"Spiritales vero divitias nullus tibi praeter te conferre poterit"
“Spiritales vero divitias nullus tibi praeter te conferre poterit”

Pelagio e Pico della Mirandola, ovvero dell’autentica Riforma

L’eccellenza dell’uomo e la sua dignita’ consistono nell’essere artefice del proprio destino

Mentre si innaffiano i 500 anni della Riforma con Luther Bier (Birra Lutero: chi non ci crede veda http://lutherbier.de/index_1.html), e la Evangelische Kirche in Hessen und Nassau (Chiesa Evangelica di Assia-Nassau) ha inviato ai fedeli centinaia di migliaia di sottobicchieri (ovviamente in orizzonte birresco) con edificanti motti destinati a liofilizzare il contenuto della Bibbia (http://www.ekhn.de/aktuell/detailmagazin/news/die-ganze-bibel-auf-einem-einzigen-bierdeckel.html), è avvolto in uno spesso velo di silenzio l’anniversario “tondo” di un evento che, a guardar bene, ha influenzato la storia del Cristianesimo molto più della Riforma. Davvero non esagero riguardo a siffatta influenza, perché la teologia di Lutero, e, di conseguenza, in generale quella riformata, è caratterizzata da accenti che tali non sarebbero stati senza quell’evento. Mi riferisco, infatti, alla prima condanna papale emanata contro Pelagio nel 417, ossia 1600 anni fa, da parte di Innocenzo I. Questa condanna assegna, infatti, la prima chiara grande vittoria alla posizione di Agostino riguardo a grazia e libertà, aprendo la via per la scomunica di Pelagio da parte di Zosimo nel 418, e per la sua condanna come eretico da parte del Concilio di Efeso (431).

dentato_50pxVince, così, una proposta teologica, quella agostiniana, secondo la quale la grazia donata dalla incarnazione, morte e resurrezione del Cristo non implica una redenzione della natura umana in sé: l’azione salvifica del Cristo non dona, dunque, ad ogni individuo la possibilità di decidere a partire da se stesso l’orientamento divino o antidivino del proprio destino, ma tale possibilità resta nelle mani di Dio, che la elargisce ai singoli eletti a partire da una volontà imperscrutabile. Nell’orizzonte agostiniano la natura umana resta, quindi, nonostante Cristo, in sé radicalmente corrotta dal peccato originale. A questa antropologia negativa si oppone l’antropologia positiva di Pelagio: in continuità con precedenti elaborazioni della teologia cristiana, che in importanti correnti del Cristianesimo resteranno maggioritarie, a partire dalla grazia di Cristo Pelagio afferma la naturale inclinazione al bene della natura umana e, quindi, la possibilità per ogni individuo di trovare in sé la radice della libera opzione per il bene. In questo orizzonte la grazia di Cristo non è, allora, decisione predeterminante da parte di un’istanza divina, ma radice di concreta libertà per ogni persona.

