Tripartizione e Europa

Un’Europa nei documenti e un’altra mai giunta

Ragionare attorno ad una riforma federalista e tripartita dell’Unione Europea, istituita all’insegna di Trattati irreversibili e tetragone burocrazie, può sembrare esercizio folle, specie in un momento storico come quello attuale segnato dalla contrapposizione presuntamente inaggirabile tra sovranisti ed eurofederalisti. Eppure oltre le vacue parole di politici aspiranti ad una improrogabile eppure sempre rimandata riforma della UE, agli albori del processo di unificazione nella prima riunione dell’Unione dei Federalisti Europei a Hertenstein nel 1946, si affermavano protagonisti e progetti che, ancorché dimenticati, conservano intatto tutto il loro interesse. Furono i francesi riuniti attorno alla rivista Ordre Nouveau diretta da Alexandre Marc ad elaborare e diffondere le idee per una rivoluzione contro il disordine stabilito. Idee che furono concepite per una Francia in crisi da degenerescenza della democrazia parlamentare e sotto lo scacco dei totalitarismi, giacciono sotto le ceneri degli altari accesi a De Gasperi, Schuman Adenauer e i ventoteniani Rossi e Spinelli.

dentato_50pxEppure dimentichi di altre origini ben più indovinate, figli e nipoti di quei Padri d’Europa hanno perseverato per le infelici strade che ci hanno condotto ai disastri dell’Euro. Giunti a ciò per voler perseguire quel modello di federalismo hamiltoniano enfatizzante il ruolo delle istituzioni e le relazioni di potenza statuali, essi hanno del tutto statizzato le burocrazie bruxellesi. Le esigenze della storia imponevano invece l’inverarsi di un federalismo integrale, in grado di produrre il rifacimento degli stati accentratori in libere e piccole comunità, però unite sotto il segno delle nazioni artefici della storia europea, così mettendo in forma gli avvertimenti profetici di Proudhon per il quale «le 20ème siècle ouvrira l’ère des fédérations ou l’humanité recommencera un purgatoire de mille ans».

dentato_50pxNell’immediato dopoguerra si preferì procedere spediti, mal consigliati dai federalismi anglosassoni del XIX secolo di Churchill o da quelli di derivazione marxista di Spinelli e Rossi, invece di assecondare quei processi di tribalizzazione provocati dalla cultura elettronica che già agli inizi del XX secolo stavano modificando il volto delle nostre società. Tribalismi che senza il tocco della Grazia e perciò mal accordati con le culture nazionali, trasformano gli Stati e le loro ben poco razionali Ragioni, in bande di criminali pronte a spartirsi patrimoni pubblici, come le recente esperienza postsovietica russa ed italiana dimostrano.

