Circa Saturno mancato

Dove il tempo del Carnevale oltrepassa la stoltezza

Siamo in tempi carnevaleschi, non già e solo in virtù del tempo calendariale, ma forse pure in grazia di quello celeste: accordo di due rotelle che si trovano a segnare, almeno per il momento, stesso stato e stessa inclinazione, la prima abituata alla celerità delle cose più minute e perciò umane, l’altra assai placida e adatta alle lunghe distanze perché più paziente. Non c’è dubbio comunque, che entrambe, a dispetto dei relativi caratteri, siano in perfetto accordo, come congegno infinitamente tarato da mani esperte di orologiaio.

dentato_50pxE così, dicevo, siamo in tempo di carnevale, adatto dunque alle mascherate, agli scherzi o burle o bischerate, tempo che vuole chiacchiere o bugie (meglio ancora se fritte). Una festa antichissima è questa, testimone di riti ancestrali, che vedevano – come oggi non è più dato – i tempi della fine approssimarsi a quelli dell’inizio, la ritirata di ciò ch’è logoro e l’avanzata di quel che verrà, ovverosia tempi di rivolgimento, adatti all’anomia: in casa del morente gli eredi ballano (prima di scannarsi).

dentato_50pxNel mondo contadino e pio, oltreché speranza di futuro raccolto, il quale tende di questi periodi a far capolino da sotto la terra e a gemmare, era, il carnevale, anche tempo di bagordi prima della quarantena quaresimale, che di norma vuole penitenza e magro in vista della Pasqua. Non più oggi è così, anzi, la prassi carnascialesca s’è estesa e generalizzata: la rotella del tempo celeste, infatti, pare aver scelto Arlecchino quale patrono ultimo della presente buaggine, prima del conseguente nonché lunghissimo digiuno, di seguito all’ecpirosi postrema. E già il Giusti poeta, più di due secoli fa, che ce l’aveva anche lui – come chi scrive – cogli umanitari farlocchi suoi coevi, sentenziò:

dentato_50pxLa scacchiera d’Arlecchino

dentato_50pxsarà il nostro figurino

dentato_50pxsimbolo dell’indole.

dentato_50pxEgli, infatti, è maschera della Commedia dell’arte, e bergamasca, spirito villanesco nonché personaggio diabolico (il nome, pare, è d’etimo germanico, da Hölle König, cioè Re dell’Inferno), che butta tutto in caciara premeditata, volentieri volgare e sempre maliziosa, col grugno nero rattrappito in ghigno.

dentato_50pxMa il Carnevale, al di là d’Arlecchino, pesca a fondo nei secoli, come già detto è rito ancestrale e s’identifica con altre pratiche di tempi lontani, cioè coi saturnalia romani, simili molto nei festeggiamenti, salvo per il mese dell’anno, ché a fine dicembre quelli si svolgevano. I servi si facevano padroni, anche lì carri, scherzi, ben volentieri orge, Roma a subbuglio dalla Suburra al Campidoglio, e poi fuori nei campi, i provinciali, a rendere onore a Saturno ctonio, signore della germinazione pur col falcetto eviratore, e del tempo nuovo che viene (corrispettivo quirite di Κρόνος).

dentato_50pxChe lega tutto ciò ad Ancona, umile porto dell’Adriatico? Un tale Dasio, giacché egli, soldato romano e anche cristiano, nel 303 d.C. fu eletto dalla truppaglia danubiana di stanza a Durastorum (oggi Silistra, in Bulgaria) quale Saturno, patrono dei festeggiamenti. Ne parla il Frazer ne Il ramo d’oro, a proposito cioè dei saturnalia e dell’ammazzamento rituale, citando un martirologio di mano ignota. All’eletto in tale occasione spettava di godere per un mese scarso, il tempo dei festeggiamenti, non solo potendosi dare ai piaceri che più gli aggradavano ma pure guidando la festa generale come vero e proprio re, salvo poi, scaduto il tempo, doversi sgozzare di mano propria sull’altare, omaggio gradito al dio. Pare che un tale Basso, centurione, ci provasse a convincere Dasio, lui cristiano, a farsi re pagano a tempo determinato, ma senza successo, e fu così ch’egli subì il martirio in fede sua, decapitato.

dentato_50pxDopo un paio di secoli, chissà come, l’urna delle reliquie giunse alla città dorica, e precisamente nella chiesa che dal Quattrocento è intitolata a S. Pellegrino, e che, sublime nella sua pianta centrale tutta laterizio, sguanci barocchi e cupolone in rame, guarda ad est, di sopra al porto d’Ancona. Chiamata anche degli Scalzi, cioè dei pellegrini, fino al 1848 fu, per tredici secoli, custode dell’urna e del sarcofago di S. Dasio (poi spostati nel Museo Diocesano), anch’essi pellegrini dall’Oriente: malinconiche reliquie, ma pure arca del tempo, a loro modo saturnini, di un martire che Saturno non volle essere. Ed io, che proprio in questi giorni carnevaleschi rammento il fatto, scruto l’aria fina e soleggiata, l’Adriatico blu oltremarino, e m’illumino piacevolmente per tali corrispondenze.

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