Gerard de Nerval

Per un ritratto mitopoietico

Leggere Nerval dona allo sguardo un volo malinconico, simile a quello di alcune razze di uccelli di cui la poesia fece tesoro in terminologia e nomenclatura. La differenza fondamentale tra la breve parabola vitale di Nerval e l’uso metaforico che ne fece risiede in una mescolanza di stati. La ragione che guidava Nerval, come Lachesi del mito greco, nello stame della vita umana fu un nodo inestricato mai del tutto, tra la dimensione vitale e quella sognante, da cui scaturisce un terzo filo ibrido, la cui natura è il frutto dell’opera del poeta. La lettura delle “Figlie del Fuoco” è un viaggio alla ricerca di questo filo. Nerval si perde negli strali della vita intensa di Parigi, così precisamente ritratta nei Tableaux Parisiennes di Baudelaire di qualche decennio dopo. Ma la salvezza che qui vi cerca, come un Filo di Arianna, si trasforma sotto i suoi stessi occhi, nel destino delle Parche a cui Atropo pose tristemente fine.

dentato_50pxNerval viene ritrovato morto nel 1855 in un vicolo di postriboli parigini in circostanze misteriose. Le atmosfere mefitiche, le cui descrizioni romanzesche precorrono certi poetes maudits, sono per lui la fine. La scrittura non può che darsi allora come scaturigine di una tensione rara e apparentemente contrastante, un afflato mistico pronto a sorreggerlo prima di una dannazione esiziale. Non casualmente il poeta redasse una traduzione del Faust goethiano negli anni giovanili, offerto allo stesso Goethe come prova di traduzione, poema dove la trasfigurazione e la salvezza giocano un ruolo fondamentale. 

dentato_50pxL’ elemento salvifico porta ad una triplice scissione interiore nel mondo di Gérard de Nerval: una vita vissuta nelle strade e nei centri nevralgici della capitale francese (dai teatri alle bettole), una vita sognata dove la febbrile immaginazione del poeta prende forma; infine la vita tramandata, ovvero l’unione delle due precedenti nella ragione speculativa del narratore.L’abilità di narrazione trova in questa unione la metamorfosi onirica, grazie a riferimenti mitologici, filosofici, occulti; e proprio questi elementi narrativi trovano un accordo armonico tra parti religiose, empiriche e di memoria. 

dentato_50pxAlcune figure che costellano la vita dell’autore furono certamente fondamentali nella sua formazione: lo zio Antoine Boucher, col suo interesse per il paganesimo e l’occultismo, così come gli amici e i circoli letterari formarono la sua conoscenza poetico-filosofica (frequenta Victor Hugo, Madame de Staël e Théophile Gautier). Negli anni 40’ del diciannovesimo secolo de Nerval finisce nel cerchio oscuro della schizofrenia, ma non per questo i suoi ricordi perdono l’aura poetica che sempre lo contraddistingue. Prende campo allora nella sua scrittura una teatralità straniante, dove il senso di protagonismo assume caratteristiche sofoclee: l’occhio del protagonista assume su di sé le dinamiche soffocanti del contrasto tra un mondo empirico,tenebroso e ingiustificabile, e il devastato mondo interiore che mira all’ascesi.

dentato_50pxLe Figlie del Fuoco si presentano allora come una carrellata di avvenimenti e volti stravolti dal dolore e della fantasia narrativa; i loro nomi sono sempre espedienti per evocare demoni o antiche divinità rimanendo però sempre ancorati al mondo delle bettole e dell’abiezione. Angelica diventa uno spirito che, come la Pistis Sophia, abbandona il lettore nel piacere della ricerca tra carteggi immaginifici, luoghi idealizzati e bibliofili appassionati, il tutto per una genealogia fittizia che si perde nell’oblio. De Nerval sbeffeggia il lettore lasciandolo perdere nelle trame nebulose del narrato: anche se l’omaggio alla sepoltura di Rousseau, sembra custodire un segnavia per l’intento pedagogico.  Pedagogia che trova spazio nella ricerca finale del Perceforest nei luoghi incantati del Valois che permettono all’autore di naufragare nell’aurora romantica della commistione di fantasia e medioevo.  Il punto non giunge perché esso è al centro del labirinto, così non si conclude la ricerca del bibliofilo nè si hanno tracce dell’Abate di Bucquoy tanto agognato all’inizio della musa epistolare Angelica. Ma è con la seconda Figlia del fuoco, Silvia, che prende il sopravvento la sensualità trasfigurata del Nerval; termine di risoluzione per una presa di coscienza:

La somiglianza di un volto dimenticato da anni si disegnava ormai con una nitidezza singolare; era un disegno a matita sfumato dal tempo che diventava pittura, come certi abbozzi degli antichi maestri ammirati in un museo, di cui si ritrova altrove l’originale abbagliante. Amare una suora sotto la forma di un attrice! … e se fosse la stessa! C’è di che diventar pazzo! è un allettamento fatale nel quale l’ignoto ci attira come il fuoco fatuo che fugge sui giunchi di un’acqua morta…. Rimettiamo piede nella realtà.” 

