Il Virus e la Quaresima

Una meditazione

Un sentire arcaico e ancora sacrale saprebbe leggere in un Carnevale avvelenato di un inverno troppo caldo qualcosa che sfuggirà ai virologi veri e benemeriti come a quelli improvvisati nei social.

dentato_50pxUn morbo si diffonde nel paese, per giunta dopo la tragica morte in Sicilia di un bimbo caduto da un carro allegorico. Quasi ovunque nel nord Italia annullate le manifestazioni carnevalesche, finanche le messe. Altre maschere s’indossano, viste spesso in thriller e horror americani. Il morbo poi arriva dall’Asia, non un continente ma il più terrestre dei cieli, come sapevano gli arcaici fino ad Alessandro Magno.

dentato_50pxMa appunto un sentire arcaico già sa che ogni malattia è segnale, e leggeva   parecchio nelle malattie collettive, nelle epidemie. Per Omero la peste in campo acheo cala con le frecce di Apollo, irato per un affronto fatto ad un suo sacerdote. E per complicare la faccenda, la leggenda dice la guerra di Troia, fra Europa e Asia ravvicinate, frutto dei lamenti della primordiale dea della Terra, Gea. Chiese a Zeus una soluzione al peso dei troppi umani da reggere, che calpestano affaccendati, pretendono. Il re dell’Olimpo si rivolse a Temi, la Giustizia che disse: ci vuole una guerra. Un alleggerire, un ristabilire l’equilibrio. Questo sentivano gli arcaici, fino a Boccaccio, che per interpretare la pestilenza del 1348 tira in ballo “operazion de’ corpi superiori” o effetto della “giusta ira di Dio” per inique opere, mandata per correggere. Per ristabilire un equilibrio.

dentato_50pxPare cinico e crudele, forse banalmente romantico, tale sentire arcaico all’uomo del 2020, educato da carità cristiana, anche se nemmeno se ne accorge, e da un pensare più in concetti che in immagini. Allora interrogare il senso di una malattia collettiva, di un qualcosa che fa star male e si diffonde coi contatti umani, ci sembra necessario, anche se non arcaici ma uomini nel proprio tempo. Questo vale coltivando la speranza che il Corona virus rimanga alla peggio una forma influenzale fra le altre, che non superi il livello letale e tragico degli annuali virus conosciuti. Vale anche nel timore di scenari più gravi, più apocalittici, che richiamano la Spagnola del 1918. Scenari affiorati nella psiche collettiva e negli allarmi più foschi di qualche esperto.

dentato_50pxIn ogni caso il virus che incorona l’inverno va interrogato.

dentato_50pxIl virus è però un parassita, granché non può dire, non esiste senza un organismo, un Io o un suo abbozzo, che lo possa ospitare. Non lo si può interrogare, siamo noi che dobbiamo rispondere. Il virus interroga noi, noi pensati spesso dal caos, col nostro Io, più o meno abbozzato, con la nostra coscienza ereditata e traballante. Cosa dirgli, cosa rispondergli?

dentato_50pxPrima di tutto che lo freghiamo dandogli un senso, per non darla vinta al caos. Un senso a quei morti, a tutti i dolori, alle angosce, alle ore di sacrificio di tanti lavoratori italiani e stranieri. Ci viene detto di lavarci spesso e bene le mani, un invito alla purificazione, come sempre si dovrebbe se ancora si prega. Un gesto di civiltà, di igiene minima. La parola Quarantena evoca poi la Quaresima, il 40 purificatore della tradizione ebraica. Un purificarsi, dopo gli eccessi del Carnevale, in attesa del risorgere primaverile, pasquale. Un chiudersi un po’, con cenere sulla fronte, in sentire penitenziale che ristabilisca l’equilibrio. Da qualche parte, ognuno di noi ha probabilmente fatto danni. Ora tocca l’imporsi limiti e rinunce. Banalmente un occasione per meditare sul senso della vita e della morte.

dentato_50pxQuest’epoca è poi stata fin troppo carnevalesca, d’eccessi, ingordigia, frenesie di movimento, mobilitazione totale, slanci faustiani, poca responsabilità. La malattia è uno stop, un allarme.  Dover abbandonare lavoro, cinema, pizzerie, sushi bar e supermercati per qualche ora può diventar risorsa. Forse per stare più in famiglia, in una società dove i figli escono da scuola alle 18 e i genitori appena in tempo per dar la buonanotte.

dentato_50pxPiù in famiglia, più in se stessi, nella domanda classica sul senso della vita, delle veglie su questa terra. Facessero così i professionisti del lavoro, del dopolavoro, s’interrogassero un attimo, sarebbe già una vittoria sul virus. E questo interrogarsi fosse anche politico ed economico, con una seria riflessione sulle importazioni, sui rapporti coi mercati asiatici, sulla necessità di un’imprenditoria più territoriale, che non sposti continuamente manager e fabbriche. I danni del virus saranno ingenti per l’economia italiana, c’è da sperare in passi futuri ben meditati.

dentato_50pxDovendo attraversare una Quaresima, lo si faccia con la forza di chi sa che dovrà finire.

dentato_50pxCon la forza di chi capisce quanto questo morbo ammali veramente la vita economica, quella che dovrebbe sviluppare l’impulso alla fraternità, perché coscienza della dipendenza reciproca. Al di là della purificazione, teniamo presente i danni che il Corona virus farà più che ai corpi, alle anime, alle astralità, di Italiani ed Europei.

dentato_50pxLavarsi le mani è pur sempre il gesto di Pilato.

dentato_50pxC’è chi intende la purificazione come sgozzamento del capro espiatorio. E si ferma lì. E vedere un potenziale untore, un nemico nel vicino in preda a starnuti in metropolitana non è sano. Non è sana, meno che mai per la vita economica, una società senza strette di mano, senza baci e abbracci, senza eucaristie e bevute dallo stesso bicchiere, senza fiducia e sempre in mascherina.

dentato_50pxVittoria del virus certa sarebbe un peggioramento dell’epoca nel nome della paura, del chiudersi fra quattro mura. Connessi alla rete, sconnessi dalla natura, per la spesa, l’amore, le scuole e il telelavoro. In balia delle macchine, evitando strette di mano e il guardarsi negli occhi. Senza fare la retorica irresponsabile delle frontiere aperte, meno che mai predicando l’obbligo d’abbraccio dei lebbrosi francescano, teniamo presenti i rischi.

dentato_50pxUn’anima arcaica e un occultista d’oggi non addormentato direbbero certamente il virus un attacco demoniaco, arimanico. Per i suoi strascichi nelle anime che inquinano radicalmente l’Io.

dentato_50pxIl virus, ribadiamo, è un parassita, non ha l’Io. Noi umani l’abbiamo, ma lo incontriamo e lo siamo solo al contatto con gli altri. Ci laveremo le mani, ma rifiuteremo la paura di stringere una mano.

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  1. Condivido lo stesso sentire che accomuna la quarantena alla Quaresima che è in questo modo tornata ad essere un tempo di rinuncia, isolamento, e strano a dirsi, forse anche pentimento. Dalla Chiesa non ho visto interpretazioni in questo senso, risulterebbero infatti inaccettabili per la pubblica opinione. Arriverà poi la Pasqua, intesa alla maniera di Steiner: “Coloro cui sta veramente e sinceramente a cuore l’umanità non dovrebbero pronunciare queste parole pasquali – Cristo è risorto, ma dovrebbero piuttosto dire- Cristo deve e dovrà risorgere.”