dentato_50pxD’altro canto è vero che le nostre Repubbliche moderne le abbiamo volute unite e indivisibili, ma non con l’obbligo di ripetere l’errore accentratore e razionalista che scatenò le “Rivolte federaliste” dei girondini dalle quali Alexandre Marc trasse ispirazione, così come da Proudhon e Péguy. E chissà quali altri autori incrociati da questa figura di ebreo russo convertito al cattolicesimo, nelle frenetiche traversate fra la Crimea e la Francia, passando per le Università di Jena e Friburgo, avranno suggerito quale motto della rivista Ordre Nouveau, quel «Spirituel d’abord, économique ensuite, politique à leur service» col quale i non conformisti volevano distinguersi sia dal politicismo destrorso di Maurras che dagli economicismi marxisti. Certamente lo studente di filosofia Marc conosceva Vladimir Soloviev e chissà, forse anche Rudolf Steiner, entrambi proclamanti un rinnovamento del continente europeo che distinguesse rigorosamente l’ordine spirituale, quello politico e quello economico. Il filosofo russo faceva derivare dalla Volontà quale principio immediato della vita sociale avente per oggetto il bene oggettivo, la distinzione delle tre forme fondamentali di società: la società economica, quella politica e quella società sacrale che coincide con la Chiesa universale. E scriveva nei Principi filosofici del sapere integrale «É evidente che il primo grado (la società economica ) ha un significato soprattutto materiale, il secondo (la società politica ) ha un carattere soprattutto formale, il terzo (la società spirituale ) deve avere un significato totale-integrale o assoluto; il primo è il fondamento esterno, il secondo il mezzo, solo il terzo il fine. Prima di tutto l’uomo deve vivere e per questo è necessario il lavoro materiale economico che assicura il suo sostentamento; ma l’uomo sa che i frutti di questo lavoro non sono in sé il bene della sua volontà essenziale e che i rapporti con gli altri uomini intesi solo ad acquistare beni materiali e costituenti la società economica non sono in sé morali; per essere tali devono avere la forma della giustizia o legge, che viene stabilita dalla società politica o stato. Ma è evidente che il bene completo dell’uomo non dipende dalla forma dei suoi rapporti con gli altri, perché anche un’attività legale e ragionevole dell’uomo evidentemente viene determinata da principi che stanno al di là del mondo naturale e umano e solo la società che si basa immediatamente sul rapporto con questi principi trascendenti può avere come compito immediato il bene dell’uomo nella sua totalità e assolutezza. Tale deve essere la società spirituale o chiesa». Solo quest’ultima rappresenta il summum bonum, rispetto al quale i beni materiali conseguiti col lavoro organizzato dalla società economica e i beni formali conseguiti con l’organizzazione dei lavoratori nella società politica rappresentano dei mezzi che, a dispetto dei processi accentratori della modernità giuridica europea, vanno adeguatamente distinti. Della Rivoluzione francese che da Soloviev era stata criticata per la subordinazione della natura dell’Uomo alla natura di nuovo conio del Cittadino, muovendo perciò da un fondamento artificiale dagli inevitabili esiti nichilistici, si possono tuttavia salvare le parole d’ordine di libertà, eguaglianza e fraternità, ma solo in quanto espressioni formali di quel Grand-Être Suprême intuito da Comte nei suoi caratteri femminili e sofianici; aspetti che ipostatizzano la divinità nella materia e a maggior ragione nella natura umana, solo per via di quel processo di sintesi unitotale prodotto nel Principio. Dove l’identità e la differenza coesistono originariamente si possono realizzare effettivamente le istanze di libertà, eguaglianza e fraternità.

dentato_50pxMuovendo da una analoga logica dicotomica, nella steineriana triarticolazione il motto rivoluzionario si declina prioritariamente per un collegamento univoco e identitario di ognuna delle tre parole con la rispettiva società.  Nei Punti essenziali della questione sociale si mostra infatti che: «Queste tre parti non si devono riunire e accentrare in un astratto e teorico parlamento o in altra unità consimile. Devono essere una realtà vivente. Ciascuna di esse deve essere accentrata in sé. Soltanto dalla loro azione parallela e comune potrà poi risultare l’unità dell’organismo sociale complessivo. Nella vita reale concorre a formare l’unità appunto ciò che apparentemente si contraddice. Perciò si arriverà ad una comprensione della vita dell’organismo sociale, quando si sarà in grado di vedere quale debba essere, conformemente alla realtà, la struttura di questo organismo sociale, in rapporto a fratellanza, uguaglianza e libertà. Si riconoscerà allora che la cooperazione degli uomini nella vita economica deve fondarsi su quella fratellanza che sorge dalle associazioni; nella seconda parte, il sistema del diritto pubblico, che concerne i rapporti puramente umani da persona a persona, si tratterà di mirare alla realizzazione dell’idea di eguaglianza. E nel campo spirituale, che sta nell’organismo sociale in una relativa indipendenza si mirerà a realizzare l’impulso della libertà. Considerati sotto questo punto di vista, questi tre ideali manifestano il loro effettivo valore. Non si possono però realizzare in una vita sociale caotica, ma soltanto in un organismo sociale sano, triarticolato nel modo che si è detto».

