente computabile nel soliloquio dialogico della ragione. Gli eventi, naturali o storici, non sono spiegabili completamente con l’elencazione delle cause che li determinano, a livello elementare la successione degli stati fisici procede per salti quantici e non per cause efficienti, la fisica quantistica ci ha liberati da tale superstizione astrologica del determinismo scientifico. Il salto è lo spazio di libertà in cui si inserisce il concorso perturbativo del soggetto, che opera sull’oggetto per la proiezione del proprio essere: l’uomo non crea il mondo, come ritiene l’idealismo, ma lo modella rappresentandolo inconsapevolmente a propria immagine e somiglianza, giusta l’intuizione kantiana di Schopenhauer.

dentato_50pxTra macroantropo naturale e microcosmo spirituale esiste una corrispondenza che è conosciuta da tutte le tradizioni filosofiche e religiose, come in alto così in basso è il principio con cui inizia la Tavola smeraldina e che regge la simmetria universale: non è possibile che se nell’alto dei pensieri e dei desideri degli uomini si accumula l’inquinamento venefico dei loro mali, al contempo nel basso delle cose e delle forze naturali regni l’armonia edenica. Ogni discrasia apparente tra i due piani è sempre compensata nell’ordine del tempo da una catastrofe improvvisa che riversa su pochi il male di tutti, come per quei diciotto anonimi evangelici su cui crollò la torre di Siloe. Di essi dice Gesù: “credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13, 4-5). Nel male del mondo speculiamo il nostro male politico, morale e metafisico, la natura è matrigna perché riflette le piaghe del nostro volto interiore, come lo specchio che con indifferenza riverbera i nostri difetti fisici. Diceva De Maistre che se sulla terra non ci fosse alcun male morale allora non ci sarebbe di conseguenza alcun male fisico. Per il delitto di Edipo tutti i tebani sono contaminati dalla pestilenza, come per il sacrilegio di Agamennone tutti gli Achei sono colpiti e falcidiati dal medesimo male: Apollo è l’arciere funesto la cui faretra è costantemente rifornita dai dardi delle ingiustizie mortali. Così Shakespeare nel Sogno di una notte di mezza estate ha indicato poeticamente come i mali naturali procedano dai conflitti fra le potenze cosmiche, che però siamo sempre noi in quanto le insuffliamo con l’energia dei nostri pensieri, generanti il pantheon degli dèi e delle fate che poi il mito fissa nelle maschere archetipiche dell’inconscio. Steiner infine è stato l’ultimo iniziato moderno a conoscere la verità che le catastrofi naturali hanno la loro radice prima nelle distonie della volontà e del pensiero umano, le cui onde si raccolgono nelle sfere geologiche o in quelle atmosferiche e interferiscono con le frequenze naturali fino a scatenarne l’oscillazione disarmonica manifestantesi nelle onde sismiche di terremoti e maremoti o negli scompensi dell’energetica corporea che volgono la salute di interi gruppi in malattia epidemica.

dentato_50pxTra l’infezione virale dell’organismo e la sua manifestazione sintomatica passa un tempo di incubazione imprevedibile ma definito in cui il virus compie la trasmissione della propria informazione infettiva; così vale per i virus della natura, che non sono gli uomini ma i loro peccati a loro volta trasmessi come virus spirituali dal piano metafisico e morale a quello fisico. In tal senso attribuire il male cosmico a Dio oppure al caso sono le due forme speculari della medesima superstizione. Così vale anche per il male morale altrui, dal quale non siamo mai assolutamente separati ma oscuramente congiunti per la stessa comunione metafisica di specie che fa nascere ogni neonato nel male antico di Adamo. Per tale ragione non è possibile nell’ordine naturale essere senza peccato, questo è forse anche il significato dell’ammonimento di Cristo agli accusatori dell’adultera, ovvero che anche se essi fossero stati personalmente senza peccato avrebbero comunque trovato la loro condanna nel peccato di lei, al quale ciascuno di loro ha anteriormente concorso con indeterminabile responsabilità e al quale dunque ciascuno è imperscrutabilmente congiunto.

