John Lukacs. Uno storico in difesa del mondo perduto

Ritratto di un eterodosso

“La più importante implicazione per lo storico è il potere della comprensione religiosa, senza la quale non può esistere un ordine né dell’anima né dello stato.” Così il filosofo politico conservatore Russell Kirk omaggiava il collega storico John Lukacs, verso il quale si sentiva debitore sul piano della consapevolezza storica. Un incipit, quello di Kirk, che mostra già la raffinatezza di uno storico assai particolare, capace di destreggiarsi con padronanza tra religione, scienza, politica, economia e filosofia. Un tipo di storico che è sempre più raro. Perché un tempo la vita dello storico era paragonabile a quella del regista: non era necessario apparire sulla scena, bastava dirigere gli attori avendo bene in mente il fluire degli eventi. Muovere i personaggi sulla scacchiera del tempo e dello spazio, all’interno delle coordinate archivistiche, memorialistiche e culturali. Oggi questa umiltà e pudicizia del mestiere di storico s’è per gran parte persa e, di fronte alle richieste del mondo nuovo, avanza lo storico commentatore, intrattenitore televisivo, scenarista per i mercati e consigliere del potere politico. Era, invece, uno storico eccentrico e vecchio stile John Lukacs, americano di origini ungheresi nato a Budapest nel 1924, scomparso lo scorso anno, lontano dai riflettori e dal tributo degli onori, tra l’affetto di una piccola comunità di amici, allievi e famigliari. Ancora semi sconosciuto in Europa, seppure una discreta porzione dei suoi oltre trenta libri sia stata tradotta nelle nostre lingue, italiano compreso, è stato uno degli storici sui generis più importanti del secondo Novecento. Questo atteggiamento dimesso non significa certo che Lukacs fosse un uomo eccessivamente timido o con problemi d’autostima: preferiva lasciar parlare i propri libri ed i propri articoli, senza alcun risentimento verso i colleghi-star della Ivy League e senza alcuna invidia verso i divi televisivi della professione.

dentato_50pxJohn Lukacs si considerava un reazionario e forse è per questo che decise di servire come ricercatore docente per tutta la vita il Chestnut Hill College, piccolo ateneo cattolico alle porte di Philadelphia, dove ha lavorato dal 1947 al 1994. Per via del suo carattere integro ai limiti dell’intransigenza e delle posizioni eterodosse rispetto alla disciplina che insegnava, gli venne negato il titolo di emerito. Insegnò per altri tre anni all’università di Philadelphia, ma poi il suo contratto venne tagliato, senza apparente motivo, nell’indifferenza dei colleghi.

dentato_50pxDalle sue pagine, sempre intime ed argute, traspare tutta la sua condizione d’irregolare pensatore. Per Lukacs l’essere umano era ancora al centro dell’universo, non era stato rimpiazzato dalla tecnica e dalla scienza né dall’edonismo dell’ultimo capitalismo né dal funzionalismo burocratico novecentesco. La persona umana, con le sue imperfezioni e la sua coscienza mai spiegate dalla scienza, continuava ad essere sovrana sulle proprie creazioni e protagonista della conoscenza. In virtù di questa posizione intellettuale di partenza, lo storico ha speso la propria vita a cercare d’interrogarsi su ciò che la coscienza storica significasse per la vita contemporanea, pervenendo a conclusioni spesso in contrasto tanto con il progressismo quanto con il moderno conservatorismo americano.

