L’eredità delle vene ardenti

Per una genealogia della parola: Dylan Thomas

Dylan Thomas, figlio del Galles delle leggende arturiane, ebbro dei suoi misteri, non è andato docile in quella fredda notte e su di lui, sulla sua poesia di certo, la Morte non ha più dominio. Forse l’ultimo grande poeta di lingua inglese del secolo scorso, l’unico in grado di stare al fianco di William Butler Yeats. Thomas è l’eretico erede di William Shakespeare e di William Blake, ma ha forse più di Charles Algernon Swinburne e di Christopher Marlowe il loro stesso febbricitante sangue e la medesima sete d’avventura.

dentato_50pxUomo di spettacolo con le proprie conferenze, ridisegna in parte il percorso cabalistico di Oscar Wilde in America, con la visionarietà fantasmagorica che soltanto un gallese di pura stirpe come lui avrebbe potuto avere. Creatore d’immagini, ierofante di mitologie oniriche al limite della realtà, in quella terra del crepuscolo dove si confondono le azzurre colline dalle pietre cantanti con le profonde valli e i boschi frondosi, Dylan Thomas canta del cuore e dell’anima con la carne vibrante, in un connubio arcaico d’amore e di morte, di dolcezza e crudeltà, di pane spezzato e di birra scura.

dentato_50pxSono sarabanda i suoi versi, d’echi biblici e ritmi atavici più antichi delle legioni di Cesare in Caledonia. Un altro gallese, Arthur Macken, scrittore evocante oscuri miti come lui e a lui fratello di certo lo comprende; così come, attorno al suo capo, danzano i nimbi temporaleschi e corruschi di Lord Dunsany e di Edward Rucker Eddison.

dentato_50pxE lontano, a Oriente, figlio degli aceri russi, un altro poeta gli è consonante senza conoscerlo, Sergej Esenin, malato d’infanzia e di ricordi e di teneri crepuscoli d’aprile. In entrambi il limite dove cominci il poeta e finiscano i suoi versi non è facilmente acquisibile. Vita e arte sono la medesima cosa.

dentato_50pxThomas sperpera la propria vita accendendone la candela da entrambi i lati, arde così con il doppio dello splendore ma brucia per metà del tempo, lasciando moglie e figli, dimenticati in cambio d’un sogno di libertà. Eppure Dylan amò Caitlin, in ogni lirica, in ogni parola straziante. Per i figli nulla, nessun ricordo.

dentato_50pxEbbro di sogni e d’alcol, compone ogni poesia cantando nella musica naturale che gli scorre nelle vene, lui che nel nome ricorda Thomas di Ercildoune, leggendario poeta medievale, ma è disperatamente romantico in un’età che non vuole più chi osi morire per passione e combattere per amore. Se per Arthur Rimbaud il mondo ultimo furono le dune del deserto, per Dylan saranno le colline della propria terra, profumate d’erica e di biancospino. Selvaggio, funambolo esaltato tra le cosce delle donne e una bottiglia, bardo fuori tempo, anacronismo vivente, amato e odiato fu Dylan Thomas. Re di tutto e signore di niente, fascinoso e sfuggente, vanitoso e con il cuore da bambino, ogni suo verso scritto è una danza di sangue sulle stelle.

dentato_50pxIndossa camice scarlatte, ladro d’anime, sfrontato come sa esserlo soltanto chi è o molto giovane o è al tramonto della propria vita, in molti versi è di Dio che Dylan va in cerca, e sarebbe piaciuto a John Donne se soltanto fosse nato al momento giusto. Ma forse Thomas è nato quando doveva, per insegnare a chi oggi ha gli occhi asciutti e non sa vedere più altri mondi e differenti realtà d’altrove, con il proprio dolore, la strada da seguire, nella bellezza e nella passione che conducono lontano, verso quel palazzo della conoscenza che sta sull’altra faccia della luna.

dentato_50pxI suoi versi sono come le onde del mare, come una giga suonata col violino intorno al fuoco, perché era un vero poeta in un mondo che ha dimenticato la poesia, come quel mare da lui cantato che è lo stesso oceano misterioso popolato d’antichi, immani mostri, di cui scrivono Alcmane e Samuel Taylor Coleridge, abisso tenebroso e rosso come il proprio animo irrisolto.

dentato_50px«Infuria, infuria contro il morire della luce», continua a gridare Dylan dentro ogni fumoso pub, abbracciato all’amore fugace d’una sera, in cerca d’un momento di grandezza.

dentato_50pxMorirà in un algido novembre, non nel tepore del fuoco d’un camino o delle candele, non di un lume a petrolio, ma sotto i neon biancastri del Saint Vincent’s Hospital di New York, delirante per il troppo bere, messo a tacere da una pietosa quanto inutile iniezione di morfina.

dentato_50pxE se il suo ultimo pensiero fu per Caitlin, questo possiamo soltanto sperarlo, immaginarlo, ma non lo sapremo mai, anche se ci riverberano per sempre le sue parole «Per quanto gli amanti si perdano amore resterà» e tanto ci dà pace.

dentato_50pxDylan Thomas cammina nelle strade come il Matto dei Tarocchi, danzante ebbro come in un corteo di Dioniso, felicemente pazzo, lucidamente folle d’amore e d’avventura. Gioca i suoi dadi e perde contro un tempo distratto, in un caos ridondante di simboli e storie senza senso. Ah, quanto avrebbe riso Rabelais a vederlo ubriaco lungo i viali della sera, a gridare in faccia ai pavidi e agli inetti la propria voglia di vivere!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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  1. Che dire?
    Una completa descrizione dell’uomo-scrittore, letto nel complesso rapporto inquietudine esasperata dell’esperienza Empirica, e fragilità psicologica
    Mi è piaciuta molto la presentazione di quest’uomo che si descrive attraverso l’espressione poetica nelle sue criticità conflittuali dei sentimenti che diventano fuoco creativo della espressione poetica
    Uno scrittore che si divide tra cruda realtà e speranza: il buio e la luce (“la Luce appare, dove non splende il sole”)