Commercium et Salus

La biosfera globalizzata e ormai turbata

Commercium et Pax: la scritta che salutava la prima globalizzazione all’ingresso del porto di Amsterdam nel 1600. Una città che rimane il crocevia mondiale per il commercio di piante ornamentali e fiori. Quel commercio, quella libertà di viaggiare e migrare, che ha sconvolto i nostri modelli di vita, in bene e in male, sino a questa fine di un mondo incoronata dal virus. Eppure, questa globalizzazione ha fatto anche danni e non se ne vuol vedere il lato oscuro. Che ci si è inebriati di quel wishful thinking, di quell’insano libro dei sogni che seguì la fine dei muri. Da rileggersi nelle visioni drogate e velleitarie della strategia di Lisbona. Testuale: fare dell’Europa “la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010”. Ora ne sperimentiamo gli effetti. Niente primati, più incertezza e risentimento. Il resto è cronaca. La ricreazione è finita: eccoci qui, in compagnia del cigno nero, della pandemia, dell’evento tanto improbabile, che colpisce persone e Stati.

dentato_50pxEppure l’intera biosfera soffre, da anni, di questo mercatismo che celebra l’immediata, ma faticosa, assimilazione di tutto ciò che è esotico: anche le piante e gli animali. Lo racconto con gli occhi dell’agricoltore, per esperienza diretta. Fatti e non emozioni. Questa seconda globalizzazione, attivata negli ultimi vent’anni e che vede la Cina protagonista, è stata accompagnata da un frullare di animali e piante nei nostri territori dalle origini più disparate. Prodotti tessili, legnami grezzi, piante ornamentali sono potenziali vettori di nuove patologie vegetali allogene, di batteri e parassiti sconosciuti per i nostri ecosistemi (la parola che ci accompagna nei nostri riti penitenziali di consumisti perversi). Così, da noi arriva la Xylella e il primo indiziato sono delle piante di caffè ornamentale importate dal centroamerica. Sono ormai dieci anni che il batterio sta devastando i nostri uliveti e ancora non è stata trovata una terapia. Questa pestilenza è solo una delle tante che, in questo ultimo decennio, stanno distruggendo, e con continuità, il nostro patrimonio arboreo. Il punteruolo rosso, un coleottero che sta annientando le nostre palme, originario dell’Asia sudorientale, passa dal medio oriente per arrivare negli anni ’90 in Spagna e poi viene importato in Italia con delle palme ornamentali nel 2004. E poi la piralide del bosso, una farfallina bianca comparsa nel 2011 in Lombardia, proveniente dal nordeuropa dove è giunto dall’estremo oriente con delle piante infestate. Ed anche qui la lotta impari a difendere le geometrie secolari dei nostri giardini all’italiana per debellare il flagello. Il bosso, per inciso, ha un lentissimo accrescimento. Ripiantarlo è, dunque, atto di generosità intergenerazionale.

dentato_50pxSi può obiettare che questa è una storia che si ripete. La filossera fu importata dall’America con le piante di vite: i vigneti furono salvati all’inizio del ’900 con l’innesto delle viti europee su radici di viti americane. Nel 1920 la grafiosi dell’olmo ci viene esportata dall’Asia. Non preoccupa la casuale ripetizione di fenomeni già sperimentati, sebbene attraverso nuove patologie, ma impressiona la loro frequenza, in linea con la crescita dei commerci e degli spostamenti turistici. Quanto meno servirebbe educare i turisti a comportamenti responsabili, costituire dei guardiani efficienti: norme semplici e frontiere a maglie strette. Lo chiede un patrimonio di biodiversità, quello italiano, che non ha voce. Che si sviluppa nel cuore di quella fascia geografica mediterranea e mediorientale in cui la biodiversità è più intensamente percepibile, quella fascia che corre dalla ipotizzata collocazione del giardino dell’Eden, in Mesopotamia, sino al Portogallo. Aspettando il mondo nuovo e che qualcuno scriva sul porto di Amsterdam: Commercium et Salus.

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