La paura fa politica

La fine del grande miraggio

Così dunque finiscono quarant’anni di retoriche liberiste e libertarie, nel pronunciamento d’un premier per caso che in posa churchilliana mette in quarantena una nazione. Com’è del resto inevitabile che sia dopo settimane di irresponsabile sottovalutazione del rischio d’un virus mostruoso e letale.

dentato_50pxE certo, fa impressione che le parole, e la musica, con cui viene comunicato al paese lo stato d’eccezione siano d’una figura emersa da quell’orwellismo minore che è stato, negli ultimi decenni, il regime dell’intrattenimento mediatico, che insomma sia uno dei reclusi nella casa del Grande fratello televisivo a comunicare la semireclusione coatta, e necessaria, di 60 milioni di persone.

dentato_50pxMa oggi il punto non è trovare il lato grottesco e parossistico di questa situazione, il punto è coglierne l’essenza e con essa il tema dominante: il ritorno cioè del duro principio di realtà segnato dalle costanti storiche del conflitto, della paura, dell’incertezza e dunque della politica. Principio di realtà che era stato rimosso dall’ideologia di chi dalla fine degli anni Ottanta, con la caduta del muro di Berlino, aveva dichiarato la fine della storia, annunciando l’era globalista delle merci e del consumo, l’era in cui allo Stato “non resterà altro da fare che allineare le province”.

dentato_50pxIl fatto è che ora lo Stato – seppure per voce di maschere inadeguate – si ripresenta ovunque nella sua funzione primaria in coppia con la paura. Smentendo così, nel ridicolo, gli epigoni di quel progressismo culturale  che per tutti questi anni, insistendo oltre l’evidenza, ci avevano additato il miraggio di moltitudini planetarie in vacanza dalla storia finalmente risolte nel mercato mondo e nel multiculturalismo. E in questi decenni d’euforie artificiali, s’era davvero cominciato a credere che la vita sociale e individuale potesse ridursi alla Disneyland di recite esistenziali e slogan pubblicitari, nel regime dei sedativi di massa e degli stati alterati. Fino appunto a che la realtà rimossa non è riemersa assieme a quell’emozione spontanea e vitale dell’essere che è la paura, “un aspetto elementare dell’esistenza da cui l’intellettualità spesso ci svia”, come spiegava il realista Julien Freund. La stessa paura che “accresce il bisogno di sicurezza e l’azione di riduzione di ciò che rischia di deteriorare l’ordine di una società”.

dentato_50pxIl dato è che dopo mezzo secolo di società affluente e apparente stabilità siamo rientrati, alla fine del grande miraggio, nella società del rischio e dell’angoscia. E in questa dimensione, terribile e seria, a trovarci di nuovo e sempre in compagnia dei classici: da Machiavelli a Carl Schmitt, passando per il terribile Hobbes. E con loro alle eterne categorie del politico che l’ordine del discorso progressista aveva preteso di bandire: la logica degli spazi e dei confini, la dicotomia amico-nemico, la decisione, la sovranità, il conflitto.

dentato_50pxAll’inizio della sua autobiografia in versi Vita carmine expressa Thomas Hobbes ricordava che la sua nascita prematura fu causata dal panico che si diffuse in Inghilterra all’arrivo dell’Invencibile Armada: “E fu così che la mia cara madre partorì d’un colpo due gemelli: me e la paura”.

dentato_50pxAnche chi nasce oggi sembra destinato ad avere con sé lo stesso gemello.

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