Aveva davanti a sé una carriera splendida negli Stati Uniti, sceglie di tornare in uno dei luoghi più violenti e pericolosi al mondo...sceglie di abbracciare ciò in cui crede
Aveva davanti a sé una carriera splendida negli Stati Uniti, sceglie di tornare in uno dei luoghi più violenti e pericolosi al mondo…sceglie di abbracciare ciò in cui crede

Un eroe di Israele

Nelle lettere di Yoni Netanyahu l’epica di una nazione a cui dovrebbe guardare anche l’Europa sotto attacco

Qualche anno fa, lessi un articolo che ricordava il blitz di Entebbe del 1976 in cui un’unità scelta dell’esercito israeliano atterrò in piena notte nell’aeroporto della città ugandese per liberare più di cento ostaggi ebrei e israeliani tenuti lì da terroristi tedeschi e palestinesi dopo il dirottamento di un volo partito da Tel Aviv e diretto a Parigi. A comandare quell’impresa epocale era un giovane tenente-colonnello, comandante di Sayeret Matkal, la più prestigiosa unità dell’esercito israeliano. Il suo nome era Yonathan Netanyahu.

dentato_50pxDurante il mio soggiorno in Israele per fare ricerca su questo libro, ho avuto modo di conoscere e parlare con entrambi i suoi fratelli: Iddo, medico e autore teatrale, e Benjamin, il primo ministro, che ha avuto la cortesia di ricevermi nella sua residenza di Gerusalemme.

dentato_50pxYonathan (Yoni) fu l’unico caduto israeliano di tutta l’operazione. In quell’articolo erano riportati anche dei brani dalle lettere che dai diciassette ai trent’anni, ovvero fino a pochi giorni prima di morire, Yoni aveva inviato ai suoi cari. Ne restai colpito per l’intensità, la durezza, la dolcezza e la profondità dell’analisi storico-politica. Ordinai il libro su Amazon (in quel momento ero a Londra e sembrava che nessuna libreria ne possedesse una copia né che fosse in grado di ordinarla).

dentato_50pxDalle lettere emergeva una sorta di romanzo epistolare di formazione di un giovane che, dopo essere stato plasmato dalla storia del proprio Paese l’avrebbe a sua volta plasmato con l’eccezionalità della sua impresa e del suo carattere. Il cammino di un individuo, del tutto consapevole di sé e delle proprie capacità, come si può notare fin dalle prime lettere, ma che vive con profondità e drammaticità prima l’essere lontano da Israele e poi il suo ruolo all’interno dell’esercito. C’è tutta la trasformazione di un giovane intellettuale in un grande combattente, che altro non voleva fare se non difendere l’esistenza del suo Stato e della sua gente. Un percorso perfetto e brutale, mai dimenticato. Visitando il cimitero militare di Gerusalemme, appoggiato su un fianco del Monte Herzl, la tomba di Yoni, una tra le tantissime tutte identiche le une alle altre, si staccava soltanto per la quantità di sassolini depositati sopra di essa, a testimonianza della quantità di persone passate di lì a dare il loro rispettoso saluto a questo giovane eroe.

dentato_50pxL’eroe, appunto. Terminato di leggere il libro fu quella la prima cosa a colpirmi. L’inequivocabilità di ciò che la sua figura rappresentava. Un eroe autentico, classico, epico. Un eroe di quelli che l’Occidente, per anni, ha tentato di dimenticare, di deridere, di rimuovere attraverso l’oscenità brechtiana “beato il Paese che non ha bisogno di eroi” e sostituendo a questa epica dell’individuo eccezionale quella dell’”eroe normale”, che poi non si capisce bene cosa significhi. Infatti c’è solo un eroe possibile, quello dietro cui un intero popolo si raccoglie, quello da cui un intero popolo trae spirito di emulazione e senso di coappartenenza, l’eroe al cui funerale ogni singola mano di un’intera nazione idealmente accompagna il corpo, quello attorno a cui si crea un rito collettivo e individuale di emulazione. Per Israele, Paese ancora umiliato dall’attacco arabo dello Yom Kippur e dalla quasi sconfitta che avrebbe significato annientamento, quell’impresa fu il momento decisivo da cui iniziare a rialzarsi.