dentato_50pxPelagio, asceta venuto a Roma dal Nord celtico (Irlanda o Britannia, non è dato sapere con certezza), nutre una fiducia incondizionata nella libera volontà di cui, in quanto soggetto non solo psichico, ma anche spirituale, l’essere umano è dotato. Fiducia che luminosa traspare nella Lettera a Demetriade. Qui, nel Cap. 10, Pelagio carattetizza le cose autenticamente buone come quelle che senza la nostra volontà non possono essere né trovate né perdute: ista sola enim bona sunt, quae sine voluntate nec invenimus aliquando nec perdimus. Poche righe dopo, nel Cap. 11, qualifica le ricchezze dello Spirito come quelle che nessuno, tranne te stesso/a, ti potrà donare: spiritales vero divitias nullus tibi praeter te conferre poterit. Ricchezze, queste, che non possono essere in te se non a partire da te: quae nisi ex te in te esse non possunt. E proprio questa capacità di attingere il bene, ossia le ricchezze dello Spirito, a partire da se stesso, è sostanza della particolare dignitas, della dignità eccelsa che caratterizza l’essere umano, dell’onore che gli è dovuto. Dignità e onore che non avrebbe se fosse costretto nella necessità di un bene immutabile, ossia se non avesse la possibilità di scegliere radicalmente l’orientamento del proprio destino verso il bene o verso il male (Capp. 2-3). L’uomo è, insomma, creatura eccelsa perché può essere ciò che vuole: esse, quod velit (Cap. 3), vale a dire soggetto non costretto dalla inclinazione della sua natura al bene, ma libero e meritevole proprio perché la sua volontà è libera anche di orientarsi, a partire da se stessa, contro quella inclinazione. Non solo il riorientamento della natura umana verso il bene è, dunque, nell’orizzonte di Pelagio, frutto della grazia di Cristo, ma anche l’autentica volontarietà del bene: la possibilità che l’incontro fra volontà di Dio e volontà umana non sia un automatismo, ma abbia la propria prima radice nella libertà dell’essere umano.

dentato_50pxLa sconfitta di Pelagio è sconfitta dell’incondizionata fiducia nella libertà dell’uomo: nel fatto che ogni individuo incarnato in forma umana si essenzi nello Spirito, ovvero nella Luce e Presenza dell’Io. Il Cristianesimo occidentale istituzionalizzerà l’esito di questa sconfitta, canonizzando la dottrina agostiniana della grazia. Il Cristianesimo greco, e poi quello slavo, nonostante la decisione del Concilio di Efeso, di fatto ignoreranno la teologia agostiniana, rimanendo, in continuità con la spiritualità greca, rappresentanti di un’antropologia positiva: antropologia che, come mostrano gli innumeri trattati bizantini di prassi iniziatica, pone nelle mani dell’individuo la prima radice della divinizzazione, della cristificazione. In Occidente l’agostinismo non riesce, però, a fagocitare del tutto la forza di un’antropologia positiva, e la fiducia nella radicale libertà, donata ad ogni individuo dalla grazia di Cristo, resterà viva per molte fi gure centrali nella storia del Cristianesimo occidentale. Nell’Umanesimo italiano – per troppo tempo interpretato tendenziosamente come movimento prima di tutto “civile” – questa fiducia sboccerà nel modo più luminoso e produttivo, attingendo il proprio apice nel più geniale degli umanisti: in Giovanni Pico della Mirandola, conte di Concordia.

dentato_50pxPur grande ammiratore di Agostino, Giovanni Pico afferma un’antropologia in tutto e per tutto pelagiana. Del resto, quanto rimasto di Pelagio, compresa la Lettera a Demetriade, circolava, per ironia della sorte – o astuzia di qualche “amico” di Pelagio? –, sotto il nome di Agostino o di Gerolamo, fervidi avversari dell’asceta nordico; dunque non si può escludere che Giovanni Pico, avido lettore di testi patristici, sia stato direttamente ispirato anche dalla teologia di Pelagio! Questa ispirazione, anche se non riconducibile alla lettera di una fonte, comunque traspare nel testo più celebre di Giovanni: nella celeberrima Oratio de hominis dignitate, che avrebbe dovuto precedere la discussione pubblica, a Roma, delle 900 tesi da lui proposte nel 1486 come orientamento verso un ideale di Cristianesimo rinnovato, ossia fecondamente armonico con ogni autentica tradizione spirituale. In quell’orazione, infatti, l’uomo è caratterizzato come essere non generato a partire da un archetipo che lo predetermina: il divino Artefice plasma l’uomo come essere dalla collocazione non predefinita, ma capace di determinare la propria natura secondo la propria volontà, ossia di orientarla, a partire da se stesso, o verso la bestialità o verso la divinità. L’eccellenza dell’uomo risiede dunque nel poter essere libero e autonomo artefice del proprio destino: il destino non è predeterminato, né per i singoli né per l’umanità intera, dalla volontà di Dio.

