La ruota dei tarocchi

Nell’incontro di corti e taverne

Non sappiamo con esattezza, forse non lo sapremo mai da quale misterioso e recondito luogo giunsero a noi quelle figure colorate che conosciamo come Tarocchi.

dentato_50pxSono effettivamente provenienti dall’Egitto, dal Libro di Toth, che poi sarebbe Ermete il Tre volte grande? Quell’Egitto figlio della platonica Atlantide, o dall’Etiopia, dalla Persia dei Magi zoroastriani e ancor più dalla remota India? Giungono a noi nel XV secolo con i Gitani, o Giziani, con i carri degli Zingari che provengono da oltre le alessandrine mura di ferro che servono a tenere lontane le orde demoniache di Gog e Magog e sono in numero di ventidue, simbolo dell’iniziazione alla sapienza e agli insegnamenti divini, ventidue Arcani Maggiori, più i cinquantasei Minori. I primi corrispondenti alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico e, soprattutto alle altrettante vie dell’Albero della Qabbalah.

dentato_50pxI Tarocchi sono soltanto un gioco all’inizio, un semplice gioco di carte, ma come qualsiasi passatempo in essi è nascosto qualcosa di ben diverso dal più banale atto ludico ed essendo anche una forma d’arte applicata, ne abbiamo disegnati da grandi artisti, come quelli attribuiti al Mantegna, giunti sino a noi e più ancora nei secoli successivi. Essi sono una forma di magia dipinta, Una magia che procede per immagini evocatrici di archetipi antichissimi, perciò universali, che genera una «potenzialità di narrazione-previsione di “destini incrociati” praticamente infinita», come scrive Franco Cardini a tale proposito e che si contrappone però alla casualità del Caos, suggerendo possibili squarci e letture del futuro.

dentato_50pxIl primo artista certo del quale si sappia sia stato incaricato di dipingere un mazzo di Tarocchi per la duchessa Bianca Maria d’Este di Ferrara, fu nella prima metà del XV secolo Jacopo da Sangramoro che così creò quattordici Trionfi su pregiata carta di puro cotone.

dentato_50pxA Milano invece, furono Michelino da Besozzo e Bonifacio Bembo a ricevere la commissione di adempiere a tale compito. Il primo per ordine di Filippo Maria Visconti, realizzò il famoso mazzo dei Visconti di Modrone, mentre il Bembo, sotto Francesco Sforza, nella propria bottega cremonese concepì la creazione del mazzo Brera-Brambilla. Il più famoso resta quello noto come Tarocchi del Mantegna in quanto l’artista che lo disegnò e dipinse utilizzò uno stile molto vicino a quello del più noto artista. Questi tarocchi sono composti da cinquanta carte stampata e incise a bulino, in un’opera di raro pregio per la sua altissima qualità esecutiva, originariamente rilegate oggi sono purtroppo le une separate dalle altre.

dentato_50pxI Tarocchi possono essere quindi aristocratici o popolani, ma per tutti restano uno strumento, un mezzo e non un fine, utile per cercare di evocare il destino che altrimenti resta ignoto, coperto da un velo che soltanto i più audaci osano sollevare. Ogni seme: Coppe, Quadri, Fiori e Picche, ovvero Conoscenza o Amore, Denaro, Lavoro e Potere, segnano il fato di chiunque e dunque le lame dei Tarocchi – “lame” proprio come quelle delle armi da taglio e da punta – vengono distribuite sul tavolo secondo Fortuna ma anche dipendendo dalla sapiente Virtù del cartomante, del mago che in essi è Il Bagatto, sapendo che tutto ed il contrario di tutto, come in ogni buon responso, debba essere sibillino e dunque interpretato. Perché anche le carte, come le stelle dello Zodiaco, inclinano ma non comandano, semplicemente esse indicano un possibile futuro che deve essere però sempre sottoposto all’umana volontà in accordo con quella divina. Da oggetti di un gioco, le carte dei Tarocchi si presentano quindi come strumenti divinatori basati sul simbolo da decrittare per comprendere cosa ci riservi il destino e soprattutto in qual modo lo si possa piegare ai nostri voleri.