dentato_50pxNerval trova la propria musa in teatro, nell’attrice Jenny Colon, la quale trova le proprie metamorfosi nelle nebulose reminescenze di Silvia/Adrienne, eco di una relazione che gioca tra l’elegia adolescenziale e la consapevolezza adulta. In questi contesti il gioco di fantasia assume ancora l’effetto di una parentesi ragionata e contenuta, in cui il perdersi nelle nebbie della memoria acquista il gusto infantile della reminiscenza. Si pensi similarmente ad Ottavia, introduzione di una femminilità archetipica votata alla custodia dei morti. Questo componimento è un pugno di pagine tra il mondano e il fuoco mistico pronto a scatenarsi nella narrazione innestata su elementi mitologici egiziani. Analoga per architettura è la figlia del Fuoco Iside. Gerard de Nerval districa in un breve racconto il suo sincretismo, svolgendo una profonda archeologia interiore tramite il mezzo della letteratura epico-mitologica. Egli ripensa il vissuto sotto il senso di riempimento lasciato dalla contemplazione dell’antico e del misterioso:

dentato_50pxPer l’appunto il sole cominciava a calare verso Capri e la luna sorgeva lentamente dalla parte del Vesuvio, coperto dal suo leggero baldacchino di fumo. Sedetti su una pietra, contemplando i due astri che erano stati così lungamente adorati in quel tempio sotto i nomi di Osiride e Iside e sotto attributi mistici allusivi delle loro diverse fasi, e mi sentii preso da una viva emozione. Figlio di un secolo scettico più che incredulo, ondeggiante tra due educazioni contrarie, quella della Rivoluzione, che negava tutto, e quella della reazione sociale, che pretende di ricondurre l’insieme delle credenze cristiane, finirò forse coll’essere indotto a creder tutto, come i nostri padri filosofi erano stati indotti a tutto negare? […] Così periva sotto lo sforzo della ragione moderna lo stesso Cristo, questo ultimo tra i rivelatori, che, in nome di una ragione più alta, aveva in altri tempi spopolato i cieli. O natura, o madre eterna, era veramente questa la sorte riserbata all’ultimo dei tuoi figli celesti? I mortali sono dunque giunti a respingere qualsiasi speranza e qualsiasi prestigio, e, sollevando il tuo velo sacro, dea di Sais! Il più ardito dei tuoi adepti s’è dunque trovato a faccia a faccia  con l’immagine della Morte? Se il successivo decadimento delle credenze deve portare a questo risultato, non sarebbe forse più consolante cadere nell’eccesso opposto e tentare di riattaccarsi alle illusioni del passato?” 

dentato_50pxLa ricerca infinita della felicità infantile trova la sua metamorfosi finale in Aurelia,  vera conclusione mistica delle Figlie del Fuoco: la trasfigurazione nello splendore delle parole, verso l’arcano della madre. La perdita e il dolore assumono il connotato che mescola l’esperienza vivente e la scissione schizoide ed onirica; proprio attraverso le prime manifestazioni di visioni dentro le cliniche, si conclude l’anabasi della femminilità, come epifania della Sophia interiore. De Nerval ha quindi uno slancio religioso che trova il culmine nella sua lenta discesa nell’antro della follia. Proprio in questo modo, perdendosi nel labirinto della psiche, il suo filo di Arianna si rivela trappola famelica pronto a distruggerlo, e i suoi stessi sogni di vita vissuta a pieno, lo portano al “patibolo”, al momento fatidico di Atropo.

dentato_50pxPer quanto non sia ufficialmente una delle Figlie del Fuoco, Aurelia ne traccia comunque la parabola teorica conclusiva, soprattutto se si prende in considerazione l’idea precedentemente esposta della vita tramandata. Infatti de Nerval conchiude con il labirinto della psiche la legge terribile di Minosse, giudice infero, e getta un’ancora nel misterioso mare della religione sincretica. Eppure il mare di Poseidone pretendeva un omaggio a cui Minosse oppose un rifiuto; da tale scelta ne nacque il mostro Minotauro attorno a cui si costruisce il labirinto. Il grande autore francese provò, forse consciamente, a ripercorrere le orme di Teseo senza riuscire a trovare uscita dal dedalo in cui si perse poiché mai giunse alla sua Arianna, Jenny. De Nerval si perse, si rese vittima sacrificale, prodromo della sua morte tutta conchiusa nella sua persona: morte degna di un suo stesso romanzo. Infatti le sue Figlie del Fuoco e la sua Aurelia sono la vita tramandata tramite una scrittura che nasconde nelle pieghe dell’eleganza formale un labirinto, al cui centro si erge tanto il volto nascosto di Minosse, quanto un sussurro confessionale dei propri peccati. Mai commessi?

 

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