dentato_50pxGiovanni di Concordia non potrà assistere alla discussione delle 900 tesi, né potrà mai pronunciare l’oratio che le doveva accompagnare: verrà, infatti, condannato e scomunicato, e dalla scomunica sarà liberato, da Alessandro VI, non molto prima di morire.

dentato_50pxGiovanni di Concordia muore, probabilmente avvelenato, il 17 novembre 1494. Era nato nel giorno del calendario in cui – senza averlo “programmato” – sto scrivendo queste parole: il 24 Febbraio (del 1463). E proprio oggi, 24 Febbraio, mi è venuto così tanto da pensare a quelle altre tesi che, 23 anni dopo la morte di quel Giovanni, un tal monaco Martino appese, embrione della Riforma che oggi tanto birrofluvialmente si celebra. Le tesi di Giovanni sono pubblicate 23 anni dopo la nascita di Giovanni, quelle di Martino appese 23 anni dopo la morte di Giovanni: curiose simmetrie di destini…

dentato_50pxNel 1486 Roma perde l’imperdibile occasione di prendere sul serio Giovanni, colui che reca Grazia nel nome e nella stirpe Concordia: sarà, dunque, pochi decenni dopo, costretta a sopportar Martino, colui che nel nome reca Marte. Oggi, genetliaco di Giovanni di Concordia, voglio osar scrivere che quella di Giovanni sarebbe stata l’autentica Riforma: nella Luce demiurgica della Spirito, dell’Io. Riforma che avrebbe manifestato nell’Italia quell’Asse spirituale Nord-Sud che Pelagio forse aveva percepito come stimolo a muoversi verso Roma. Asse che certamente avevano percepito i monaci cristiani d’Egitto la cui presenza è attestata nell’antica Irlanda. Asse che è simbolo della solare e generativa verticalità essenziante l’autentica natura dell’Io: essenziante l’esperienza dell’Ach – Spirito sostanziato di Luce, radice dell’uomo autenticamente rinnovato – nell’antica iniziazione egizia, dell’Ich nel Rosicrucianesimo del Nord. L’italico Io ha voluto e ancora vorrebbe farsi centro fecondamente mediatore in questo Asse: Giovanni di Concordia è vivente simbolo di questo volere. Nulla a che fare, dunque, con le ispirazioni e aspirazioni di certi “patrioti” recentemente pellegrini nella Silicon Valley. Ché non dal silicio, ma dal diamante il futuro si deve partorire.

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  1. Vi e` una percezione diffusa che la visione del grande italiano, Pico della Mirandola, non sia stata colta nella sua vera essenza liberatrice ed anzi sia stata utilizzata, in modo subdolo, per “coprire” quelle correnti psichiche che alimentano l’ auto-rappresentazione individualistico-narcisistica dell’io posta a fondamento del mondo moderno; di tale visione, la grande opera di Giovanni di Concordia e`, in verita`, mortal nemica. In questo senso l’opera cristianissima di Henri De Lubac ” Pico Della Mirandola. L’alba incompiuta del rinascimento ” e` il segno di una tardiva ed inquieta operazione per cercar di rimediare, malamente a mio avviso, al doppio errore, ossia il non aver percorso la via indicata da Giovanni e, quindi, aver lasciato che altri ne utilizzassero, per fini non cristiani, la notevole potenza residuale. Riaccendere i fuochi della Tradizione Italica lungo l’asse Sud-Nord puo` esser una speranza, una via per riattivare quell’anima federiciana che e` una, forse l’unica base possibile per far convivere in una luce di verita` latini e tedeschi. I pellegrinaggi recenti sono il segno di una sudditanza estrema cieca e neppure richiesta cui e` necessario porre forti rimedi, prima che il Sud sia strangolato completamente e su di esso rimanga a svolazzare solitario, un’arcigno spettro gracchiante di nome “Euro-Zona”…

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