Pandemie e Verità

Senza cielo e senso

“Devono parlare solo gli scienziati, solo loro”…dice infine il conduttore del talk show, uno dei tanti dove non si parla d’altro che di Corona virus. E il senso comune, ammaestrato dalla paura, si mette a ripetere il mantram: “tacciano i politici, se ne stiano zitti i media, parli la scienza”, s’esprimano i dottori e si metta fine alla Babele che ha precipitato nell’angoscia da contagio un paese intero. La scienza come ultimo Dio, a cui levare le braccia quando ogni certezza naufraga. Ma questo appello alla scienza come verità incontrovertibile è un appello a un cielo già da un secolo anche lui deserto.

dentato_50pxAssieme ad ogni altra episteme della tradizione anche la verità della scienza infatti è morta, come il Dio di Nietzsche. E non c’è bisogno d’esser avvertiti di epistemologia per saperlo, basta assistere allo svolgersi delle cose, sempre più veloce peraltro. Chiamata così a esprimersi la scienza parla per voce dei suoi tecnici officianti e però subito dividendosi in fazioni: il partito della quarantena e quello della lotta all’allarmismo. E così accade che gli orfani della verità subito si schierano:  – per Burioni l’apocalittico o Gismondi l’integrata – ma appena il tempo di capire che una verità che parla con voci diverse non è la Verità. E allora si riparte, alla ricerca d’un altro Dio, d’un’altra verità che sia incontrovertibile. E così sempre per voce di uno di quei dimafoni del senso comune che sono ormai i giornalisti parte l’appello alla Politica, con la P maiuscola. E’ lei che deve decidere – scrive l’editorialista collettivo – non gli scienziati, che son solo dei tecnici. Serve una sintesi. E così, dalle prigioni del pensiero dove l’avevano rinchiuso, vien tratto fuori Carl Schmitt: “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione” citano gli orecchianti, che naturalmente si meritano Conte e Casalino come evocati sovrani decisori.

dentato_50pxIn un paese dove ognuno – individuo, partito o regione – alla fine va per conto suo. Randagi, incolti, incapaci di orientare anche solo se stessi. E più disperati delle masse. Eppure questi orfani scoprono solo adesso di non avere più una madre: in assenza di verità hanno vissuto fino ad oggi ritenendo che senza verità – la Verità che rende liberi – in fondo si vivesse meglio, svincolati da tutto: patrie, fedi, famiglie, tradizioni. Così, in euforia da freschi liberti. Non sospettavano che la Verità – di cui quelle tramontate della Tradizione erano richiami mortali – fosse una questione di vita e di morte. Adesso che lo sanno chiedono una verità purchessia, una verità qualunque, un idolo a cui credere. Che dia loro “la tranquilla, umile felicità degli esseri deboli” ( F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov).

dentato_50pxIn questo mezzo secolo di società affluente c’è stato un intero ceto intellettuale che s’è baloccato con Nietzsche, come se Nietzsche fosse un balocco. Come se Nietzsche non fosse dinamite, come se avesse fatto letteratura annunciando il più inquietante di tutti gli ospiti, avvertendo che “il deserto cresce e guai a chi celerà in sé deserti”.  L’ospite inquietante e il deserto sono il nichilismo: l’angoscia senza un senso, senza un cielo, senza Verità: “Manca lo scopo. Manca la risposta al: Perché?”. Se il corona virus cominciasse a svelare il volto dell’ospite inquietante tra noi, strappandogli dal viso le maschere delle verità tramontate e fuori tempo massimo evocate – con cui si nasconde ancora – avrebbe almeno una funzione rivelatrice. Ci rivelerebbe ciò che siamo e che non vorremmo essere.

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