Foto di Alberto Marchegiani
Il frontespizio di “Un Medico di Campagna” (Kurt Wolff, 1919)

Foto di Alberto Marchegiani

Due “gemelli tipografici”. Bodoni, Wolff e i libri di Kafka.

Dove la tradizione tipografica italiana ed europea convergono

“Egregio signor Wolff!

dentato_50pxNon potevo augurarmi una proposta più bella per Un Medico di campagna. Per parte mia non avrei certo osato scegliere quei caratteri, né per me né per lei né per la casa stessa, ma siccome è lei a offrire, accetto con gioia. In questo caso penso che si adotterà anche il bel formato della Meditazione, vero?” (Da una lettera di Franz Kafka all’editore Kurt Wolff, 4 settembre 1917)

dentato_50pxNel 1917, in un’Europa in penuria totale, con una rivoluzione planetaria sul nascere, per l’editore tedesco Kurt Wolff Franz Kafka fa uscire un libro di racconti chiamato Un medico di campagna, dopo molteplici ripensamenti. Nelle stamperie della casa editrice la carta difetta, proprio in virtù di queste incombenze le risposte dell’editore tardano a giungere, tanto che lo stesso Kafka pensa di proporre ad altri editori il testo. Dopo varie revisioni l’edizione giunge,  viene salutata con entusiasmo sin dalle prove di stampa.

dentato_50pxGià dalla copertina, un formato in ottavo color sabbia su copertina in pelle con dei caratteri su un rosso/arancio, si nota una fratellanza di stile inequivocabile: una similarità tipografica col libro di esordio di Kafka, Meditazione, uscito per la casa editrice Rowolth, di cui Wolff era socio e collaboratore. Reiner Stach, critico letterario, collezionando reperti della vita di Kafka, sottolinea come Kurt Wolff fosse addirittura intenzionato a porre come sottotitolo Neue Betrachtungen, “nuove meditazioni”, ad accompagnare Un medico di campagna proprio per sottolinearne la continuità. Kafka si oppose categoricamente a tale ipotesi e preferì il sottotitolo Kleine Erzählungen, piccoli racconti. Questo titolo era certamente più confacente alla forma, al peculiare significato che questa opera ebbe nel percorso dello scrittore. Noto è quanto la Kleinheit abbia uno specifico valore spirituale nella visione del mondo di Kafka. Essa conduce ad un destino di forma compiuta del proprio essere (la perfezione nella piccolezza già data), o allo stesso tempo è il divenire, l’adeguarsi della propria via quale aderenza al proprio compito: o si è o si diventa piccoli; o si è nel compimento di questo stadio, o nella sua tensione ad essere.

dentato_50pxDalle parole dell’epistolario, Un medico di campagna sembra essere l’unica opera, fatta forse unica eccezione per il racconto La condanna e Il fuochista, di cui Kafka stesso ravvisasse compiutezza e piena adesione tra impulso creativo e adeguata tenuta formale, in una prosa senza scampo. Destino e spirito non di certo ravvisato dallo stesso autore a riguardo di buona parte del resto della sua scrittura, in  una costante revisione paralizzante, per gli alterni motivi e momenti di ispirazione e situazione.

dentato_50pxIl libro porta in epigrafe una dedica al padre, che fu ulteriore motivo di ansie nell’attesa dell’uscita del libro. Le prose contenute nel libro non vanno oltre le dieci pagine. Alcune vanno sulle due pagine. La peculiarità e la grandezza dei caratteri del libro, che rendono ancora più forte e decisiva la compassata ironia e incisività di queste prose brevi, nella loro modalità peculiare di impaginazione fanno pensare a come Kurt Wolff sia un interprete assai fine della intera tradizione europea della tipografia e del libro.

dentato_50pxEgli non è un maestro solo della tradizione nazionale tedesca, di cui fu un esponente di punta e scopritore inesausto di un intero canone di un’epoca, di una scelta di gusto esemplare. Ad un occhio un minimo avvezzo, risulta lampante come lo stile del libro nella sua impaginazione e tenuta solida e severa abbia molte similarità con i libri stampati da Giambattista Bodoni, di cui Wolff era collezionista e conoscitore.

dentato_50pxKurt Wolff e la tradizione tipografica italiana

dentato_50px“Ma di queste ultime lodi, che allo stampatore non ispettano se non in quanto egli stesso è pur sovente editore, non è qui luogo di ragionare.” (Giambattista Bodoni)

dentato_50pxLa storia dell’editoria è per alcuni versi una storia interstiziale, costruita per poi nascondere quel che sostiene. O potrebbe essere una storia da soffitta, rinvenibile spesso come atto postumo, dopo che le cose vengono accorpate e lasciate giacere, e come per sorpresa vi scatta la loro “leggibilità”. Una storia che sembra avere molto in comune con la storia della creatura Odradek che Kafka racconta proprio in uno dei testi di Un medico di campagna, Il cruccio del padre di famiglia.

