Platone, ovvero sull’intelligenza al governo

Per una filosofia compiutamente politica

Il nostro presente digitalapocalittico, sempre più disorientato, sembra far apparire patetico il desiderio di dialogare con Platone. E certamente patetico sarebbe, questo desiderio, se – come spesso avviene – si esaurisse nell’esalare sospiri di rimpianto verso un qualche trascorso, o estetizzanti sentimentalismi aspiranti a sterili oasi di supposta quiete, o pseudotradizionalismi ignari dell’individualità spirituale, irripetibile, che ogni presente è chiamato a generare. Tutto ciò, infatti, significherebbe confinare Platone negli orizzonti crepuscolari d’una polverosa erudizione, di insensati accademismi – tali anche quando si illudano d’essere il loro contrario – incapaci di feconda operatività, incapaci di nuove aurore.

dentato_50pxMa cosa rende il pensiero di Platone capace di generare nuove aurore? Cosa lo può rendere illuminazione di nuovi orizzonti di senso e, perciò, radice di relazioni armoniche tanto per l’individuo quanto per la comunità? Cosa lo può rendere, insomma, rivoluzionario nel senso più pregnante del termine, operatore d’un rovesciamento di prospettiva rispetto a quegli automatismi psichici che, da sempre, sono radice di crisi, tanto spirituali quanto sociali, apparentemente insormontabili?

dentato_50pxL’attuale, radicale crisi del pensare, dunque dell’organizzare e del governare, è intimamente legata alla corrente concezione del pensare stesso: pensare sarebbe attività meramente osservativa, analitica, calcolante, e quindi algoritmizzabile e computerizzabile; attività di un soggetto scisso dal mondo, rappresentato come un oscuro atomo irrimediabilmente separato dalla realtà che sperimenta, e prima o poi, in quanto sistema neurocomputazionale, finalmente sostituibile mediante un sé digitale. Rispetto a tale concezione il percepire di Platone è quanto mai dirompente. In un densissimo, quanto mai conciso luogo della sua opera – finora pressoché circondato d’assordante silenzio, nonostante la sua collocazione del tutto strategica e le innumeri monografie su Platone –, interno alla celeberrima analogia fra il Bene – Origine di ogni essere e di ogni relazione armonica – e il sole, l’Intelligenza (il noûs) e, quindi, la sua attività, ossia il pensare, vengono direttamente connessi al supremo manifestarsi del Bene (Repubblica 508b12-c2). In altre parole, nella sua più autentica natura essere intelligenti e pensanti significa essere in relazione con il calore e la luce della realtà che si manifesta quale originaria solarità: della suprema fonte di quella assenza di gelosa invidia che nel Timeo viene indicata quale peculiarità essenziale, appunto, dell’essere buono, vale a dire quale radice d’una infinita donatività, capace di generare un nuovo cosmo (Timeo 29e-30a).

dentato_50pxQuesta è l’inaudita provocazione di Platone – in ciò devoto allievo di Socrate –: l’identità di autentico pensare, autentica intelligenza e bontà! Dove bontà qui non significa filistea obbedienza a norme, comandamenti, imperativi, ma – come appena visto – la cosciente assenza di gelosa invidia: incondizionata disponibilità a donare, generare uno spazio di piena manifestazione per altro. Una capacità, dunque, di generare relazioni armoniche e sinfoniche, nelle quali ogni termine manifesti pienamente tanto la propria individualità quanto il fecondo organismo o la feconda comunità che quelle relazioni originano.

dentato_50pxNell’orizzonte di Platone l’autentico pensare è operare ed atto che, in sé generativo, è potenzialmente politico, se con politica vogliamo intendere l’arte del consapevole generare relazioni armoniche e produttive: relazioni che siano sostanza d’una comunità spiritualmente, socialmente ed economicamente feconda. Premettendo questa nozione agatologica del pensare, nella quale il pensare scopre nel Bene, nell’agathón, la ragione, il lógos del proprio vivere, si comprende perché per Platone la forma più armonica di comunità, la comunità che realizza la piena giustizia, è quella governata da persone filosofanti: da persone che, dopo un lunghissimo percorso formativo – non si assumono responsabiltà di governo prima di aver compiuto sette volte sette anni (Repubblica 540a-541b)! –, hanno amato e sperimentato la vita dell’autentico pensare, ovvero l’autentica sapienza, la vera sophía; da persone che hanno amato e attinto quella sapienza che trae nutrimento dall’esperienza diretta del Bene (Repubblica 540a), ossia che si nutre dell’aver sperimentato che autentica intelligenza, autentico pensare è viva relazione col Bene, e perciò potenza generativa di epifanie del Bene. Avendo sperimentato il supremo Bene, quelle persone sono – per l’eterno principio secondo cui il simile sperimenta il simile – simili al Bene (Repubblica 501d4-10): sono, come il Bene, incondizionatamente prive di gelosa invidia (Repubblica 500a4-5). Come il Demiurgo del Timeo, esse desiderano che tutti, il più possibile, partecipino del bene (Timeo 29e-30a). Sono, insomma, come la persona che, uscita dalla caverna, è riuscita a sostenere il sole con lo sguardo: animate da compassione per chi è ancora prigioniero nella caverna (Repubblica 516c6), esse sono pronte a ridiscendere nella caverna, anche a rischio della vita (Repubblica 516e3-517a7).