dentato_50pxIl mondo è un sistema chiuso, in esso nulla si crea e nulla si distrugge, tutto ciò che vi accade è riflusso delle stesse forze dinamiche che eternamente lo attraversano nelle proprie cicliche trasformazioni: come nell’atmosfera l’acqua che da un luogo vapora invisibilmente in alto è la stessa che precipita altrove in basso con la forza distruttiva del diluvio, così lo smog del pensiero e delle parole che sale invisibilmente e si raccoglie nell’alto della sua pura forma energetica e spirituale è lo stesso che ricade in basso nella forma concentrata e materializzata del cataclisma o dell’epidemia. Il teorema caotico di Lorenz, per cui il battito d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas, è valido per estensione anche per gli sfarfallamenti dei nostri pensieri, che vibrano non nell’aria ma nella più sottile sostanza eterica costituente lo spazio. Il fatto che la res cogitans non sia misurabile dagli strumenti della stessa scienza cartesiana che l’ha evocata nella modernità non significa che non esista, oppure che sia solo un’increspatura bioelettrica nella rete neuronale dell’encefalo, che è l’idea di retaggio del nostro inveterato positivismo. La dinamica del pensiero e quella dello Spirito appartengono a una teoria del caos estesa dal mondo fisico a quello morale e spirituale e recante sull’uomo il peso della croce del mondo: l’uomo è il custode e il responsabile della natura in senso assai più alto e radicale di quanto il misero materialismo ecologista potrà mai immaginare. Se la natura è scossa da tanti e terribili mali non è perché non si cura dell’uomo, come suppone la poetica leopardiana, ma viceversa proprio perché all’uomo è intimamente connessa e costituisce dunque il macroantropo universale in cui tutto ciò che vi è nel piccolo è proiettato in proporzione nel grande. Uno solo è l’ordine di legge che governa sia la fisica che la metafisica, doppio è il giogo di Ananke al quale siamo sottoposti e non è possibile sortire filosoficamente da tale condizione proclamando la libertà dell’uomo, perché la libertà metafisica come quella politica non è libertà dalla legge ma libertà proprio in virtù della legge che la fonda.

dentato_50pxL’uomo non può sostenere da solo il peso della croce cosmica, per questo l’astuzia natura forgia la “social catena” cantata da Leopardi nella quale si stringono i mortali, la solidarietà essendo un surrogato ateo della carità coltivata dagli uomini non per amore spirituale di Dio o del prossimo ma per orrore universale della morte. La morte è la vera uguaglianza illuministica sotto la quale tutti gli uomini trovano la propria indifferenza reciproca e contro la quale predispongono la fraternità sociale dei morituri come moderno feticcio apotropaico per allontanarla dalle città: attorno a quest’ultime si erigono le nuove cinta murarie della tecnica per estendere ad libitum la vita mortale degli uomini e conservarla quanto più a lungo possibile nella bolla illusoria della sua immortalità virtuale. La morte è l’ultimo tabù sociale, la cultura occidentale contemporanea è tanatofila perché teme la morte più di quanto abbia mai fatto qualunque altra cultura antica o moderna, e per questo la vezzeggia, siamo la prima civiltà della storia a considerare la morte un assurdo assoluto. Ma se la morte è un assurdo allora lo è anche la vita, il nichilismo è l’apax storico di un progressivo impazzimento collettivo che concresce proporzionalmente al declino dell’organismo che uccide e trova nel cancro del corpo il suo perfetto analogo fisiologico.