dentato_50pxLukacs era convinto che la divisione illuministica tra oggettivo e soggettivo fosse una banale illusione, in particolar modo nel campo della ricerca storica. La storia non doveva rincorrere un’utopica oggettività, tanto bramata da quei colleghi progressisti che ambivano a farne quasi una scienza, ma doveva ricercare la comprensione: “L’ideale della oggettività è la totale, antisettica separazione tra chi conosce e ciò che è conosciuto. La comprensione richiede un approccio, quello di avvicinarsi (alla conoscenza). In ogni caso, non può esserci alcuna fondamentale separazione tra chi conosce e ciò che viene conosciuto.” Basandosi sulle opere del fisico Werner Heisenberg, che aveva studiato con avidità, Lukacs si era convinto che persino gli scienziati si concentrassero impropriamente su “fatti falsi”, alla ricerca di una illusoria oggettività. Come insegnava il padre della quantistica, l’osservatore influisce sui fatti che osserva e ne modifica gli esiti. A prima vista, quella di Lukacs, potrebbe sembrare la classica posizione post-moderna, ma al contrario di molti autori egli non dissolve l’epistemologia nella pura soggettività. Proprio perché il pensiero dell’essere umano è naturalmente storico, fondato su ciò che si è ricevuto, la comprensione del passato deve essere un’opera profondamente umile e morale. Secondo Lukacs, gli esseri umani “investono” l’universo con la loro ricerca di significato: “Al contrario di tutte le idee accettate oggi, noi dobbiamo, alla fine di un’epoca, riconoscere che noi, e la nostra terra, siamo al centro dell’universo. E che l’universo è una nostra invenzione; e, come tutte le invenzioni mentali ed umane, è limitato, relativo e potenzialmente fallibile”. Dunque, nel processo di conoscenza dell’universo elemento soggettivo ed oggettivo si fondono e compenetrano. Gli imperfetti uomini rimangono al centro del cosmo e sono responsabili per ciò che di esso ne fanno. “L’universo è ciò che è perché al suo centro esiste un consapevole e partecipativo essere umano che può vederlo, esplorarlo, studiarlo.” Così Lukacs fuggiva dai ceppi dell’ideologia e del positivismo cercando riparo nella conoscenza storica e nella letteratura. Egli si scagliava contro l’eccessiva specializzazione, contro i pregiudizi positivisti, contro lo scientismo superficiale e l’inconsistenza culturale che nella società di massa affliggeva anche le discipline storiche, come ogni altro campo del sapere. Contro la crassa arroganza di schiere di uomini saputi che pretendevano di poter spiegare tutto e rifiutare il mistero. Come il poeta, sosteneva Lukacs, lo storico doveva comprendere che la devozione per la verità non coincide con il mero culto dei fatti. Molti storici contemporanei dimenticano che più dei fatti esistono gli eventi, che sono il vero campo d’indagine della storia. Per molti versi, il vero storico deve sentirsi a suo agio con la letteratura più che con la scienza poiché è impegnato in un lavoro di immaginazione morale. Egli non è un compilatore di documenti, un mero scavatore e classificatore d’informazioni, ma un sarto capace di tessere la tela, di entrare nel mosaico culturale, psicologico, spirituale del tempo in cui dispone gli eventi.

dentato_50pxCome i colleghi George Kennan e Samuel Huntington, Lukacs scriveva in difesa di un mondo perduto, quella che egli chiamava l’età borghese, che era oramai al tramonto. Un crepuscolo iniziato, sul piano politico, con l’avvento della democrazia di massa e con l’avvicendamento del capitalismo del consumo su quello della produzione. Consumato, sul piano culturale, dalla crisi delle certezze (soprattutto scientifiche) e delle ideologie e dall’avanzare a grandi falcate della secolarizzazione, che aveva sgretolato gli ultimi bagliori d’autorità e di spontanea auto-disciplina. L’ultimo secolo veniva letto da Lukacs fondamentalmente come un processo di spossessamento e devastazione di quest’età borghese: le piccole comunità, le chiese, i governi locali, gli imprenditori individuali, la scuola libera, la famiglia erano state travolte da un progresso estenuante, centralizzatore e massificatore. Come T.S. Eliot e Christopher Dawson, Lukacs era consapevole che ogni epoca aveva le proprie divinità e, nell’attuale era democratica, le élite veneravano, e rispondevano, alla folla. E come Russel Kirk e Robert Nisbet, sul piano culturale Lukacs diagnosticava il malessere derivante dal collasso delle vecchie forme sociali, dal tramonto dell’autorità in favore dello spiccio potere.

dentato_50pxLukacs era convinto che la storia degli Stati Uniti avesse subito una rottura fondamentale nei primi trent’anni del Novecento, dapprima con la nuova espansione burocratica e tecnocratica del governo federale instaurata dai progressives negli anni dieci e venti e poi con la democrazia mediatico-populista inaugurata da Franklin Delano Roosevelt. La guerra aveva rafforzato ulteriormente lo Stato centrale, fondendolo col grande capitale nelle dinamiche belliche, e di conseguenza lo storico, muovendosi ancora controcorrente rispetto alla vulgata dominante, affermava che il Novecento era stato il secolo del trionfo della burocrazia, più che quello dell’affermazione della democrazia. Il secolo in cui, per dirla con Max Weber “capitalismo e burocrazia si sono incontrati ed intimamente accoppiati”, rompendo tutto ciò che si trovavano di fronte del vecchio mondo moderno e borghese.