dentato_50pxVeramente degne di governare si rivelano, nell’orizzonte di Platone, solo le persone che, sperimentato il Bene come fonte della vera intelligenza, sanno che l’intelligenza è, nella pienezza della sua natura, Intelligenza d’Amore, inesauribilmente donativa, e perciò generante un infinito spazio di calore e luce per il generarsi e manifestarsi di autentica umanità. E Platone sa che di fronte al manifestarsi di questa Intelligenza la massa, di per sé mite e priva di gelosa invidia (Repubblica 500a5), sarebbe aperta verso il governo delle persone che ne siano portatrici (Repubblica 499d10-500a, 501c4-502a2): massa tragicamente sviata da chi usurpa il nome della filosofia (Repubblica 500b1-7), da chi afferma un’intelligenza meramente narcisistica, sterilmente agonale, squallidamente calcolatrice, responsabile della diffidenza che l’autentica sapienza incontra fra i più.

dentato_50pxDunque cosa può avere a che fare il governo della città dei filosofi con questo o quel totalitarismo? Infatti, chi è intrinsecamente privo di gelosa invidia e compassionevole, chi si assume responsabilità di governo non perché sia qualcosa di bello, ma perché è necessario (Repubblica 540b4-5), chi spregia le correnti forme di onore e prestigio, ritenendole incompatibili con la libertà e prive di ogni dignità e valore (Repubblica 540d4-6), mai giungerà al potere ed eserciterà il potere mediante un qualche atto di violenza.

dentato_50pxIl governo dei filosofi, anche se non impossibile, è estremamente difficile da realizzarsi, perché mai chi ha attinto l’esperienza del Bene – proprio perché lontano da ogni fine egoistico – aspirerà a governare; dunque governerà o se condottovi dalla necessità o se si innamorerà dell’autentica sapienza e intelligenza nel momento in cui già occupa una posizione di potere (Repubblica 499b-d). La città, la comunità che manifesta la vera giustizia non sarà dunque un tirannico governo su una massa servile ed inerte, ma comunità di simili ed amici, dove ogni individuo, in forma adeguata al suo livello coscienziale, verrà guidato, interiormente o esteriormente, dall’operare d’una intelligenza e d’un pensare divini (Repubblica 590d3-6).

dentato_50pxNell’orizzonte di Platone l’intelligenza e il pensiero capaci di governo non sono tali perché partorienti, come fossero metastasi, norme e leggi onnipervasive: le comunità ossessionate dal legiferare sono come i malati che stanno sempre in attesa di qualche prescrizione, senza mai prendere in mano la propria vita e trasformarla in modo adeguato (Repubblica 425c10-427a), incapaci di un agire libero. L’intelligenza, il pensare che manifesta il Bene è, invece, radice di autentica libertà, in quanto generativa trascendenza rispetto ad ogni orizzonte astrattamente normativo: perché il Bene trascende ogni forma dell’essere (Repubblica 509b9-10) e, pertanto, ogni generalizzazione e norma, necessariamente racchiuse nei limiti di una forma dell’essere.

dentato_50pxNon leggi, norme, ordinamenti, ma solo la concreta presenza di persone intelligenti nella luce del Bene è, per Platone, la suprema garanzia di un governo dotato di autentico senso, ossia capace di generare relazioni il più possibile armoniche fra individuo e comunità, sfuggendo alla necessaria impotenza di qualsiasi norma di fronte alla concreta individualità delle situazioni (Politico 293e-299e): garanzia di un governo davvero consonante con l’essere autenticamente liberi.

dentato_50pxNella Repubblica la possibilità di realizzare una comunità che manifesti il carattere divino della natura umana (501b5-7) viene affermata con convinzione, nonostante l’enorme difficoltà del suo realizzarsi (499a11-d7, 502a4-c8). Tale è la fiducia nelle facoltà e possibilità dell’autentica intelligenza da affermare che anche una sola persona, purché la comunità voglia seguirla, potrebbe riuscire a realizzare un ideale la cui caratterizzazione sembra contenere così tanto di incredibile (502b4-5)! A questa fiducia, alla fiducia nel generativo operare dell’intelligenza umana illuminata dal Bene, Platone non rinuncerà mai, in nessuna espressione del suo pensiero politico: una lettura spregiudicata mostra sempre che, anche in contesti diversi dalla Repubblica, l’ideale per Platone è la comunità in cui istanza suprema di armonia è il concreto operare di concrete persone manifestanti intelligenza del Bene, e perciò capaci di generare armonici organismi relazionali. In altri termini: l’Intelligenza al governo, non il governo della legge è l’ideale di Platone.