dentato_50pxLa sconfitta, per Israele, non ha mai avuto lo stesso significato che poteva avere per qualsiasi altro Paese per cui una disfatta militare significa ridimensionamento dei confini o perdita di influenza. Per Israele, la sconfitta ha sempre coinciso con l’annientamento, per questo è sempre stato costretto a vincere, anche quando tutto sembrava perduto Israele ha sempre trovato il coraggio disperato ma lucido per sopravvivere e andare avanti.

dentato_50pxL’eroe dunque, e la sua formazione. Nelle lettere c’è il dipanarsi di questo racconto epico. Iniziano dal 1963 quando Yoni era con la famiglia negli Stati Uniti dove il padre Benzion, grande storico, direttore dell’Encyclopedia Judaica e, in precedenza, assistente per anni di Jabotinski, uno dei padri della rinnovata idea dello Stato d’Ìsraele, si trovava per fare ricerca. La prima lettera la scrive dai sobborghi di Filadelfia a un suo ex compagno di classe di Gerusalemme. Da qui, come in tutte le altre lettere del suo anno americano, si sente un costante desiderio di fare ritorno in patria. Non importa se la famiglia, a cui pure era legatissimo, si trovava lì con lui. Era alla sua terra che Yoni voleva costantemente ritornare. Ritornare per difenderne l’esistenza. E questo accadrà l’anno successivo. Nell’estate del 1964 ritorna in Israele, da solo perché la famiglia era rimasta negli Stati Uniti, per iniziare il servizio militare. Sarà il momento che cambierà tutto.

dentato_50pxDalle sue lettere non traspare mai uno spirito militarista, anzi, a volte si avverte il disagio per una vita che non sente interamente sua. Fino a pochi giorni prima della sua morte, fino alle sue ultime lettere, si troverà sempre il desiderio di questo giovanissimo colonnello, comandante di Sayeret Matkal, la più prestigiosa unità dell’elite dell’esercito israeliano, di fare ritorno alla vita civile. Perché questo è il punto. Yoni non era uno studente qualsiasi. Era stato ammesso ad Harvard e aveva ricevuto lettere d’invito da Yale e Princeton. Finito il servizio militare obbligatorio per ogni israeliano maggiorenne avrebbe potuto fare ritorno ad Harvard, dove aveva iniziato gli studi di matematica e filosofia per poi abbandonarli perché l’impulso a tornare nel suo Paese per difendere l’esistenza stessa di Israele superava ogni altra aspirazione. C’è un passaggio, in una lettera indirizzata alla sua compagna Bruria durante il periodo di Pasqua del 1975, in cui si capisce chiaramente quanto profondo sia l’attaccamento di Yoni a Israele e il suo legame con tutta l’eredità ebraica: “Ho sempre pensato che fosse la più bella tra le nostre feste. È un’antica celebrazione di libertà, migliaia di anni di libertà. Quando navigo indietro nei mari della nostra storia, percorro lunghi anni di sofferenza, di oppressione, di massacri, di ghetti, di espulsioni, di umiliazione; molti anni che, in una prospettiva storica, sembrano vuoti di ogni raggio di luce, eppure non è così. Perché il fatto che l’idea della libertà sia rimasta, che la speranza persisteva, che la fiamma della libertà continuava a bruciare attraverso l’osservanza di questa antica festa, è per me testimonianza dell’eternità della tensione verso la libertà e dell’idea di libertà in Israele. […] Il mio anelito verso il passato si mescola con il mio desiderio per te e, a causa tua, scendo nel mio passato e trovo il tempo e la voglia di ricordare per condividere la mia vita con te. E con “passato” non intendo soltanto il mio proprio passato, ma il modo in cui vedo me stesso: come una parte inseparabile, un anello della catena della nostra esistenza e dell’indipendenza di Israele.” E lui, che si sente appunto un anello della catena dell’esistenza di Israele e del popolo ebraico, ritiene che il suo dovere morale, la sua chiamata sia quella per la difesa dello Stato ebraico. Scrive Yoni: “[il nostro esercito] è l’unica cosa che si interpone tra noi e il massacro della nostra gente, come successo in passato. Il nostro Stato esiste e continuerà ad esistere finché riusciremo a difenderci. Sento che devo dare una mano”.

