La lunga ombra dell’astrologia

I segni del cielo e la via che ci porta al presente

Privarsi di un’idea del cielo è impossibile. La ebbe il filosofo come il villico, entrambi figli di un grande portato, il cui spettro è ampio, la cui strada è sempre già tracciata. Il cielo è sovrano, lo attende il mondo terrestre, e dire che sempre completi le visioni del mondo non è forse errato, ma insufficiente. Piuttosto diremmo, se accorti, che il cielo ingloba, addirittura istituisce.

dentato_50pxL’astrologia, come arte di interpretare i segni del cielo, è già osteggiata a partire dall’età classica. La sua ombra rimane presente, risiede nascosta e parallela a tutto l’eone moderno. Una visione dell’avvicendarsi degli eventi senza astrologia? Forse, almeno in Europa, è possibile da qualche secolo, e nemmeno è decretabile il suo sparire: perché la si rinviene, a volte vilipesa e sempre inconciliabile, in anfratti obliati, oppure in luoghi non deputati. Nel sapere astrologico è centrale la ciclicità. La volta celeste ritorna, si riavvolge, continua sempre simile, mai uguale. Potrebbe dirsi omotetica. L’immagine del “ciclo”, così diffusa, sussiste in epoche e culture, il suo legame con il Cielo Stellato mai si dissolve.

dentato_50pxLa maggior parte dei documenti attestanti l’intensa attività divinatrice in terra di Tigri e Eufrate risalgono approssimativamente all’VIII secolo a.C. Sostanzialmente si tratta di presagi, o meglio di omina, che presentano alla protasi una proposizione condizionale e all’apodosi il risultato della profezia. Nell’esempio del filologo studioso di Tolomeo Franz Boll: “se al quattordicesimo giorno del mese Luna e Sole sono in opposizione, il re avrà un grosso orecchio”. Essi riguardavano eventi atmosferici, pestilenze, carestie, inondazioni, oltre che previsioni indirizzate ai Re e ad altre figura di spicco. Ciò che ovviamente li accomuna è il variegato riferimento al Cielo e ai corpi celesti, allo Zodiaco, ai pianeti, alle stelle e alle Divinità che vi abitano.

dentato_50pxSecondo Boll, i segni che primariamente venivano intesi come carichi di significato erano quelli riguardanti i pianeti, compresi Sole e Luna; i loro adombramenti, le loro eclissi e le loro congiunzioni erano portatori di cambiamenti molto più rivelanti rispetto quelli inerenti alle costellazioni e ai segni zodiacali, legate da un rapporto fisso e costante nel loro reticolato. E’ importante far notare che tutto il sapere astrologico babilonese (pratico, mitico e teorico) è da intendere alla luce di un vero e proprio culto astrale. I pianeti erano associati alle divinità del pantheon mesopotamico e gli effetti che essi garantivano erano associati alle caratteristiche delle divinità che abitavano i pianeti; il cielo era l’effettiva dimora degli dei, ed ogni astro l’incarnazione di un dio. Sono queste divinità che, discutendo ed osservando l’operato degli uomini, mantengono la pace o scatenano la carestia e la guerra nel mondo sub-lunare.

dentato_50pxCi si trova di fronte ad una religione politeista, che non sembra aver sviluppato un’idea di divinità unica e primigenia; politeismo che si associa alla pluralità degli elementi astrali, che vengono intesi come catalizzatori dei poteri, benefici e malefici, delle Divinità. Il cielo era il regno degli dei in senso proprio, il regno della loro arbitraria volontà.

dentato_50pxIl panorama tracciato sembra estraneo all’uomo greco; i contatti con la regione mesopotamica sono stati accertati già in epoca micenea, ma il più grande muro che separa l’approccio greco da quello “barbarico” giace nella natura della Divinità propria della cultura greca classica. Secondo Franz Boll, «gli dei [greci] non vivono e muoiono nella e con la natura […] Zeus non è il cielo luminoso, benché possa derivarne il nome: è il dio che esprime in un’enorme varietà di forme la propria personalità e potenza divina». I greci conoscevano le costellazioni e le loro disposizioni, ma i fini erano più pratici, la connotazione religiosa non può dirsi prevalente. Ovviamente i riferimenti al cielo ci furono, e numerosi, anche nella grecità, ma è il loro significato che sancisce la differenza fondamentale con l’Oriente. Tralasciando l’ispirazione donata ai poeti, il cielo stellato non era estraneo a pratiche di natura mantica, da parte di una specifica elité. L’arte divinatoria era molto diffusa in Grecia, così come lo sarà anche a Roma; essa consisteva nell’interpretazione dei segni venuti dal cielo, ma non solo da esso: eclissi, meteoriti, tuoni e folgori, ma allo stesso tempo terremoti, carestie e ogni evento nell’ordine dello straordinario.