dentato_50pxQuanto più riusciremo a sperimentare l’intelligenza e il pensiero oltre la sua caricatura prima razionalistica, poi informatica e digitale, tanto più riceveremo risposte evidenti riguardo all’armonia fra un ideale di comunità come quello platonico e la libertà dell’individuo. Mai tali risposte ci verranno dalle ossessioni imprigionanti la nostra soggettività biopsichica, ormai sempre più prossime a trasformare l’umano in un noioso, miserando oggetto di modellizzazioni, algoritmi, certificazioni, accademizzazioni.

dentato_50pxUn’ideale come quello platonico è comprensibile solo se l’essere umano si scopre trascendente il dualismo corpo-psiche/mente, per ri-generarsi quale essere triarticolato in corpo, anima e spirito. Chiusa verso questa trascendenza, la condizione umana sarà sempre più attanagliata da un’ossessionante paura della morte biologica. Nella morsa di questa paura, l’individuo sarà sempre più prono a farsi servo di automatismi promettenti un’indefinita durata della sua coscienzialità biopsichica; sarà, allora, sempre più ossessionato dalla malattia, perdendo completamente di vista quelle facoltà e pratiche spirituali capaci di donare all’umano un’autentica pienezza (Repubblica 407b8-c5). Cadrà, insomma, sotto la tirannide della propria coscienzialità biopsichica; coscienzialità che, ossessionata dal conservarsi indefinitamente identica a sé, ovviamente riterrà totalitaria qualsiasi comunità che, come quella caratterizzata nella Repubblica di Platone, voglia educare gli esseri umani a sentirsi trascendenti rispetto alla loro biopsichicità, ossia a non farsi schiavi delle pulsioni, delle emozioni, dei desideri, dei piaceri e dei dolori: qualsiasi comunità decisa – come mostrano i libri III e IV della Repubblica – a trascendere il più possibile ogni paura nell’incontro con la morte e ogni univoca psichicità nel configurare le relazioni fra esseri umani.

dentato_50pxNella sua dimensione più profonda il pensiero politico di Platone resta incomprensibile a chi nel nostro presente domina il discorso, e con esso un’enorme parte degli esseri umani – parte sempre più approssimantesi alla totalità. Il discorso corrente tende, infatti, ad eliminare dalla persona ogni fiducia nell’essenza spirituale, e perciò generativa, creativa del pensare: nella realizzabilità di una libera vita spirituale, ovvero nella possibilità che l’intelligenza umana, al di là di ogni già presente forma di essere, si ri-gereneri come Intelligenza del Bene, e quindi sia capace di manifestare l’assolutamente indeducibile, inatteso, improvviso, fuori da ogni rappresentazione pregressa, ossia fuori da ogni teoria, modello, certificabilità. Per questo il discorso corrente è discorso che esorta a delegare il destino dell’umano ai poteri postumani di un digitalvirtuale sempre più pervasivo, nuova pseudodivinità, incommensurabilmente più autoritaria ed autocratica rispetto anche alle più tiranniche divinità di evi ed eoni trascorsi. Ma di fronte a tale fatua caricatura del divino continuano ad ergersi le adamantine parole di Lachesis nel racconto di Er (Repubblica 617e3-5): la virtù non ha padroni, e non il dio è responsabile del destino, ma l’individuo, che sempre può scegliere l’orientamento del destino, vale a dire la modalità del vivere. La virtù è libera perché autentica virtù è Intelligenza del Bene, ovvero generatività dell’io spirituale: generatività trascendente ogni forma di essere, e dunque non condizionata e non condizionabile.

dentato_50pxTotalitario è l’orizzonte di Platone o quello di chi si affretta a sottrarci la fatica dell’umano? Vera luce è dolce naufragare nel mar di sorti digitalmagnifiche? O, piuttosto, la luce generantesi dal fuoco di un io pensante-volente che, nel Calore, nella Luce del Bene, osi aprire l’anima al governo dell’Intelligenza?

COMMENTA

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


  1. Riprenderò il testo La Repubblica di Platone e lo voglio rileggere. Riflettere su quesi pensieri mi aiuta a uscir fuori dalla caverna. Vorrei essere aggiornato.Forza e coraggio! L‘italiano nella sua tradizione culturale e nel suo colore/calore ha una marcia in più tra i popoli nel contribuire all‘uomo universale. Stiamo eretti!Grazie!Giuseppe Acconcia