dentato_50pxUn giovane che avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, che poteva avere davanti a sé una carriera splendida negli Stati Uniti, sceglie di tornare in uno dei luoghi più violenti e pericolosi al mondo, sceglie di vivere la difficile e poco remunerativa vita dell’esercito, per la necessità di abbracciare ciò in cui crede. Sceglie, con tutta la forza e la radicalità che questa parola implica, la propria strada.

dentato_50pxQuando, con Liberilibri, decidemmo di tradurre le lettere di Yoni in italiano, non ci stupì affatto che nessuno ci avesse pensato prima. L’atteggiamento dei Paesi occidentali verso Israele è quello che si ha, quando va bene, verso un compagno di classe troppo agitato, uno che sembra non faccia altro che creare problemi. Altrimenti è un atteggiamento di disprezzo tout court, si guarda a Israele come a una forza di occupazione che piega sotto il suo giogo i palestinesi, o addirittura come il cancro originario che ha generato il radicalismo musulmano e la destabilizzazione del Medio Oriente di cui siamo testimoni ogni giorno.

dentato_50pxDel resto, mi sembra chiaro che il disprezzo in cui la maggior parte degli europei tiene Israele sia in parte dovuto a una buona dose di odio verso noi stessi e verso i nostri valori fondativi che sembriamo aver rimosso e che invece rappresentano la spina dorsale su cui si regge lo stato ebraico. Parlo dell’orgoglio di esistere e dell’orgoglio per la nostra storia e la nostra identità, la volontà di vivere e di progredire, la capacità di resistere, con tutti i mezzi necessari, agli attacchi di chi vuole privarci della nostra libertà e della nostra cultura. Israele, oltre ad avere tutti i canoni di un grande Paese occidentale in termini di libertà e diritti, poggia solidamente su questi valori che l’Europa ha rimosso o tende a rimuovere perché troppo impegnativi, soffocandoli dentro la rete del politicamente corretto e del solito senso di colpa verso tutto ciò che non è Occidente.

dentato_50pxLa figura di Yoni e le sue scelte esemplificano perfettamente questi valori. Una terra come l’Europa, in cui non solo i governi ma gli individui sembrano aver perso completamente di vista questi valori, appare sempre di più come un luogo privo di identità e di rispetto di sé. Appare come una terra perfetta per essere conquistata perché svuotata di qualsiasi tipo di identità propria.

dentato_50pxLa rinuncia alle scelte difficili, di cui è la politica a farsi carico, non può però certo essere imputata alla politica stessa. Viviamo in un sistema rappresentativo, tutto ciò che viene fatto è lo specchio inevitabile delle scelte, o, per meglio dire, delle non-scelte dei singoli. Libertà e tolleranza, i valori essenziali e strutturali da cui derivano tutti gli altri, non vivono di vita propria. Sono strutture fragili e, come tali, vanno difese. Non può esistere la libertà a meno che non venga difesa e quindi, la domanda da porsi diventa molto semplice e radicalmente individuale: cosa sono disposto a fare per difendermi? Quando la risposta è generica o evasiva equivale a dire non sono disposto a fare niente. E vedere altri, in questo caso Israele, che invece scelgono con drammatica determinazione ci mette con le spalle al muro, misura tutta la distanza che c’è tra ciò che dovremmo fare e ciò che non vorremmo dover fare.

dentato_50pxL’Europa contemporanea, i giovani più di tutti gli altri, dovrebbero guardare a Yoni come a una figura esemplare perché l’Europa appare sempre più simile a Israele.

