Nei principi guida del reporting integrato risulta ovvio dunque scoprire una rivincita del passato o meglio dell’approccio olistico organico su quello per così dire individualistico
Nei principi guida del reporting integrato risulta ovvio dunque scoprire una rivincita del passato o meglio dell’approccio olistico organico su quello per così dire individualistico

Il nesso tra teoria e bilancio integrato nelle imprese

L’impresa come organismo olistico coordinato dalla scienza contabile: le metodologie di G. Zappa e dei teorici anglosassoni

Gli scandali finanziari hanno accresciuto i dubbi già numerosi  nei confronti della rendicontazione tradizionale. Essa si era dimostrata inadeguata alla determinazione dei diversi asset intangibili, sempre più cruciali per la determinazione del valore reale dell’impresa, o per valutare i temi della sostenibilità tanto più nei processi di internazionalizzazione. Risulta ora pertanto comprensibile l’attenzione che si dedica sempre più all’idea di un bilancio integrato e diverso dai report aziendali consueti. Il suo intento consiste in una rendicontazione sia prospettica, sia  retrospettiva della creazione del valore nella quale rientrerebbe tutta la realtà aziendale, e non solo i criteri più tradizionali della razionalità aziendale, seppure completati dalle tematiche della sostenibilità. In breve più che un’integrazione del bilancio civilistico si ricercherebbe una sintesi diversa della azienda nelle sue relazioni con i consumatori e la società. Intento certo sacrosanto, ma per il quale dovrebbero evitarsi le confusioni che riguardano il Pil. La contabilità nazionale dopo la seconda guerra mondiale ha implicato il perpetuarsi di gravi difetti; ma l’intento di completarla con indici ulteriori, di benessere, ha complicato e in alcuni casi ancor più ridicolizzato la questione. L’idea dell’impresa come organismo è senza dubbio splendida e necessaria, e anzi ci si deve spingere a descrivere la realtà aziendale in un destino sociale che coinvolge non solo chi vi lavora e ne trae profitto, ma pure i più diversi shareholders. E tuttavia si cercherà in questa breve nota di ancorare questa intenzione meritoria e la sua pratica agli studi economici esistenti, così da meglio intenderla, circoscriverla e portarla a buon fine.

dentato_50pxLa tradizione anglosassone

dentato_50pxNon si tratta certamente di negare l’inadeguatezza dei criteri consueti di razionalità economica e di massimo nei bilanci d’impresa. Ma si devono radicare le novità proposte  in una tradizione di studi e di studiosi che permetta di orientarli e migliorarli. E nel farlo è inevitabile citare anzitutto Coase, il quale ormai ottantenne difese lui per primo nel ambiente accademico anglosassone l’idea di una nuova teoria dell’impresa che ne integrasse la visione nella contabilità, e che quindi distinguesse tra sistema contabile e sistema dei prezzi: “In questa società pianificata che è l’impresa, i costi non s’originano nella maggioranza dei casi dalle operazioni del mercato, ma sono calcolati e provveduti dal sistema contabile. Mentre al di fuori dell’impresa i prezzi e quindi i costi sono espliciti, per via della domanda altrui di risorse, e sono determinati da operazioni di mercato, dentro l’impresa essi sono costi espliciti esattamente per la stessa ragione, ma sono provveduti dal sistema contabile. Questo sistema prende il posto del sistema di prezzo del mercato”, scriveva appunto H. Ronald Coase in Accounting and the Problem of the Firm, Journal of Accounting and Economics., 12, 1990, pag. 7.  Forse anche più esplicito è stato in seguito Herbert Simon a pagina 37 di An Empirically Based Microeconomics, Cambridge Economic Press, 1998: “Come me pure una creatura arrivata da Marte riconoscerebbe le regioni sviluppate della terra dal loro essere coperte per lo più da imprese, e queste connesse da un network di comunicazioni e di transazioni, che noi conosciamo come mercati. Ma le imprese sarebbero assai più notevoli dei mercati talora crescendo, o restringendosi, talora dividendosi o divenendo l’un l’altra. Certamente apparirebbero come gli elementi attivi della scena. Quant’è dunque curioso, alla luce di questo predominare dell’imprese, che invece in economia noi descriviamo le imprese come delle strutture scheletriche avvolte in una rete di mercati, invece di descrivere i mercati come filature che connettono delle robuste imprese”

