"Non abbiamo altro modo di percepire la Verità se non come Bellezza, che come un pomo maturo si assaggia, non si dimostra"
“Non abbiamo altro modo di percepire la Verità se non come Bellezza, che come un pomo maturo si assaggia, non si dimostra”

La prova del nove della scienza

La scienza trova compimento, oltre il proprio limite essenziale, soltanto nello specchio di una Rivelazione

Teoria e prassi della scienza. Estetica dell’inventio e dispositio del discorso nel tribunale della verità. La fede e la ragione: specularità della conoscenza integrale.

 

dentato_50pxNella applaudita lezione di Feynman sulla natura delle scoperte scientifiche si riconosce che la metafora è l’incipit di ogni teoria che deve essere verificata dall’esperienza. Se l’esperienza conferma il dettato del calcolo il fenomeno diventa riproducibile e come tale la teoria è vera (right), se l’esperienza contraddice la previsione del calcolo, per quanto brillante sia la metafora ipotetica della teoria e nobile il suo inventore quella teoria è falsa (wrong).

dentato_50pxIl pragmatismo scientifico pur ammettendo che la fisica è una sezione della metafisica estetica è disposta a divorziare dalla sua matrice per il fatto che non rientra nel dominio economico della esperienza e -come vuole ogni positivismo logico o pratico- di quello di cui non si può parlare bisogna tacere. Il silenzio sulle ragioni prime o ultime delle cose è reso necessario dalla impossibilità di misurare il mondo rimanendo all’interno di esso, il problema logico-matematico in cui si trova coinvolta la ricerca dell’uomo contemporaneo è quello della misura; il teorema di incompletezza di Gödel è il labirinto in cui il Minotauro  è rinchiuso senza che si possa immaginare un liberatore, che come Teseo ritrovi l’uscita per liberare la città della scienza dal tributo che ogni anno si deve presentare al mostro dell’ignoranza.

dentato_50pxAbbiamo scoperto che la vocazione dell’uomo alla conoscenza è un conatus destinato a perdersi, come un frangente sugli scogli dell’ “ignoramus et ignorabimus”, perché ogni tentativo di sortirne è destinato al naufragio analitico del calcolo. Nemmeno Minerva, che è nata completamente armata dalla testa di Giove riuscirebbe a resistere all’analisi di Gödel e al suo teorema di incompletezza, il problema del nichilismo, come assenza di ogni fondamento, è il clima non solo  filosofico ma epistemologico della cultura contemporanea, la quale fa proprio l’ammonimento dantesco: “state quiete umana gente al quia/ che se potuto aveste intender pria/ mestier non era parturir Maria”.

dentato_50pxSenza rivelazione non sussiste conoscenza: è questo l’approdo a cui si giunge non solo seguendo i matematici e i fisici moderni, fu il limite anche di Platone e di Aristotele e di molti altri, che giunsero prima dei nostri campioni a quelle conclusioni e aspettarono la prova della loro filosofia non dal calcolo ma dalla fede alla cui soglia, come tutti i profeti, furono costretti a fermarsi e a sospirare. La differenza tra quegli atleti del pensiero antico e i nostri centauri della scienza sta tutta nella posizione epistemica di costoro, giunti alla conclusione che ciò che non rientra nel calcolo e non si adatta alla esperienza è falso (wrong); per quanto bella sia la teoria e autorevole il suo sostenitore Afrodite cede a Ermes, il dio che traduce in linguaggio ogni messaggio che proviene dal signore dell’Olimpo. Il punto di partenza di Feynman, quindi, è quello di chi crede che se l’ipotesi (che è una intuizione estetica del mondo) non corrisponde al calcolo allora bisogna abbandonare l’ipotesi perché è falsa (wrong), mentre se ipotesi e tesi del teorema corrispondono ai risultati dell’esperienza la teoria è -pro tempore- vera (right), fino a  prova contraria. Viceversa accade -diciamo- per l’estetica della teoria, la quale ha in sé la completezza della sua esistenza e può essere falsificata solo allorquando si mette nel tornio del calcolo.