dentato_50pxA Gerusalemme, Iddo, il terzo dei fratelli Netanyahu, ha avuto la gentilezza di farmi da guida. In uno di questi pomeriggi, mentre stavamo finendo il pranzo, gli è arrivata una telefonata dall’ufficio del primo ministro: avevano trovato una mezz’ora per inserire un incontro con lui. Terminati i lunghi controlli all’ingresso della residenza ufficiale, siamo entrati nel patio della villa e abbiamo atteso il suo arrivo su uno dei divani sotto i portici. Dopo poco, da una delle porte-finestre che affacciano sul patio, è comparso Benjamin Netanyahu. La cosa che più di ogni altra mi ha colpito è stata la drammaticità della sua figura, il peso che sembra portare addosso. È un uomo che, in ogni momento, è chiamato a difendere dall’annientamento un’intera nazione e un intero popolo. Un uomo che con le sue scelte può scatenare una guerra di ricaduta mondiale. Un uomo interamente cosciente di questo suo ruolo e che ne porta sulle spalle il peso. Lo si vede nella sua figura, nei suoi passi pesanti, nella voce profondissima, baritonale, nelle parole che escono con calma, precisione ma con la pesantezza di pietre. Qui si coglie la politica nel suo senso più grande e tragico. Chi gestisce il potere e decide di farsi carico fino in fondo delle conseguenze delle proprie scelte, ne porta i segni anche sul corpo. Chi fa politica nel suo significato più profondo è un demiurgo della storia e, nel momento in cui questa è in atto, non è possibile giudicarla. La condanna di ogni grande politico è che sarà giudicato solo dal futuro, probabilmente quando non ci sarà più e dopo che in vita sarà stato per lo più vilipeso spesso quanto più ha compiuto. Questa è la politica e Netanyahu ne sembra un’incarnazione perfetta.

dentato_50pxParliamo di Yoni, con lui e con Iddo. Mi raccontano della loro vita da ragazzi, delle esperienze fatte insieme e di come il fratello maggiore sia stata una figura fondamentale nella loro formazione. Yoni rappresentava un esempio per i suoi fratelli a cui lui era legato da un profondissimo affetto. Nel 1967, nel periodo in cui Yoni era brevemente ritornato a studiare ad Harvard, scrive a Benjamin che, in quel momento, diciottenne, si trovava in Israele per il servizio militare: “Molto spesso, soprattutto qui in America, mi manchi terribilmente. Anche quando ero in Israele non sentivo la mancanza di nessuno di casa quanto sentivo la tua. Penso che la ragione sia che tu sei il solo vero amico che io abbia mai avuto e che con te ho raggiunto un perfetto livello di reciproca comprensione in tutto.”

dentato_50pxSulla via del ritorno in Italia, il tassista che mi ha portato da Tel Aviv all’aeroporto era di origine georgiana, aveva circa settant’anni ed era arrivato in Israele nel 1970. Aveva combattuto nella guerra del Kippur e aveva continuato a servire nell’esercito come riservista fino a cinquantacinque anni. Gli ho chiesto come vedesse la politica israeliana e dalle sue risposte sembrava uno di quei tassisti grillini che chiamano La Zanzara: i politici sono tutti ladri, a me non piace nessun partito, a me piacevano solo i leader del passato come Begin o Rabin. A quel punto gli ho chiesto cosa ne pensasse in generale dello Stato d’Israele. Ha assunto un’aria di grande calma e mi ha risposto semplicemente che Israele era la cosa più importante della sua vita perché, ha detto, “non mi fa sentire più soltanto ebreo, mi fa sentire israeliano”. Ho pensato a lungo a questa risposta, cercando di capirne bene il significato che però, in realtà, era tutto lì davanti. Israele significa la costruzione di uno Stato, basato su una identità condivisa e su una storia, in cui tutti gli ebrei del mondo, più o meno credenti, possono trovare un’identità data dalla nuova identità statuale e territoriale che prima si disperdeva all’interno delle varie comunità locali in cui gli ebrei si mescolavano. Attraverso i confini, attraverso la costruzione di una nazione si è generata o, per meglio dire, si è definita un’identità da coltivare e da difendere.