dentato_50pxAdottando il consimile schema tripartito al momento della stesura dell’Ordine politico delle comunità, Adriano Olivetti che pure aveva confidenza con Soloviev del quale pubblicò La Russia e la Chiesa Universale, subì l’influenza nascosta ma decisiva di Steiner, come giustamente notava Geminello Alvi. Che la moderna riscoperta della tripartizione sia poi da attribuire a Saint-Yves d’Alveydre prima che a Rudolf Steiner, è di importanza relativa rispetto all’acquisizione teorica sua propria. Nel rievocare l’idea di anima tripartita rivelataci da Platone si riverbera la distinzione premoderna tra oratores bellatores e laboratores, fino a coniugarsi in età moderna nelle articolazioni dei tre ordini, in prosecuzione degli sforzi teorici di Steiner e Soloviev, ma anche di Marc e Olivetti, mantenendo perciò quanto di buono gli istituti della modernità europea hanno portato. E mentre Olivetti si adoperava per una riforma federalista dell’Italia, Marc riformulava le tesi elaborate dal gruppo Ordre Nouveau insieme a Raymond Aron, Arnaud Dandieu e Denis De Rugemont, in una prospettiva europea. Fu primo segretario generale dell’Unione europea dei Federalisti nel 1948 eppure non figura oggi fra i Padri dell’Europa, nonostante la forsennata attività di scrittore, conferenziere e fondatore di istituti europei di formazione. Una dimenticanza forse cercata, ma che non può che essere salutata positivamente visti gli esiti di questa Unione Europea sedicente federalista che fin dalla fondazione non perseguì altra via che quella di statizzare le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo. L’Unione gettò alle ortiche gli sforzi più sinceramente federalisti di Marc e di De Rougemont, il quale ebbe a considerare negli anni ’70 dello scorso secolo l’evidente centralizzazione ormai compiuta, nonostante i tentativi di mediazione: «La controversia tra federalisti ed unionisti lasciò un segno sulla Risoluzione politica: l’uso, per più di cinque volte, delle parole ‘l’unione o la Federazione’ per designare la futura Europa. (…) Ma il federalismo trionfò solo nei documenti». Che la direzione intrapresa fosse quella delle eurocrazie l’aveva presentito anche Olivetti, che nel Manifesto Programmatico del gennaio 1953, avvertiva che pur favorevole alla costituente Federazione europea, il Movimento Comunità «vede con decisa opposizione la possibilità che l’idea federalista declini in una sorta di strumentalismo strategico e in una coalizione di Stati. Federalismo non deve essere statalismo, ma al contrario struttura sempre più autonomistica nell’àmbito degli Stati, autonomia generale. Una federazione di Stati accentrati e nazionalisti è una contraddizione in termini e potrebbe addirittura servire a bloccare lo status quo sociale esistente, anziché essere un elemento di innovazione. La Federazione europea darà all’Europa autonomia e salvezza, ma ciò stabilmente per sé e in modo esemplare per gli esterni, solo se federazione è intesa nel senso integrale di decentramento assoluto, di autonomia generale anche nei confini degli Stati, di articolazione politica e amministrativa antimonopolistica in ogni senso». La federazione europea avviatasi nel 1951 è stata meglio di niente, direbbero Spinelli e Rossi, De Gasperi Schumann e Adenauer. Per Marc, De Rougemont e Olivetti tale federazione è stata peggio di niente, perché d’ostacolo alla realizzazione di una decentralizzazione da attuarsi anzitutto a livello locale nella cornice giuridica degli Stati.