dentato_50pxOdradek è una forma ibrida tra una piccola stanga, un rocchetto e un cumulo di fili, abitatore di spazi di abbandono e custodia: soffitte e ripostigli. Sentirne la presenza è cosa immancabile, ma “suona all’incirca come lo scrosciare di foglie cadute”. Dove si rinviene il filo del rocchetto, a cui poter chiedere poi domande elementari, non bisogna ostinarsi con ipotesi capziose, la sua risposta è un silenzio prolungato. Tale potrebbe essere un monito per questo costruirsi di quella peculiare struttura chiamata libro.

dentato_50pxAnalogamente non stupisce lo scetticismo della frase di Bodoni posta in epigrafe quale monito ad un suo ammiratore. Il grande tipografo parmigiano era solito eludere le specificazioni. Lasciò un Manuale tipografico di notevole fattura e peso sulla tradizione che lo seguirà, ma su alcuni punti il silenzio e l’elusività si perdono nel tempo. Il rinnovo della tradizione di Bodoni passa anche attraverso la mente editoriale di Kurt Wolff per due motivazioni: la prima è la collezione personale di Wolff, in parte esposta in una galleria di Cannes nel 1934. Dal catalogo risulta che Wolff avesse una collezione di testi stampati dalla Stamperia Reale in cui Bodoni lavorava (come un esemplare di Alexander Pope) e una copia originale del Manuale Tipografico. Certamente la motivazione del suo collezionismo è anzitutto di carattere conoscitivo per il proprio lavoro. Nella sua collezione di testi italiani sono presenti anche alcuni testi appartenenti alla stamperia di Aldo Manuzio.

dentato_50pxLa seconda motivazione va a legarsi all’esperienza di Giovanni Mardersteig, lo stampatore che fondò l’Officina Bodoni e visse per lungo tempo in Italia. Agli inizi della sua carriera si legò con Wolff per fondare una delle riviste più eleganti di tutta Europa: Genius. Nel corso della sua carriera ebbe accesso tra i primi dell’epoca al lascito dello stampatore parmigiano per vedere i punzoni originali della stamperia Reale a Parma. Il suo rapporto con le forme dei caratteri di Bodoni è di rinvenimento e rinnovamento continuo. Egli stesso creò manuali di caratteri ed esercitò un’attività tipografica da autentico maestro con le elegantissime edizioni Tallone o con le opere complete delle edizioni Mondadori di D’Annunzio o il progetto editoriale delle opere di Nietzsche per la allora neonata Adelphi. Egli stesso stampò il racconto Primo dolore di Franz Kafka nel 1921, per la rivista che inventò insieme a Wolff. Dunque le tre figure non possono non dirsi interrelate.

dentato_50pxOccorre poi dire che Kafka non era completamente distante dal mondo della bibliofilia: pur essendo rinomate la sua ritrosia e gioia nel vedersi restituire manoscritti (testimoniata dalla proverbiale frase a Wolff: “non le sarò mai grato tanto per i libri che mi ha stampato quanto per i manoscritti che mi ha restituito”) era non privo di una certa attenzione ai dettagli e alla forma tipografica. Lo dimostra il fatto che nella sua biblioteca di circa 900 titoli, avesse un’edizione per bibliofili dello Schlemihl di Chamisso, pubblicata dalla Fischer nel 1911 con una prefazione di Thomas Mann, o la richiesta riportata ai suoi editori Rowolth e Wolff di riprodurre similarità di caratteri, formato e colore di copertina degli Anekdoten di Kleist da loro stessi stampato, per descrvere come immaginasse il suo primo libro Meditazione.

dentato_50pxL’edizione Wolff di Un medico di campagna a riguardo di questa ripresa europea di Bodoni sembra emblematica: lo stile dell’impaginazione, la forbitezza e il respiro dell’interlinea dimostrano certamente che se non di una vera e propria riaffermazione di uno stile si possa trattare, nel suo essere costruito in tale fattura vi sia una evidente forma di tributo e omaggio. La tenuta classica di questi testi di Kafka ha certamente fatto pensare a Wolff una forma che si avvicinasse il più possibile a una classicità tipografica moderna. La scelta non poteva certamente che ricadere sull’operato di Giambattista Bodoni.

dentato_50pxSappiamo dal suo allievo Zefirino Campanini che Bodoni espresse, per quanto in forma postuma (attraverso la pubblicazione del suo manuale dopo la sua morte da parte della moglie), le sue idee soprattutto sulla fattura dei caratteri, sulla scelta dei materiali (carte, inchiostri) e sulla storia, studiata e catalogata, dei caratteri europei ed anche extraeuropei. Sullo stile dell’impaginazione ci sono degli accenni ma non una vera e propria esposizione. Da quel che ci riferisce Campanini tutto si basava su un sistema di proporzioni legato al rettangolo aureo su cui si adagiava con pronte variazioni a seconda dei formati la struttura del testo. Dunque l’uso di una forma che evoca la classicità del Bodoni risiede nella pura invenzione di Kurt Wolff e dei suoi stampatori Poeschel, Mardersteig e Trepte per intuizione, amore del libro e dei suoi peculiari segreti.

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