dentato_50pxL’Europa, chiaramente, non può più essere questo. Gli Stati nazionali in Occidente stanno perdendo il loro senso. Non perché sia stato deciso da qualcuno ma perché le istituzioni sono come organismi, tendono a evolvere, a modificarsi, ad adattarsi all’ambiente circostante. La mutazione nelle tecnologie e nella percezione del mondo da parte degli individui ha naturalmente portato all’abbattimento delle frontiere tra gli Stati più avanzati e mutualmente pacifici generando, in modo spontaneo, la tensione verso un nuovo ordine. Un ordine che, però, non è ancora qui. Ed è proprio nel momento della mutazione, in quel momento di indefinitezza di identità, che si è più vulnerabili agli attacchi.

dentato_50pxL’unione europea è un oggetto indefinito e senza forma. Viene percepita, inevitabilmente, data la sua natura, come un corpaccione burocratico che aggiunge leggi, cavilli e imposizioni a quelle già fin troppo stringenti dei singoli Stati. Tornare indietro, nella comfort zone della difesa delle frontiere nazionali, è semplicemente impossibile. Non si possono resuscitare cadaveri, per quanto pensarlo ci possa far stare bene. Ciò che bisogna fare è creare una nuova identità che prima era data dai confini locali ormai irrimediabilmente disintegrati e non disintegrati soltanto a livello politico ma a livello di percezione individuale. Su cosa allora ricominciare a costruire un’identità comune? Cosa ci sarebbe da difendere, cioè attorno a cosa ci si può stringere per trovare una nuova identità e quindi una vera unione? La risposta mi sembra che possano essere i valori condivisi e la loro difesa con tutti i mezzi, la certezza di essere ancora quella parte del mondo che, come scrive Cormac McCarthy in The Road, porta il fuoco anche nella notte più buia. Per questo bisogna guardare a Israele e a figure come quelle di Yoni, che sono il massimo che la parola Occidente possa esprimere in questo momento, come a un faro da seguire. Sta scritto nella Torah “E sceglierai la vita!” ma per farlo, per compiere la scelta e per sostenere la vita è necessario accettare la possibilità del suo perenne contraltare, la morte. In una lettera del 1963 Yoni scrive: “La morte, quella è l’unica cosa che mi disturba. Non mi spaventa, accende la mia curiosità. È un puzzle che io, come molti altri, ho cercato di risolvere senza successo. Non la temo perché attribuisco poco valore a una vita senza scopo. E se dovessi sacrificare la mia vita per raggiungere il suo scopo, lo farei volentieri.”

dentato_50px“Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo” scriveva Benedetto XVI in Caritas in Veritate.

dentato_50pxNon avendo più un’identità definita, non avendo più un’identità fondante, non avendo più una verità su noi stessi su cui poggiare, si resta senza punti di riferimento. Allora si cerca una nuova base sociale nei buoni sentimenti.

dentato_50pxCi si guarda e ci si contempla dicendo: quanto siamo buoni. E quello diventa il nuovo punto di riferimento. Il nuovo sostrato su cui basare ogni nostro giudizio a cui fare sempre riferimento. La razionalità e il realismo diventano oggetti estranei e mostruosi, categorie che dovrebbero essere quelle del politico scompaiono innanzitutto dalla politica, cioè dal centro delle decisioni, che viene sommersa e dominata dalle ondate popolari di emotività e umanitarismo un tanto al chilo venduto da tutti i più importanti mezzi d’informazione. Meriterebbe un intero articolo, se non un saggio, la foto di Aylan, morto annegato mentre cercava di raggiungere la salvezza dalla guerra, che viene paragonato al bimbo del ghetto di Varsavia con le mani alzate. Perché io non riesco a capire una cosa: chi sarebbero, in questo caso, i nazisti che puntano il fucile? La risposta, implicita in ogni articolo che cita questo esempio, è però chiarissima. Siamo noi! L’osceno Occidente ricco e benestante che uccide con la propria indifferenza. Quanta tronfia solennità in queste affermazioni. Quanta cialtroneria parolaia.