dentato_50pxQuesta concezione lo portava a considerare l’ideologia comunista più una maschera dell’apparato burocratico sovietico che il cervello del regime. Secondo Lukacs ciò che continuava a caratterizzare la Russia era la vocazione imperiale, zarista e pan-slavista. Intuizione politica fondamentale che egli, sul piano pratico, riconosceva a Winston Churchill, che per primo superò la diffidenza ideologica verso Stalin per fronteggiare la minaccia nazista.

dentato_50pxDi conseguenza, lo storico irrideva i conservatori americani del dopoguerra per l’eccessiva agitazione dello spettro della minaccia comunista, che diveniva il paradossale lasciapassare all’esplosione dell’intrusione del governo nella vita dei cittadini. I politici sfruttavano la “minaccia dell’ideologia comunista” per alimentare un nazionalismo centralizzatore ed interventista. Così, nell’ultima parte della sua vita, Lukacs intuì prima di molti altri l’agitazione politica anti-establishment ed il rifiorire della tradizione populista. Per lo storico, infatti, l’intersezione tra burocratizzazione, deriva culturale scientista, nazionalismo e capitalismo dell’intrattenimento non poteva che sfociare in un’ondata di contestazione della classe dirigente, seppure priva di una direzione politico-culturale ben precisa. “Mai” egli scrisse “il governo è stato così vasto e pervasivo e, al tempo stesso, così in crisi”. Nella sua visione reazionaria, la città sulla collina di jeffersoniana memoria era stata tradita per sempre. Ciò anche perché, nell’interpretazione di Lukacs, la componente illuministica alla base della fondazione della Repubblica americana aveva trionfato su quella cristiana, e più segnatamente protestante. Nel distacco progressivo dal cristianesimo, la visione progressista era diventata l’elemento dominante dell’immaginazione dell’élite americana. L’idea, cioè, che la società fosse perfettibile, che il peccato originale non esistesse e che l’umanità, con gli uomini e le donne nuove che abitavano il nuovo mondo, potesse, attraverso il loro agire, dominare illimitatamente sulla natura. E anche se l’Illuminismo era oramai superato, le sue caratteristiche fondamentali si perpetravano attraverso uno gnosticismo di foggia americana: gli uomini nuovi, invincibilmente impegnati nel progresso, potevano trascendere i limiti che la natura, la storia e la Provvidenza imponevano all’essere umano. Per questo, secondo Lukacs, il conservatorismo ed il progressismo comunemente accettato erano di fondo uguali, con l’unica differenza che il primo venerava la tecnologia (il complesso militare-industriale) ed il secondo la scienza (la pianificazione economica e sociale). E per questo, all’inizio degli anni duemila, reputava entrambe le correnti di pensiero “moribonde”, come poi la storia avrebbe dimostrato un decennio più tardi.

dentato_50pxNella sua smania di progresso e nel suo atteggiarsi a modello per il mondo gli Stati Uniti avevano paradossalmente perduto la propria unicità. Primo di quest’epoca l’America era “davanti all’Europa perché era indietro”, cioè non aveva una vasta e articolata burocrazia ed un governo centrale pedagogico come negli Stati-nazione del vecchio continente. Nella seconda metà del ventesimo secolo invece gli americani avevano “acquisito le peggiori abitudini degli Europei”. La convergenza dei sistemi, spinta proprio dalle dinamiche politico-culturali di stampo imperiale degli americani, aveva posto fine all’eccezionalità degli Stati Uniti, rendendoli al tempo stesso più tronfi ed arroganti.

dentato_50pxL’eccezionalismo, tuttavia, era rimasto una potente retorica secondo cui gli Stati Uniti da soli impersonavano la verità ed il benessere, confermando la supremazia del Mondo Nuovo sul vecchio. L’élite americana assumeva così l’inevitabilità del progresso secolare, proiettava e sovrapponeva l’immagine della perfezione su quella dell’esistenza degli Stati Uniti come nazione. L’ordine politico e sociale razionale, egualitario, benefico dell’America post-bellica negava le incertezze della storia e l’imprevedibilità della natura, premiando la fiducia dei suoi cittadini con “la fresca, giovane mammella del nuovo mondo.”

dentato_50pxUna visione progressista rigettata dal reazionario Luckas, il quale parlava della necessità di “un senso cristiano della storia” nella transizione inevitabile verso la fine dell’umanità, il giorno del Giudizio. Questo storia può essere “integrata da un senso dell’evoluzione umana, ma forse solamente nel senso di una evoluzione delle nostre coscienze.”