dentato_50pxDivisi in tre gruppi di sette carte, infatti Il Matto è l’unico a sottrarsi alla numerazione, gli Arcani Maggiori sono legati numerologicamente e quindi cabalisticamente alle sette Virtù, teologali e cardinali, in un mondo speculare e bidimensionale dove agiscono le stesse figure della realtà del tempo dei Visconti, degli Este e degli Sforza. Ecco dunque le lame del Papa e della Papessa, del Carro e degli Amanti, ma anche del Diavolo, della Morte, del Mondo e della Ruota della Fortuna.

dentato_50pxI Tarocchi andrebbero guardati con lo stesso spirito con il quale si studia un’opera d’arte dell’epoca, con cui si interpreta un affresco, una tavola o una pala d’altare, anche perché legati all’allora novità della stampa in grande numero di copie e dunque all’incisione xilografica. Essi sono i figli dell’arte applicata dell’illustrazione e della stampa quattrocentesca, tenute insieme dal pensiero magico del Rinascimento. Il che non è cosa da poco e forse è anche per questa ragione che le carte diventano, con i dadi e gli scacchi, il bersaglio prediletto dei predicatori quattrocenteschi, in quanto probabilmente la loro struttura simbolica, legata al numero pitagorico e all’interpretazione necromantica e sibillina, li rende sospetti al limite dell’eresia. Se poi a questo si aggiunge che i Tarocchi si presentano come gioco, sia nelle corti sia nelle taverne, proprio negli stessi anni nei quali, in Italia, si ha la riscoperta del mondo mitologico pagano, è facile vedere in loro un tentativo di essere usati come mezzi per un’idolatria che sconfinerebbe nell’eresia e nella stregoneria. I Tarocchi sono così un attentato all’ordine e alla stabilità della società, perché violerebbero le leggi divine che impongono all’uomo di non voler cercare d’indagare il suo disegno, neanche quello che lo riguarda intimamente.

dentato_50pxCosì i Trionfi e le feste rinascimentali, quelle della Firenze medicea, quelle dei Borgia a Roma o del Moro a Milano, con le loro panoplie di simboli ispirati alle divinità antiche, si rivelano in stretto legame con i Tarocchi sul finire del Quattrocento e poi ancora oltre, nel secolo successivo. Ma gli Dei antichi vi compaiono soltanto come astri, a parte quindi il Sole e la Luna, tranne in quelli più evidenti, quelli creati forse dal Mantegna, che presentano all’iniziato un richiamo diretto agli affreschi del Palazzo Schifanoia di Ferrara. Trionfi sono infatti chiamati e solo dopo, tarocchi, derivandoli quasi sicuramente dal poema allegorico I Trionfi di Francesco Petrarca, o forse si rifanno ai carri trionfanti del periodo carnevalesco, quel che è certo in questo affastellarsi di misteri è che la sapienza ermetica del tempo aggiunge poi a queste carte, significati più profondi derivati dall’esoterismo del culto Mitraita e poi da quello d’Iside, nonché rimandi al Magnus Opus dell’Alchimia, presi probabilmente proprio dai testi di Marsilio Ficino, che funsero da ispirazione per molti artisti con le immagini simboliche che però resteranno estranee ai semplici giocatori a loro volta profani a qualsiasi linguaggio iniziatico.

dentato_50pxRestano così i Lanzichenecchi, i bravacci e tutti gli altri avventurieri di quei tumultuosi anni, cinici e smaliziati a giocare ai Tarocchi nelle taverne e nei bordelli, inseguendo un destino più baro di loro e a forzare la mano agli Dei mentre con l’altra rubano la scarsella al loro vicino o frugano tra le cosce d’una compiacente cortigiana in un inno alla vita che non vuol soccombere a nessun fato avverso né alla morte.

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