dentato_50pxPochi giorni prima di leggere queste frasi del  tutto prive di senso storico, ero stato allo Yad Vashem. Se volete fare un’esperienza, per quanto rarefatta, dell’orrore che gli atti di uomini contro uomini possano generare, consiglio a tutti una visita. Mettendo piede nel museo, o nel memoriale per il milione e mezzo di bambini assassinati durante l’Olocausto, sarà possibile misurare la distanza tra la realtà e la manipolatoria falsità storica propagandata da chi ha paragonato la tremenda fine di Aylan a quella del bambino con le mani alzate del ghetto di Varsavia. Ogni immagine non rappresenta solo se stessa ma tutta una storia. E la storia che sta dietro al nazismo e l’Olocausto e quella che sta dietro all’ondata di profughi che lascia i Paesi mediorientali dove l’Occidente è stato incapace di usare la violenza necessaria a fermare i tagliagole dell’Isis, sono radicalmente diverse.

dentato_50pxE questo è il punto finale. La necessità della violenza e l’incapacità di riconoscere il male. Per questo una figura come quella di Yoni Netanyahu rappresenta tutto quello che si dovrebbe essere. Un giovane pienamente cosciente del suo ruolo, della sua drammaticità ma anche della sua assoluta necessità. L’idea che il male non si batte provando a rieducarlo, non si batte con il buon esempio, non si batte sentendo e propagandando un insensato senso di colpa, non si batte mostrandosi buoni. Il male si batte soltanto con un cosciente, per quanto drammatico, atto di violenza. Questo significa guardare in faccia la propria epoca con realismo e razionalità. Significa assumersi la responsabilità di agire su di essa e di plasmarla secondo quei valori che noi riteniamo giusti e da difendere. Per questo nulla è possibile, nulla si può fare, per questo niente cambierà finché non decideremo di smetterla di giocare con i buoni sentimenti e di tornare, con sguardo lucido e mente fredda, a pensare chi vogliamo essere. Altrimenti, come è giusto che sia, come capita a tutto ciò che smette di combattere per vivere, saremo sommersi e sostituiti.

dentato_50pxDiscorso di Shimon Peres, ministro della difesa, in onore del tenente colonnello Yonathan Netanyahu

dentato_50px6 luglio 1976

dentato_50pxL’operazione Entebbe è unica nella storia militare. Ha dimostrato che Israele è in grado di mantenere non solo frontiere difendibili ma anche una retta statura morale. Contro un picco di terrore, a cui hanno dato supporto il presidente e l’esercito dell’Uganda, a una distanza di oltre quattromila kilometri da casa, la condizione di tutto il popolo ebraico, di fatto la condizione degli uomini liberi e responsabili di tutto il mondo, venne raddrizzata.

dentato_50pxPer questa operazione era necessario assumersi un enorme rischio ma che sembrava più giustificabile dell’altro possibile rischio, quello di arrendersi a terroristi e ricattatori, il rischio che ogni sottomissione e capitolazione comportano

dentato_50pxIl momento più difficile di questa notte di eroismo fu quando arrivò l’amara notizia che una pallottola aveva strappato il giovane cuore di uno dei migliori figli di Israele, uno dei combattenti più coraggiosi di Israele, uno dei più promettenti comandanti delle nostre forze armate, il magnifico Yonathan Netanyahu.

dentato_50pxL’ho visto alcune notti prima, quando si trovava a capo dei suoi uomini da qualche parte nel Paese, tutto il suo essere teso alla preparazione di un’altra possibile battaglia. Stava in piedi lì, con la sua caratteristica calma, un naturale comandante sul campo.

dentato_50pxQuando questo grande uomo assunse il comando della sua unità, lo consideravamo già un comandante particolarmente dotato, crescendo e innalzandosi ai più alti ranghi di un’unità che lavorava instancabilmente e incessantemente per portare salvezza al suo popolo.

dentato_50pxQuali pesi non mettemmo sulle spalle di Yonathan e dei suoi commilitoni? I compiti più difficili delle forze armate israeliane, le operazioni più audaci. Missioni lontano da casa e vicino al nemico, l’oscurità della notte e la solitudine del guerriero, l’essere alle prese con ciò che è sconosciuto, gli azzardi che ricorrono in pace come in guerra.

