Per Venezia, icona d’acqua e cielo

Due poli dell’anima

Appena si esce dal labirinto delle calli, dei canali e dei rii e si incontra finalmente la laguna, Venezia diventa un sogno all’orizzonte, un sogno in cui mare e cielo si confondono, specialmente nei giorni di foschia rosata che costellano l’autunno. Allora lo sguardo si allontana e diviene profondo quando incontra le sagome delle isole, sempre sul punto di dissolversi come arabeschi di nuvole lontane. Ci si accorge poi, se si viene dall’entroterra, che nel fitto tessuto delle case e delle vetrine raramente si era potuto o voluto osservare il cielo; ed anche ora che si apre davanti a noi in tutta la sua ampiezza, gli occhi cercano la linea dell’orizzonte, anelano alla vastità del mare, alla calma poetica della laguna.

dentato_50pxA Venezia dove spiriti sprofondano per dissetarsi di colori adamantini che annunciano agli occhi l’assoluto, le altezze celesti sono profondità marine: il cielo si inverte nello specchio delle acque e diviene un mare rovesciato, vascelli capovolti delle chiese dal soffitto a carena di nave solcano fluidi e solenni.

dentato_50pxIl barocco marino che decora gli interni della Chiesa di Santa Maria Assunta, parto della fervida immaginazione di Antonio Pozzo, ricrea un fondale sabbioso sulle volte del soffitto. Si ha poi l’impressione, percorrendo i marmi verdacquei del pavimento e delle colonne, di immergersi col capo all’ingiù in una fitta foresta d’alghe. Come palombari si avanza verso la massa brillante dell’altare maggiore, un tabernacolo tempestato di lapislazzuli giace avvolto da colonne tortili ondeggianti sotto i colpi di coda del grande pesce squamoso sulla cupola, evocato da Iosif Brodskij nel suo libello su Venezia: “l’ichtys stesso che ha dato inizio a questa civiltà”.

dentato_50pxIn questa visione, il mare rovesciato assume un significato nuovo e rivela aspetti nascosti del cielo, ne amplifica anzitutto la profondità, rendendola accessibile e non più sfuggente. Il cielo marino non è più il cielo vuoto ed aureo del desiderio che fugge e si innalza, ma è cielo in presenza assoluta, di pace che calma e di una pienezza di vita non più bisognosa di nulla; è il cielo delle acque superiori da cui sorge embrionale la vita del cosmo. Ma è anche il cielo dell’interiorità, non si svela a chi si limita ad innalzare lo sguardo al firmamento, senza immergersi nelle profondità di se stessi. Di questo cielo il principio e l’origine rivelano la loro natura di sorgente vitale: il centro invisibile del mondo spirituale, da cui sorge senza tempo l’essere di ogni cosa, è una stella sorgente che riempie il vuoto cosmico di una luce acquatica ed eterea.

dentato_50pxLa luce, modulandosi, svela le differenze e la ricchezza travolgente dell’esistenza, veicolo del numero e della forma, mentre le acque sono il regno delle forze in cui avvertiamo l’unità essenziale, la vita organica e il respiro corale di quanto è percepito come diviso: se queste due componenti elementari del mondo spirituale fossero isolate, la luce sarebbe divisione e le acque caos indistinto. Nessuna forma vi potrebbe affiorare.

dentato_50pxFlorenskij ne Le porte regali, descrive la nostra condizione di contemplatori del sovrasensibile come quella di esseri che vivono sommersi da un oceano di luce di cui non sospettano la presenza. Non avvertiamo, se non con il cuore, le correnti spirituali che si muovono tutto intorno. La rivelazione di quest’oceano di luce è l’essenza dell’estetica battesimale, unione d’acqua e sole supremamente celebrata da Masolino, nei suoi affreschi del battistero di Castiglione Olona.

dentato_50pxSui fondali celesti, riprodotti nell’iconografia di molti edifici sacri, la conchiglia, l’arca che rinvia al sepolcro, dimora del Cristo quale perla di perfezione, è anch’essa simbolo del Battista precursore, che svela al mondo inferiore il frutto dell’unione di cielo ed acqua. Dall’arca la vita risorge luminosa in forma di perla, e solo dopo ascende al cielo, come una stella che si innalza.

dentato_50pxD’inverno, sotto il cielo grigio perla di Venezia, questo matrimonio d’acqua e cielo può essere avvertito fin nelle ossa fradicie, specialmente quando il mare si riversa in città e promette di inabissarla, ma le campane continuano a suonare e diffondon sciami dell’oro solare di San Marco. Venezia sposata al mare e destinata forse un giorno ad esserne sommersa custodisce un tesoro spirituale di resurrezione e rigenerazione celantesi sotto il simbolo vivente della fenice egizia, non rinata dalle fiamme, ma dalle acque.

dentato_50pxUna ‘morte per acqua’ senza resurrezione attende invece il marinaio fenicio sognato da Eliot, colui che dimentica ‘il grido dei gabbiani/e il gorgo profondo del mare…’, la loro danza vorticosa e talvolta speculare. Questi è lo spirito al quale l’unità profonda di cielo e mare resta occultata, spolpato da correnti sottomarine di cui ignora la natura.

dentato_50pxL’identità di questi due elementi è certo difficile a cogliersi, poiché è un’identità di poli opposti che la mente è troppo abituata a interpretare come dualità. Ma in questa dualità si riflette la scissione che attraversa l’anima, l’orizzonte tagliente che ha reciso l’intelligenza dalle fonti della vita, l’ha resa fredda, severa e inumana, incline alle astrazioni…Nemica rancorosa dello spirito infantile e dell’immaginazione creativa.

dentato_50pxNella scoperta dell’identità dei poli dell’anima, il sopra celeste dell’intelligenza con il sotto abissale della vitalità, la ferita può rimarginarsi, l’anima risorgere nell’intelligenza integrale; radicata nell’acqua della vita, come un albero cosmico i cui rami amano protendersi verso le “stelle spirituali”, lei assorbe luce pensante e benevola, sostanza di tutte le cose.

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