dentato_50pxLa visione cosmologica greca era incentrata su un cosmo unitario e compatto, dove il regno degli dei non si distingueva chiaramente da quello mondano, soprattutto dal punto di vista “geografico”: gli dei non erano nel lontano cielo stellato, ma tutto intorno alla comunità umana. La mantica fu certamente presente come arte di decifrare i segni del cielo.  Ma questi altro non erano che «un aspetto collaterale delle manifestazioni di favore o sfavore dei Potenti»; l’ottica non era quella di prevedere il futuro in modo categorico (come era nei pronostici di origine mesopotamica) né tantomeno si fondavano su una visione deterministica, o meglio fatalistica, del destino umano.

dentato_50pxParticolare fu la reazione della filosofia greca al contatto con le teorie astrologiche esotiche. Secondo Boll, alcune incarnazioni del pensiero greco, in particolar modo il pitagorismo e lo stoicismo, avevano spianato la strada per l’assorbimento di figure ed idee puramente astrologiche (quindi originariamente barbariche). Semplificando forse un po’eccessivamente, Boll afferma che «lo stesso impulso che spingeva allo studio e al riconoscimento del dominio di leggi rigorose nell’universo doveva […] avvicinare il libero pensiero greco al fatalismo orientale». È, da un lato, indubbia la presenza di sentimenti e teorie che esaltano l’armonia cosmica del Tutto, l’infallibilità delle leggi naturali e dell’uomo che ad esse si affida, sempre con reverenza (si pensi, in primo luogo, allo stoicismo). La lista dei pensatori che possono essere annoverati tra i precursori della renaissance astrologica, che avverrà in epoca imperiale, è sicuramente lunga, ma basterà annoverare tra le sue fila Platone, Pitagora, un certo Cicerone del De Natura Deorum e lo stoicismo greco. Per quanto riguarda Platone, Boll fa riferimento alla sua teoria dell’animazione dei Pianeti e il dominio dell’armonia ideale, riducendolo ad uno schema semplificato, essendo il pensiero platonico tutt’altro che semplicistico ed unilaterale. Anche il Cicerone da lui riportato è quello che interpreta la stoico nel De Natura Deorum, mentre non fa riferimento al Cicerone più scettico ed ambiguo del De Divinatione.

dentato_50pxMa sul confine storico che fa da spartiacque tra il predominio del logos greco e il suo cedere terreno nei confronti delle sapienze orientali, ossia l’epoca di Alessandro Magno, si erge la figura di Aristotele. Particolare importanza ha il suo De Generatione et Corrutione, nel quale emerge uno Stagirita attento a mantenere alto il valore dell’osservazione sensibile nei confronti dello strapotere del logos di stampo platonico. Sul finire dell’opera, quando si tratta di elencare i principi che regolano la generazione e la corruzione mondane, Aristotele inserisce il ruolo del cielo e del suo movimento. Per Aristotele il cosmo è da una parte eterno e dall’altra diviso nettamente tra mondo sub-lunare e mondo sopra-lunare; ed il secondo, oltre che essere il più vicino alla natura del primo motore immobile, è anche quello che innesca e regola la corruzione e la rinascita nel mondo terreno. Lo stagirita prende qui il ruolo di cardine della riflessione greca intorno alla natura del cielo, poiché è il primo ad aver messo in luce il nesso inscindibile tra il movimento del Sole e l’alternarsi delle stagioni, quindi della vita mondana stessa. Allo stesso tempo di aver posto un’enfasi notevole sulla ciclicità che governa l’incedere del tempo. Un nesso, dunque, tra osservazione celeste ed osservazione mondana, oltre che tra la visione ciclica prettamente greca e l’arte di osservare il cielo fiorita precedentemente nelle terre orientali. Ciò su cui i Greci non transigevano, e con loro Aristotele, fu l’applicazione della conoscenza astronomica all’interpretazione dell’avvenire degli uomini: l’uomo era al sicuro dalla ciclicità. Dopo il crollo dell’impero Macedone, l’influsso con cui le misteriche teorie orientali affascinarono la mentalità greca divenne travolgente. Il cielo inizia a riassumere la forma minacciosa, e allo stesso tempo salvifica, della dimora di molteplici divinità (Tyche, Ananke e tutte le altre incarnazioni della potenza del Destino e della Fortuna); il destino dell’uomo inizia ad essere legato all’incedere degli astri, a cui la magia e i culti misterici cercano di porre rimedi e scappatoie.

dentato_50pxIl conflitto, che esplicherà egregiamente Garin nel suo Lo Zodiaco della Vita, tra esaltazione del Libero arbitrio umano e riconoscimento della necessità e della fatalità dell’incedere del Mondo (assoggettato all’altrettanto inevitabile cammino astrale), prende importanza critica proprio nel periodo dell’Ellenismo; quest’ultimo, a sua volta, non è che l’incontro decisivo tra logos greco e culti astrali orientali. Questo conflitto tra fatalismo astrale e conoscenza umana darà vita a due filoni teorici-culturali che si daranno battaglia fino al Rinascimento e all’età moderna: uno che dall’ellenismo fino alla modernità risulterà minoritario, quello filosofico-aristotelico, un altro che conoscerà un’espansione onnilaterale verso tutte le forme del sapere, quello assoggettato alla scienza astrologica e alla sua mistica e fatale necessità.

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