dentato_50pxCi sono momenti in cui il destino di un intero popolo riposa su una manciata di combattenti e di volontari. Essi devono salvaguardare la rettitudine del nostro mondo in un breve spazio di tempo. In questi momenti, non hanno nessuno a cui chiedere, nessuno a cui rivolgersi. I comandanti sul luogo determinano la sorte della battaglia.

dentato_50pxLo scopo essenziale dell’Operazione Entebbe era di portare in salvo grazie alla forza di Israele, grazie a un’unità militare israeliana, i passeggeri che gli arabi e i tedeschi avevano ridotto a ostaggi ideali per il semplice fatto di essere israeliani.

dentato_50pxYoni fu il comandante della forza a cui venne affidato il compito di salvarli.

dentato_50pxNon fu scelto a caso per questa missione. Era già stato ben conosciuto come audace e implacabile liberatore. Nel documento che accompagnava la sua Medal of Herosim che gli fu conferita (dopo la guerra dello Yom Kippur), si affermava: “Quando un ufficiale anziano fu ferito a Tel Shams, il maggiore Yonathan Netanyahu, dopo che un primo tentativo era fallito, si offrì volontario per comandare la squadra di salvataggio, e lui riuscì in questa impresa. Per la sua audacia, la rapidità delle sue azioni e la tenacia nel portare a compimento la missione, è stato un modello di ispirazione per i suoi uomini.”

dentato_50pxYonathan era un comandante esemplare. Con l’audacia del suo spirito riuscì ad avere la meglio sui nemici, con la sua saggezza conquistò i cuori dei suoi commilitoni. Il pericolo non lo scoraggiava e i trionfi non gonfiavano il suo cuore. Da se stesso pretendeva molto mentre all’esercito diede l’acume del suo intelletto, la sua competenza in azione e la sua abilità nel combattimento.

dentato_50pxAll’università studiò filosofia. Nell’esercito insegnò abnegazione. Ai suoi soldati diede il suo calore umano e in battaglia instillò loro fredda capacità di giudizio.

dentato_50pxQuesto giovane uomo fu tra quelli che comandarono un’operazione impeccabile. Ma con nostro grande dolore, questa operazione comportò un sacrificio di incomparabile pena, il primo della squadra d’assalto, il primo a cadere. E per la virtù dei pochi, molti vennero salvati, e per il valore di colui che cadde, una statura piegata sotto il peso di un grande fardello, si innalzò ancora in tutta la sua altezza.

dentato_50pxE di lui, di loro, potremmo dire con le parole di David:

 

dentato_50px“Erano più veloci delle aquile,

dentato_50pxpiù forti dei leoni…

dentato_50pxO Yonathan, tu fosti ucciso sulle tue colline.

dentato_50pxSono sconvolto per te, fratello Yonathan…

dentato_50pxMolto generoso sei stato con me,

dentato_50pxil tuo amore per me fu splendido…”

 

dentato_50pxLa distanza nello spazio tra Entebbe e Gerusalemme, all’improvviso, ha accorciato la distanza nel tempo tra Yonathan figlio di Saul e Yonathan figlio di Benzion. Lo stesso eroismo nell’uomo. Lo stesso lamento nel cuore del popolo.

 

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  1. Lucida analisi, fa comprendere che nessuno Stato può restare sicuro se non sono esplicite le ragioni per cui un cittadino debba difenderlo ed essere disposto a morire per esso. Quando la nazione coincideva con lo spirito della terra nativa era possibile richiamare a raccolta i cittadini al suono di una tromba o di una squilla, ma ora che il perimetro della cittá non è definito più dalle pietre miliari del territorio, ma dalla inclusione nei confini finanziari del reggimento universale, si può morire solo perchè Dio lo vuole, quindi non si può morire che per Israele o per l’islam, entrambe formazioni politiche militarmente e comunitariamente dinamiche; dei cristiani non parlo, non sono disposti a morire per il popolo, quando la storia lo chiede vengono a patti col nemico, la caritá anche verso il nemico, che non esclude la forza contro di essi, diventa solidarietá con lo stesso, cioè accondiscendenza politica, resa. Non aveva Pietro rinnegato il Maestro quando era stato scoperto come suo discepolo? Tra Giuda e Pietro il passo è breve.

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