dentato_50pxCon la rassegnazione del grande saggio egli osservava che la fine della modernità significava la fine di un certo modo particolare di conoscere e l’emersione di un nuovo modo di considerare il mondo. Un cambiamento che corrispondeva, sul piano politico e sociale, alla fine della coesistenza tra aristocrazia e democrazia che aveva segnato l’era borghese. Oggi l’omogeneizzazione della cultura di massa e della certificazione meritocratica hanno sostituito la vecchia ruling class con tanti nuovi burocrati e tecnocrati chiamati a guidare la società in nome di una standardizzata conoscenza specialistica. Egli scriveva “il termine meritocrazia è fuorviante, come in molti altri ambiti della vita, le regole e le pratiche che governano il funzionamento della scuola e dell’università sono burocratiche invece che meritocratiche. E’ la burocrazia, non la meritocrazia, che categorizza l’impiego sulla base di un titolo accademico.” Una struttura che forgiava una élite culturalmente fondata sulla corsa al progresso tecnologico e sul determinismo economico, più che sull’orientamento disciplinato della spiritualità, del pensiero e, in ultimo, della società.

dentato_50pxQuesto imbarbarimento colmo di egualitarismo, secondo Lukacs, poteva essere arginato soltanto tenendo maggiormente in considerazione la coscienza storica. “Il sapere scientifico, dipendente com’è dal metodo scientifico, è per natura aperto all’esser messo in discussione. L’esistenza della coscienza storica, l’inevitabile presenza del passato nella nostra mente, non lo è. Siamo tutti storici per natura, mentre siamo scienziati soltanto per scelta.” Per Lukacs, dunque, la storia non era una scienza sociale ma una forma inevitabile del pensiero umano. “Si può vivere in avanti, ma si può pensare soltanto all’indietro” è vero non soltanto per il presente ma anche per il futuro: quando l’uomo pensa al futuro lo fa ricordando il passato.

dentato_50pxPer questo, secondo Lukacs, uno dei modi per affrontare i problemi del ventunesimo secolo era quello di riconoscere la priorità al pensare storico su quello scientifico. Alla fine dell’epoca moderna e borghese, i due grandi prodotti dei secoli passati andavano riconosciuti: l’invenzione e l’applicazione del pensiero scientifico e l’evoluzione della coscienza storica. Tuttavia, mentre il primo era stato largamente apprezzato, e messo al servizio del progresso, il secondo era passato per lo più inosservato.

dentato_50pxNella visione di Lukacs, essendo la coscienza storica parte integrante del sistema di auto-conoscenza dell’essere umano, sarebbe stato fondamentale riconoscerla, ampliarla ed elevarne l’importanza per fronteggiare la complessità sociale ed il dualismo dell’essere umano, capace di compiere il male come mai prima, alle porte del nuovo secolo.

dentato_50pxCiò diveniva possibile soltanto inaugurando una nuova visione antropocentrica e geocentrica: “Dobbiamo riconoscere non soltanto i poteri, ma anche i limiti della nostra immaginazione: il nostro pensiero sul mondo è inevitabilmente antropomorfico, così come la nostra esplorazione dell’universo è inevitabilmente geocentrica. Non è soltanto il “Conosci te stesso” che è necessario fondamento a tutta la comprensione degli altri esseri umani. È che noi non andiamo mai interamente fuori da noi stessi, cosi come come non possiamo nemmeno andare fuori da noi stessi per osservare l’universo”.

dentato_50pxSoltanto questa consapevolezza storica e questa ammissione di limitatezza dell’essere umano, avrebbe aperto alla possibilità di un nuovo ordine, poiché in questo scenario “l’evoluzione della coscienza può diventare, allora, un reale aumento della stessa.” Liberata, s’intende, dall’arrogante seduzione dell’illusione progressista, post-umana e prometeica, più consapevole della propria fallacia, ma anche della propria universale centralità.

 

dentato_50pxPrincipali opere di John Lukacs

dentato_50pxHistorical Consciousness. The remembered past, Routledge, 1994;

dentato_50pxAt the end of an age, Yale University Press, 2002;

dentato_50pxA New Republic: A History of the United States in the Twentieth Century, dentato_50pxdentato_50pxdentato_50pxYale University press, 2004.

dentato_50pxFive Days in London, May 1940. Yale University Press, 2001.

dentato_50pxDemocracy and Populism: Fear and Hatred, Yale University Press, 2005.

dentato_50pxThe Duel: the eighty-day struggle between Churchill and Hitler, Yale University Press,dentato_50px 2001.

dentato_50pxThe Legacy of The Second World War, Yale University Press, 2010.

 

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