dentato_50pxGino Zappa e l’approccio olistico alle dottrine aziendali

dentato_50pxE’ un intento pratico, perciò adatto a raffigurare la robustezza dell’imprese quello che giustifica la dottrina recente  e accresce le ragioni di una nuova contabilità. E né Coase né tantomeno  Simon sono mossi da intenti ideologici. Piuttosto via via si è riconosciuta negli ultimi decenni l’impresa come sistema di interrelazioni specifiche, ma al contempo varie e vitali, dotate di una memoria loro, e irriducibili al mercato o meglio alla sua astrazione. E’ appunto rispetto alla concreta potenza di relazioni dell’azienda effettiva che una sua figurazione entro un punto d’equilibrio simultaneo e ridotta ai costi di mercato stona. Ma a ben vedere questo era anche l’approccio di alcuni studiosi europei, e ben prima degli anglosassoni. Era infatti l’intento dichiarato delle teorie dinamiche dell’impresa e della contabilità sviluppate da Schmalenbach  in Germania e da Zappa in Italia all’inizio del XX secolo. In anni nei quali tra l’altro non aveva ancora prevalso l’astrazione della scienza economica ed essa viveva, in alcuni suoi settori non minimi, nella traccia della scuola storica tedesca e quindi libera dagli  schemi d’equilibrio meccanici. Secondo questi studiosi italiani e tedeschi il fine del sistema contabile era rendere conto della dinamica economica dell’entità impresa, sintetizzata dai suoi risultati periodici. La permanenza dell’impresa in quanto fenomeno complesso, diremo adesso, era al centro del loro approccio. Perciò il loro metodo si basava sulla successione interna dei flussi in funzione del loro uso produttivo, e non sulla fluttuazione del valore delle risorse considerate in mercati esterni. In particolare lo Zappa sviluppò lo studio dell’impresa come comprensione della sua coordinazione economica e finanziaria di nessi ogni volta particolari. L’azienda era così definita da Gino Zappa a pagina 13 del suo Il reddito d’impresa Giuffrè Milano 1937: “Una coordinazione economica in atto, dove ogni elemento, ovvero ogni fenomeno economico trova la sua ragione d’essere, in relazione ad altri elementi e con il complesso stesso”. Ovvio che con un simile approccio la contabilità la intendesse come uno strumento organico, tale quindi da permette la coordinazione e  soprattutto la messa in compatibilità dei comportamenti individuali attraverso un assieme di regole e di convenzioni. E non è un caso se molti teorici contabili da allora abbiano evocato la nozione di sistema, sottolineando lo spirito olistico dell’approccio di Zappa in opposizione a quello individualista.

dentato_50pxUna rivincita del passato

dentato_50pxNei principi guida del reporting integrato risulta ovvio dunque scoprire una rivincita del passato o meglio dell’approccio olistico organico su quello per così dire individualistico, la cui principale misura è il denaro come insegnato da Bentham. Focus strategico e orientamento futuro; connettività delle informazioni; responsabilità verso gli stakeholders; materialità e sinteticità; affidabilità e completezza; infine coerenza e  comparabilità … sono un paniere di lodevoli intenti olistici, ossia propri di una visione organica dell’impresa in cui devono intrecciarsi esigenze varie, se non persino contraddittorie. Ma ciò detto va pure rilevato come proprio in questo intento esaustivo consti la delicatezza e la difficoltà del compito contabile. Come accordare coerenza e comparabilità con la materialità e la sinteticità o con gli interessi degli stakeholders? O ancora come accordare i criteri dei mercati azionari o delle società di rating a una sensibilità sociale davvero organica. Può l’impresa riuscirvi senza qualche nesso ulteriore con altre imprese o strutture associative? E come reagisce questo compito con le cruda necessità dei mercati e la durezza di questa crisi? E’ ovvio che il bilancio integrato in quanto è approccio organico implichi una riforma dei loro modi di agire e soprattutto di pensare. Per esempio ritornando alla tematica sottolineata da Gino Zappa, ovvero alla necessità di calcolare il valore dell’impresa non riducendolo alla simultaneità di criteri generati solo dai mercati. Ma questo ridimensionamento dei criteri di mercato a chi deve riferirsi? Questo è l’altro problema: il decisore è in ultima istanza l’azionista o si configura come un’altra entità? Scriveva Yuji Ijiri già nel 1975 in Theory of Accounting Measurement ; Studing in Accounting Research, pag. IX:  “La contabilità è un sistema concepito piuttosto per facilitare il funzionamento continuo delle relazioni contabili, … in contrasto alla idea diffusa che la contabilità sia un sistema per provvedere solo informazioni utili alle decisioni economiche… Quest’ultimo punto di vista è centrato sulla relazione contabile con il decisore e trascura quindi la relazione importante del decisore con l’entità di cui sono riportate le attività”. Verissimo, ma quest’entità resta la stessa se il bilancio viene integrato in maniera davvero organica anzi per meglio dire olistica? Ecco il tema sul quale forse una rilettura della questione gioverebbe.

dentato_50pxConclusioni

dentato_50pxIn conclusione è chiaro come i temi e gli intenti del reporting integrato non siano una novità. E potremmo anzi dire che essi abbiano trovato un’attenzione, direi già rigorosa, sia nella teoria economica anglosassone, sia nella dottrina aziendale italiana. Ma, ed è questa la seconda osservazione, non risulta ancora risolta la questione del nesso tra teoria economica e contabilità. A riguardo le tracce per avviare una ricerca se non una soluzione si trovano, ripeto nelle opere di Gino Zappa. Ma resta il problema di una teoria economica che non separi, non ghettizzi più la dottrina aziendale e contabile, anzi se ne lasci mutare. Infine, terzo e ultimo problema, resta aperta la questione dell’identità aziendale del soggetto, di limiti e ambito dell’impresa alla quale deve riferirsi l’integrazione contabile.

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  1. Al riguardo di questa interessante impostazione segnalo il testo di Sautet, Frederic E. – An entrepreneurial theory of the firm – 2000, London, Routledge

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