dentato_50pxSottostare alla natura e patire la morte sono una medesima cosa, essa è il peso che solo le spalle di un Dio possono sostenere: Cristo ascendente al Golgota è il vero Atlante che per compensare la giustizia violata di Zeus carica su di sé la terra simboleggiata nella Croce e le si affigge per reggerla fino alla fine dei tempi. Con l’Incarnazione le arterie cosmiche occluse da Adamo sono state sturate e ricongiunte in Cristo al cuore pulsante del Padre per cui è pompata e fluisce la Vita: il Cristo è la Vita, per questo essa è  promessa in abbondanza a tutti coloro che credono in Lui e nei quali è perfusa capillarmente come Spirito dal Suo Sacro Cuore fino al vaso d’elezione che è il cuore di ogni vero credente. Ha ragione in tal senso Teilhard de Chardin a vedere nell’Incarnazione non solo un evento storico ma anche un evento cosmico che volge la biogenesi in cristogenesi. Se per l’Incarnazione l’universo è stato ricongiunto alla Vita di Dio, per la Passione è stato però affisso anche alla sua Morte: Nietzsche ha ragione, Dio è morto, era necessario che morisse affinché con Lui fosse seppellito anche il peccato, che però con Dio non è risorto. Non è possibile infatti che riceva la Vita chi prima non è morto al peccato, come dice San Paolo, ché tra Vita e Morte non c’è comunicazione ma solo abisso incolmabile: dopo la Passione e la Morte di Cristo la natura non è quindi più soltanto lo specchio differito dei nostri peccati, come il cielo notturno è lo specchio differito di stelle affievolite o già spente trasmettenti a velocità finita la traccia residua della loro luce, ma è divenuto anche lo specchio sincronizzato delle sofferenze del Deus patiens che compatisce insieme a noi.

dentato_50pxLa terra trema non perché il dio enosigeo è irato, come intendeva il paganesimo antico, ma perché il Dio crocifisso agonizza e con lui tutto l’universo, così la terra ha tremato a Gerusalemme anche subito dopo la morte di Gesù e con essa il Sole si è ottenebrato, a riprova storica del fatto che la vita dell’universo è intimamente connessa alla Vita di Dio. Se la moderna cosmologia prevede con Wheeler un universo partecipatorio di cui l’uomo non è solo conoscitore ma anche attore, che lo crea e lo ricrea costantemente per la sua perturbazione quantistica sulla funzione d’onda, tanto più questo vale per il Dio-Uomo, che dell’universo non è solo attore ma anche reggitore dal trono della Croce. Di tale sofferenza misterica e cosmica del Figlio sono testimonianza le lacrime ematiche versate periodicamente dalla Madre sul mondo. Per questo è scritto anche che “Misericordia io voglio, non sacrifici” (Mt 9, 13): il sacrificio è l’offerta di compensazione delle ingiustizie mortali per placare o prevenire la vendetta degli Dèi offesi, ma tra tutti i sacrifici solo quello di Cristo è efficace nel soddisfare la giustizia divina perché solo il Suo sangue è innocente, soltanto il sangue di un Dio infatti può placare Dio, tutto il resto è superstizione o idolatria. Dopo il Suo sacrificio, che è esteso costantemente sugli altari, all’uomo non è più chiesto di soddisfare la giustizia della divinità ma piuttosto di avere misericordia della Sua pena sacra: Pascal ha scritto che Cristo è in croce fino alla fine del mondo, avere misericordia di Dio significa dunque compatire con Lui, ovvero rinnegare il peccato che è causa delle Sue sofferenze, prendere la propria croce e seguirlo. In tal senso le manifestazioni di potenza distruttiva della natura non sono più cratofanie degli Dèi ultori ma patofanie dell’unico Dio sofferente.

dentato_50pxAd Amatrice, a Norcia e sul Gran Sasso è andata oggi in scena, come da sempre in ogni luogo visitato dalla morte e dalla sventura, la passione dei molti che al pari del Cireneo e del buon ladrone si sono ritrovati loro malgrado a cumpatire con Cristo, ovvero a condividere con Lui l’altro braccio della stessa Croce o l’altra croce posta sullo stesso altare sacrificale: la promessa di Gesù a Dismas che in quello stesso giorno sarebbe stato con Lui nel paradiso è segno che nella santa coppa di quell’ultimo sacrificio è mesciuto insieme al sangue innocente dell’Agnello anche il sangue redento del peccatore. Tutti muoiono, il modo e l’ora della morte di ognuno sono irrilevanti di fronte all’abisso, ma non tutti hanno un antidoto contro la morte: tra tutti gli antidoti inventati dall’uomo o donati dagli Dèi, solo l’elisir di vita eterna raccolto in quella coppa santa, che è il Graal ricercato dai mistici, è pienamente efficace per la salvezza integrale del sinolo antropico e soprattutto è l’unico storicamente sperimentato nel laboratorio alchemico del Sepolcro, da cui è uscito il primo Risorto certificato.

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