dentato_50pxLa comunanza d’intenti sulla questione europea tra il Movimento Comunità e il federalismo europeo di Marc e De Rougemont, su cui ha scritto fra gli altri Umberto Serafini, è solo una delle molte e per nulla casuale. Si riscontra infatti una contiguità quando non una vera e propria identità anche riguardo a temi come il ruolo centrale delle comunità, la distinzione fra società economica e società politica con accenti critici verso forme di intervento statale in economia, le idee su lavoro e sindacati, tutte intrinsecamene collegate e da inverarsi nel fulcro concettuale del modello rappresentativo tripartito. È noto che Olivetti aveva disegnato nel suo Ordine politico in rappresentanza delle tre Comunità, un nucleo centrale costituito da tre persone: un Presidente democratico, eletto a suffragio universale da tutti i cittadini della Comunità, un Vice-Presidente eletto soltanto dai lavoratori che rappresenta i sindacati, infine un rappresentante della cultura e della scienza, nominato per cooptazione. Alexandre Marc che aveva pensato tali teorie negli anni ’30, le comprovò nel 1997 nello scritto Fondements du fédéralisme, promuovendo in tal modo la tripartizione dei poteri e la correzione della demagogia arbitraria insita nel sistema elettivo proprio del suffragio universale: «La concezione federalista del suffragio si ispira al metodo sistemico, rispettoso dell’incomparabile complessità della realtà; ecco perché tende, in questo caso, a correlare elezione e selezione, suffragio “diretto” e “indiretto”, elezione (dal basso), designazione (dall’alto) e cooptazione (a tutti i livelli). Così strutturato e organizzato, il suffragio faciliterebbe il dispiegamento delle forze vive della città e regolarizzerebbe l’addestramento efficace delle élite e la loro circolazione essenziale».

dentato_50pxSecondo tale declinazione, l’organizzazione del potere e del suffragio risultano organizzate in fasi come in una democrazia diretta, dove i poteri sono designati per un terzo dalla base, ed è il suffragio universale; per un terzo dal vertice, ed è la nomina; per un terzo dai loro colleghi, ed è la cooptazione. Si ha così una tridimensionalità del potere per elezione, nomina e cooptazione. In questo schema, la cui efficacia è legata indissolubilmente alla concezione federalista e comunitaria comune a Marc e Olivetti, il potere dell’esecutivo federale è limitato verticalmente dal potere dei dirigenti primari (o di base) dei Comuni e delle Regioni, orizzontalmente, dai poteri legislativi, giudiziari e regolamentari dei corpi intermedi economici, sociali e culturali, legalmente costituiti.

dentato_50pxDal palcoscenico fuori sincrono della tarda modernità da cui osserva attonito i pochi edificanti spettacoli delle aule parlamentari, l’uomo occidentale ripete in pensiero irrigidito le reductiones ad unum che elidono ogni possibilità di conoscenza dell’altro, in ossequio ad obblighi autoidentitari, siano essi al singolare o al plurale, per i quali ha già scontato un secolo abbondante del purgatorio prefiguratogli da Proudhon. Invocare un suffragio individuale o collettivo all’interno delle cornici monologiche neoliberali può risultare un pertinace errore di un’umanità ostinatamente perseverante. Nell’ignorare gli slanci federalisti di Marc e Olivetti l’errore si fa permanente. Solo a partire dal loro disegno incompiuto è senz’altro possibile sfidare con rinnovata prontezza l’arrancare di un’epoca, volgendosi a grammatiche spirituali nuove e tripartite.

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  1. Certo che collazionando citazioni si può rendere autorevole qualunque ovvietà.
    La UE così come è attualmente non è frutto di eventi sfortunati e imprevedibili, è stata disegnata come la ha voluta il disegnatore: gigante economico per sostenere lo sviluppo capitalistico di qua e di la dell’Atlantico e nano politico da portare per mano docilmente.
    La domanda oggi è: chi ha disegnato la UE quale è attualmente preferirebbe vederla assumere una robusta forma federale o vederla distrutta?

  2. Oltreoceano possiamo trovare percorsi non troppo diversi, la Costituzione degli Usa (spesso decantata per le sue virtù democratiche) ebbe infatti una nascita travagliata: alcuni politici erano fermamente convinti che essa non avrebbe garantito le libertà dei cittadini. Questi uomini, per un astuto gioco politico dei rivali, furono bollati come Antifederalisti, mentre in realtà essi lottavano contro l’accentramento politico-economico che la Costituzione avrebbe portato; erano tra le altre cose consapevoli che un potere centrale troppo forte avrebbe svuotato i cittadini di ogni responsabilità politica. Possiamo solo immaginare che tipo di paese avrebbe potuto essere il Nord America se al posto del aquila-rapace federale avessero prevalso gli stati formati da comunità di liberi cittadini americani.