dentato_50pxAllora si para davanti la sfinge di Zenone e di Gödel, il nodo di Gordio della incompletezza da tagliare con la decisione della fede nella Verità della cosa e non nella sua certezza. Perciò ove la bellezza della teoria non corrisponde al calcolo bisogna aspettare che il calcolo sia divenuto uno strumento sufficiente, ferma restando che l’estetica  della teoria sia depositata nella teca della storia letteraria in attesa che un argonauta della scienza ne mostri il lucido vello di Verità. Non la teoria, dunque, deve essere abbandonata, ma il calcolo, che è incompleto. La verità si presenta da principio in tutta la sua interezza, lo strumento del calcolo può non essere sufficientemente affilato per giungere all’altezza della verità intuitivamente divinata o divinamente rivelata. Come è sempre storicamente avvenuto, allorquando il matematico non dispone del “principio onde elli indige” è costretto a postularlo nella serie dei numeri o degli elementi. L’equazione di Schrödinger e la tavola di Mendeleev sono vere perché belle, se si è costretti ad ammettere che Dio gioca a dadi o che alcuni spazi nella serie degli elementi risultano vacanti ciò non toglie che la teoria sia completa, come a un dipinto scrostato la mancanza del pigmento o la stranezza della geometria delle forme non toglie che la concezione sia perfetta, sta lì in deposito finché la cultura non abbia raggiunto il livello di maturità concettuale per comprendere quello che esteticamente è anticipato dall’arte. Molti linguaggi dell’arte ci sono estranei o perché abbiamo perduto le referenze concettuali in cui erano espresse o perché non le abbiamo ancora acquisite. Della scienza del numero antica abbiamo perduto il significato simbolico che vi era connesso e abbiamo ritenuto solo quello matematico, così come della geometria antica abbiamo conservato solo quella del senso comune e siamo incapaci di comprendere gli spazi pluridimensionali in  cui l’arte di Kandinskji introduce, incapaci come siamo di percepire lo spazio come una dimensione infinita del mondo. G. Bruno è stato condannato per aver ammesso l’infinità dei mondi, se avesse ammesso l’infinità geometrica del mondo non sarebbe stato un eretico, ma un profeta della scienza moderna, dal momento che la pluralità dei mondi non cade sotto l’esperienza mentre l’infinita dimensione degli spazi del mondo è una postulazione accolta dalla moderna geometria. Essa non è distonica con la dichiarazione del Cristo che nella casa del Padre ci sono molti posti, infiniti posti, tanti per quante sono le dimensioni spirituali del mondo.

dentato_50pxOgni dimensione spirituale è anche una locazione sostanziale; l’uomo -quindi- non occupa uno spazio, ma crea spazi. Nel mondo ci sono tanti spazi per quanti luoghi si creano intorno a noi. Una verità esteticamente concepita, come quella del linguaggio matematico con cui -per Galileo- Dio disegnava il suo volto nella natura, se avesse avuto un tribunale fornito di tutti gli strumenti teologici idonei a commisurare la verità estetica con il suo riscontro di calcolo (che allora era la scienza biblica) l’umanità avrebbe saltato i secoli bui della scienza moderna. Allora la teologia non possedeva il linguaggio idoneo per ammettere quello che col tempo è stata costretta ad ammettere, col rischio di abbandonare la scienza sacra alla detrazione della superstizione.

dentato_50pxPer non aver saputo rifare il calcoli si sono comportati come vuole Feynman: quello che non corrisponde al calcolo è falso (wrong).  Per la teoria scientifica la congruità con il fenomeno rende conto della correttezza della teoria, mentre per la teologia basta solo il diktat di una autorità soprannaturale a vanificare la verità della scienza e può sottrarsi al riscontro di qualsiasi cannocchiale.  E’ accaduto che nel secolo di Galileo la teologia protestante slegandosi dal controllo  teologico della Chiesa romana ha dinamizzato il linguaggio della scienza. Nelle università protestanti non è avvenuto il divorzio tra scienza sacra e scienza profana, i progressi della scienza si sono verificati in quell’area, perché la Bibbia affidata alla lettura personale del credente genera tre filoni di derivazione culturale: il settarismo della lettera frammentata in mille rivoli della interpretazione estemporanea delle Scritture, il secolarismo della fenomenologia dello Spirito inteso come soggetto storico, l’ambiguità della scienza moderna non ancora inquinata come quella della gnosi americana, in cui il divorzio tra scienza e fede viene oggettivamente complesso. Nessuna epoca, più che questa, si presta alla inclusione della scienza nella fede per una nuova sintesi delle scienze e delle arti come auspicato da Benedetto XVI. Forse proprio in ragione della sua ascendenza teutonica il dimissionario ha condotto il suo pontificato inteso sulla ricongiunzione occidentale tra i due filoni della scienza classica: fides et ratio.

dentato_50pxMa i tempi non sono maturi ancora per un ritorno della scienza nelle braccia della fede, da parte dell’una si continua a brancolare nel labirinto delle ipotesi, l’altra è divenuta una riserva per accoliti misticheggianti politicamente utilizzabili, la ortodossia come l’ortoprassi sono i risvolti esoterici ed essoterici di una stessa valutazione economica della scienza, propugnacolo di una accademia o di una assemblea popolare, sempre a sfregio della Verità, che in sé è inspiegabile come la Bellezza. Ogni volta che appare di essa non si può parlare (cioè spiegare) ma bisogna tacere: “Tu sei il più bello dei figli dell’uomo -dice il salmo- sulle tue labbra è diffusa la grazia”, non abbiamo altro modo di percepire la Verità se non come Bellezza, che come un pomo maturo si assaggia, non si dimostra, la prova della scienza è un assaggio della verità della stessa: Sapienza.  Come avviene per ogni mercante nel foro che non spiega i suoi prodotti ma li fa assaggiare, così si prova la bontà di un cibo, ché esso nutre e non avvelena, il resto è cianfrusaglia di banditori dell’ovvio e del banale.

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